Sono trascorsi ormai millenni dall’introduzione nell’umanità del concetto di diritto, da sempre necessario per la risoluzione di diatribe concernenti ogni ambito della società antica e moderna.

La maestosità e il fascino di questa straordinaria innovazione culturale ha reso le civiltà, al netto degli scempi umani e delle barbarie perpetrate da inevitabili pazzi psicopatici, libere e capaci di regolamentare nel tempo la conduzione delle più importanti popolazioni mondiali.


Al di là dei tecnicismi che hanno organizzato forma e sostanza dei processi, l’obiettivo del diritto è sempre stato quello di attribuire coscientemente ruoli e valutazioni coerenti con i temi e le dinamiche degli eventi.

L’investitura del giudice, in epoca romana, definita iussum iudicandi, assegnava l’incombenza di esercitare il potere di giudizio con ampie facoltà.

Oggi, dopo più di duemila anni di storia, ci sforziamo di modificare lo status quo che disciplina la condotta di gara dei calciatori, sostituendoci sommariamente a chi è preposto a farlo, favorendo nient’altro che disordine, ignoranza e disgregazione tra appassionati e tifosi di calcio giocato.

Organi di informazione che commentano sotto forma di cronaca ogni singolo episodio di gara, talent show che condannano le decisioni prese dagli arbitri, allenatori e dirigenti dei club che sentenziano il comportamento dei propri tesserati e di quelli delle società concorrenti.


Insomma un caos generale nel quale non c’è mai resipiscenza ed autocritica per un’analisi più corretta e propedeutica alla crescita umana e professionale.

Un limbo dove tutti concorrono alla formazione di un giudizio compiuto, ma inefficace, diretto, ma inutile, inoppugnabile, ma precario, perché privo di quella forma e sostanza che non gli appartiene, essendo figure retoriche rispetto all’esito di un incontro di gioco o alla conduzione della partita.

Un contesto dove chiunque parla, a volte offende e nessuno, incredibilmente, della classe arbitrale, interviene a gamba tesa per consegnare una sana definizione delle decisioni prese o un’arringa condivisa dagli organi di giustizia sportiva, sedando opportunamente tutti quei focolai di maleducazione che si riflettono nei social network, in televisione, alla radio e sui quotidiani nazionali.

Forse è questa la scelta alla quale hanno aderito, ma sia chiaro che se il giudizio finale è così indirizzato, non ci saranno mai giudici credibili, ma vittime sacrificali.

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