Il successo della Premier League inglese ad opera del Leicester di Ranieri, e quest’anno del Chelsea di Antonio Conte, significa molto più di un’affermazione tecnica, ma la sterminata conferma che il calcio ha un solo credo: difesa e ripartenza.

Anche in Champions League, le ultime edizioni hanno visto trionfare allenatori e squadre molto più verticali che legate al possesso palla, evidenziando una linearità tattica meno ancorata a ferree strategie di movimento, ma più semplici ed efficaci difesa e contropiede.

I tentativi di Sacchi, di Guardiola, di Wenger, di Klopp, di Sarri e di tutti coloro che credono nella vittoria attraverso il bel gioco, sono l’esaltazione di concetti nobili, potenzialmente concretizzabili, ma solo per mezzo di fenomeni tecnici e atletici quasi mai riuniti in un gruppo di giocatori a disposizione dell’allenatore.

I successi di Milan, Barcellona, Napoli, Borussia Dortmund, Arsenal, sono in alcuni casi straordinari, ma solo per il frutto miracoloso di un insieme di talento incommensurabile, e più unico che raro; in altri, il tentativo di emularli credendo fortemente che sia possibile e verosimile.

Una formazione tattica rispettabile, ma desueta in secoli di storia del calcio, che ha visto quasi sempre vincere tantissime squadre concepite attraverso l’interpretazione dei concetti di gioco nati con esso, che moriranno con esso.

Difesa e contropiede, che piaccia o no, sono la massima espressione calcistica quando è consumata con un’importante espressione tecnica, con l’arguzia, la sagacia tattica e una cinica realizzazione in fase offensiva.

Il resto appartiene ai rivoluzionari, che nella storia ci sono sempre stati; nel calcio come in politica, come nella ricerca, nella scienza e nella medicina.

Quando la materia è calcistica, però, è molto più semplice, perché il confronto riguarda persone con gli stessi mezzi e le stesse conoscenze: ecco perché, quelli troppo convinti di se stessi, spesso, infine, non vincono niente.

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