E’ punito con la sconfitta da 3 a 5 reti qualunque squadra che, con artifizi e raggiri, prova a prendersi gioco di calciatori che hanno le stesse doti e le medesime ambizioni europee.

Ora, ammesse le attenuanti generiche, che vanno certamente riconosciute per aver raggiunto la finale, è opportuno aprire una parentesi per quanto riguarda le patetiche valutazioni che, nelle settimane precedenti, sono state professate dalla stampa millantando, consapevolmente, la vittoria contro lo stratosferico Real.

Pronostico che poteva essere indovinato, ma che invece, inopportunamente, non ha mai preso in considerazione uno scivolone altrettanto possibile.

Ci vuole rispetto prima di pubblicare titoloni sui giornali, perché la professione del calciatore è una di quelle che, oltre a raccogliere una smisurata passione da parte di milioni di persone, è anche quella che richiede buon senso e un impeccabile senso critico, per evitare figuracce o cadute di stile dannosissime per la società, i giocatori e tutto l’ambiente.

Non giova a nessuno favorire discussioni stucchevoli, perché si rischia di creare un clima carico di esasperate rivalità, che può superare l’ordinario livello di guardia.

Quella sorta di coraggio oltraggioso, profanato preventivamente in maniera indecorosa da alcune testate della carta stampata e da noti opinionisti televisivi, è grave e deve far riflettere attentamente un po tutti, per evitare, in futuro, di assumersi la responsabilità di giudicare superficialmente e azzardatamente storie di calcio giocato senza una corretta ed oggettiva dimensione critica.

Anche perché sulla bontà delle qualità tecniche dei rivali stavolta c’era veramente poco da dubitare e i tentativi banali di condizionarne la prestazione hanno soltanto peggiorato lo score della partita, dando una spinta maggiore a coloro che invece erano considerati cuccioli alla mercé di un branco di leoni.

Quelli con la maglia viola, stavolta, sono stati più che fortunati, proprio diabolici, perché pur evitando di esasperare i toni durante le settimane precedenti la gara, l’hanno attesa stringendo la mano al termine della partita, rimandandoli a scuola per studiare la lettura di un saggio importante, appartenente alla gloriosa storia d’Italia, in particolare dei romani, riguardante il discorso fatto ai plebei da Menenio Agrippa (apologo del 494 A.C.), quando afflitti dalle sofferenze e dalla fame accumulate per le guerre contro Porsenna e i suoi alleati, abbandonarono la città ritirandosi su un colle, il monte Sacro, nei pressi dell’Aniene, con l’intenzione di fondarvi una nuova città.

Proprio lì, lui, patrizio di nobile famiglia, nonché senatore dell’allora impero, volendo evitare un’immane sconfitta contro i Volsci, provò con garbo e la forza della preoccupazione a convincerli di ritornare a Roma, dietro la promessa di concedere una più attiva partecipazione al governo della città, ben consapevole di essere comunque amato dalla plebe per l’inedita bontà.

Nel suo storico discorso, semplice e toccante cercò di far capire che così come le membra e lo stomaco sono reciprocamente legati da comuni interessi, allo stesso modo patrizi e plebei dovevano riconoscere la loro vicendevole dipendenza.

Ciò significa che la prossima volta, prima di prevedere presuntuosamente l’esito di una finale, dipingendo come gufi parte del proprio popolo e consegnandosi poi al nemico senza le forze necessarie, o ritenute tali, sarebbe meglio prepararsi adeguatamente, per evitare di squagliare le “membra stanche” ed un instancabile mal costume.

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