Oggi ricorre l’anniversario della nascita di Sandro Penna, avvenuta a Perugia il 12 giugno 1906.

Il poeta compie studi irregolari e consegue il diploma in ragioneria. Nel 1929 si trasferisce a Roma dove rimane stabilmente, salvo un breve periodo trascorso a Milano durante il quale lavora come commesso in una libreria. Per integrare le scarse rendite ereditate dalla madre svolge incarichi saltuari e collaborazioni letterarie che non gli garantiscono però un tenore di vita dignitoso anzi, soprattutto in vecchiaia, conosce momenti di dolorosa povertà. Muore a Roma nel 1977.

Le opere

Negli anni ’30 alcune sue poesie attirano l’attenzione di Umberto Saba, al cui giudizio le ha sottoposte. La prima raccolta vede la luce nel 1939 e si intitola Poesie, seguita nel 1950 da Appunti e, nel 1956, da Una strana gioia di vivere. Queste raccolte, insieme ad alcuni inediti, confluiscono nel 1957 in un nuovo volume dal titolo Poesie con cui lo stesso anno Penna vince il premio Viareggio. Poeta per vocazione, egli sperimenta anche la prosa con la miscellanea Un po’ di febbre.

Scritte e pubblicate in fasi differenti, le poesie di Penna si configurano come una specie di canzoniere in fieri che si accresce continuamente. In esse non si canta una storia ma si ripetono temi, forme e situazioni costanti di cui viene esaltato ogni minimo particolare. Il nucleo generativo è quello dell’amore omosessuale che in alcuni casi sfuma in immagini più generiche della gioia d’amore, in altri richiama, sublimandoli al livello supremo, rapporti concreti.

La poetica

Penna intende la poesia come affermazione assoluta del valore della Vita. Grazie a essa la sua condizione di omosessuale, che lo pone ai margini della società, viene “risarcita” poiché viene trasferita su un piano più alto, non solo tollerato ma anche autorizzato dalla morale corrente. La poesia è per Penna una forza primigenia e incosciente che permette di cullarsi dolcemente entro la realtà.

È per questo motivo che egli, che pure è un “irregolare”, vive tale situazione in una sorta di ebbra serenità, ne gode, ne viene esaltato. E l'”irregolarità” diventa un canto d’amore per ogni aspetto dell’esistenza, anche per il sorgere del sole e per il suo spegnersi nella tenebrosa quiete della notte.

Quella di Penna è una poesia che si dà in rapide pennellate, in brevi lampi che richiamano la struttura dell’epigramma antico. D’altra parte il riferimento al mondo classico è confermato dal linguaggio esibito da Penna; un linguaggio elegante e prezioso.

Dietro l’afflato vitalistico della poesia di Penna si cela però un quid angoscioso e tormentato. La gioia “irresponsabile” ha come doloroso corrispettivo un’inesorabile solitudine la quale nasce dalla consapevolezza che la perfezione di tutte le cose non è altro che un labile artificio. Il canto gioioso nasconde una nota stridula, il lento consumarsi del poeta che sa di essere destinato a una morte senza disperazione.

Penna non era inserito nei grandi circuiti intellettuali, eppure intorno a lui è sorto un mito che affonda le radici proprio nella sua personalità composita ed enigmatica, fatta di luci e ombre, di gioia e angoscia.

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