“Era matta e tutta sbagliata. Era vera”. Come l’Inter praticamente.

L’autore di questa magnifica espressione non è conosciuto, ma la saggezza lasciata in eredità è decisamente molto più importante.

La stagione di Icardi, conclusa con un bottino di 25 goal all’attivo, ha lasciato comunque un passivo alla squadra in termini di obiettivi; perché è il capitano e per le responsabilità che quel ruolo comporta.

Una caduta verticale e rovinosa, che ha coinvolto anche lui nel finale di campionato, rompendo le ossa anche a molti dei suoi compagni, futuri partenti per nuove esperienze.

La nuova maglia presentata, e molto discussa dai tifosi, già abbastanza impegnati a cercare di non corrodersi troppo il fegato ormai in parte compromesso, non rappresenta sicuramente un nuovo inizio da cui ripartire, ma il primo piano che lo immortala indossandola davanti ai suoi pochi compagni presumibilmente confermati, è certamente l’unica cosa importante in mezzo a una marea di chiacchiere.

Le consuete dichiarazioni di affetto per Mancini, che l’ha aiutato moltissimo ad interpretare ottimamente il ruolo di prima punta, non cambiano nella sostanza un atteggiamento generale inadeguato per gli standard di un club come quello nerazzurro.

E gli basterebbe andare a vedere chi ha avuto l’onore di averla al braccio in tutti questi anni, per capire che non basta talento, ma occorre anche metterlo al servizio della squadra, dando l’esempio e garantendo sempre la massima concentrazione in campo.

Dal prossimo campionato, con ogni probabilità, ci sarà Spalletti a dirigerlo dalla panchina; forse, potrà ricavare nuovi insegnamenti, ma soprattutto motivazioni per condurre l’Inter verso la Champions League, considerando, tra l’altro, i numeri dell’attacco romanista allenato quest’anno dal tecnico di Certaldo.

Un’occasione per recuperare credito e riprendersi l’affetto delle migliaia di tifosi rassegnati alla sconfitta o, peggio ancora, all’idea di non rivedere più l’altro rovescio della medaglia.

Però c’è un motivo valido per credere che presto possa davvero fare la differenza ed è proprio riconducibile ai suoi tre anni di esperienza all’Inter, dove ha conosciuto solo la sconfitta; forse, a furia di perdere, chissà che non abbia capito finalmente di cambiarne il verso.

 

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