Igor il Russo, o Igor il Serbo, è svanito nel nulla. Non lo cercano più. Almeno, non lo cercano più con i cani, le pattuglie speciali, i poliziotti con le galosce e i mitra. Forse lo stanno rintracciando con altri mezzi, più sofisticati. Ma dopo tre mesi e due omicidi, il mostro di Budrio può essere ovunque. Tranne che dove dovrebbe essere. In una cella d’isolamento.

In questi casi ci vuole fortuna, per il cacciatore che parte in svantaggio sulla lepre. Il cacciatore deve “capire” le mosse della lepre. Igor non l’hanno capito. Ci vorrebbe un Truman Capote per entrare nel cervello bacato del killer, quel Truman Capote che cinquantuno anni fa trasportò letteralmente la cronaca nera nella letteratura. Pensiamoci un attimo a questi omicidi “a sangue freddo”.


Perché tra la via Emilia e il Kansas passano due storie così lontane e così vicine, sono di quelle storie che fanno paura, da raccontare e sentir raccontare con la pelle d’oca. Due maledette storie di killer. Molti decenni e migliaia di chilometri passano tra il massacro della famiglia Clutter – Herbert, la moglie Bonnie, due dei suoi quattro figli, Nancy e Kenyon (era un grigio giorno del novembre 1959) e l’efferato doppio delitto dall’altra parte del mondo in Emilia, Italia (1 e 8 aprile 2017) quando un assassino senza nome e senza volto ammazza due persone assolutamente normali.

Al posto del povero Herbert Clutter, un onesto coltivatore come ce ne sono miliardi, sulla scena del delitto c’è il signor Davide Fabbri, proprietario di un bar di Riccardina di Budrio, nel bolognese. È la sera del primo aprile quando Norbert Feher, alias Igor Vaclavic (si dice che abbia usato una dozzina di nomi) fa il suo ingresso nel locale che vuole rapinare – in abiti mimetici e un fucile in mano – viene affrontato dal proprietario mentre due clienti si muovono ai lati della sala. Fabbri riesce a impossessarsi del fucile e a inseguire il malvivente che entra in un’altra stanza dove, poi, farà fuoco con una pistola freddando il proprietario del bar. Subito la polizia scatta alla ricerca del killer, ma è ancora una caccia stanca, quasi di routine, chissà se i capi non stiano sottovalutando l’abilità dell’assassino, che rivela presto di cosa è capace.

E così, la settimana successiva, cioè l’8 aprile, Norbert Feher-Igor Vaclavic, a Portomaggiore, nel Mezzano uccide un’altra vittima sacrificale perché così gli ordina il clic nel buio della sua mente, e stavolta a cadere sotto il suo fuoco è la guardia ecologica volontaria Valerio Verri, 62 anni.

Chi sono questi assassini? Perché ammazzano gente inerme, indifesa, normale? Chi erano davvero Perry Edward Smith e Richard (“Dick”) Hickock, i boia fuori di testa di Holcolm, Kansas, Usa, una cittadina non molto più grande di Budrio, Emilia, Italia? La giustizia li acciuffò, poveri idioti, li schiaffò in galera ma siccome nel Kansas non basta li impiccarono in una lugubre notte di tanti anni dopo. E nemmeno quando confessarono che avevano fatto quell’iradiddio nella casa dei Cluster così, tanto per fare di una rapina da quattro dollari un fatto epico – ma naturalmente non usarono questa parola – fu chiaro il vero perché di tutto quel che era successo, lì ad Holcom.

Truman Capote impiegò sei anni a scrivere A sangue freddo (In cold blood), la più veritiera e al tempo stesso letteraria storia che sia mai stata raccontata. Raccontò uno dei due killer – lo riporta Capote: “Un attimo prima che gli chiudessi la bocca il signor Clutter mi domandò, e quelle furono le sue ultime parole, come stava sua moglie, se stava bene, e io dissi che era tutto a posto, che tra poco si sarebbe addormentata, e gli dissi che non mancava molto al mattino e che allora qualcuno li avrebbe trovati e tutta quella storia, io, Dick, e il resto, gli sarebbe parsa come un sogno. Non lo stavo prendendo in giro. Non avevo intenzione di fargli del male. Mi pareva un signore molto simpatico. Cortese. La pensai così fino al momento in cui gli tagliai la gola“. Torna la domanda: chi erano davvero quei due assatanati?

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Eh già, ci vorrebbe un Truman Capote per mettere insieme i pezzi della storia di Igor il Russo, che a differenza di Smith e Hickock, ora è uccel di bosco e verosimilmente lo resterà fino a che finirà all’inferno o a qualcosa di simile. Capote saprebbe ricostruire tutto, chi è, da dove viene, cosa ha fatto, chi lo ha aiutato, come è riuscito a farsi beffe di migliaia di poliziotti, dove è finito. Sì, Capote saprebbe ascoltare i sinistri clic che scattano nella mente del mostro, perché scattano, per quale assurdo miracolo un uomo si trasforma in animale mimetizzandosi con le canne delle paludi, non mangiando, non bevendo, non pensando, obbedendo solo a quei dannati clic nella testa.

Infatti “Igor mangia e utilizza tutto quello che può offrire un territorio come questo, è una persona che in questo momento si sente braccata e può anche sopravvivere con poche cose, quei pochi frutti o verdure, uova o galline che il territorio può offrire” aveva detto costernato il comandante provinciale dei Carabinieri di Bologna, colonnello Valerio Giardina. Un animale che non esita a fasri beffe dei suoi inseguitori. Gli manda pure una cartolina-beffa.

E ora che si è deciso di smettere le ricerche, ora che lo Stato si è guardato allo specchio incredulo del suo insuccesso, ora che Igor il mostro è evaporato nel nulla, se si ripensa a tutta la storia c’è da non crederci. Ma come ha fatto, questo diavolo, a salvarsi?
Una volta Perry disse (pag.132, prima edizione Garzanti): “Ci deve essere qualcosa di sbagliato in noi due”. Gia, litigavano spesso – Hickock era forte e giovane mentre Perry era malaticcio e complessato. Invece Igor non ha il problema di avere un socio, è solo, decide da solo, ammazza da solo. I due balordi del Kansas inciamparono nelle confidenze alla polizia di un terzo uomo di nome Floyd, un galeotto che si voleva vendicare di Perry e mise gli agenti sulla scia dei due assassini; mentre Igor non lo conosce nessuno, la solitudine gli fa da scudo contro il mondo.


Capote avrebbe saputo ricostruire come ha fatto a vivere per mesi braccato, con centinaia di poliziotti alle calcagna – non le scalcagnate volanti di Holcom, Kansas, con le marmitte fumanti e la polvere nel motore
. Già, Capote avrebbe capito che ci deve essere per forza qualcuno pronto a dare del cibo al mostro, qualcuno che gli ha dato un lucido giaciglio per qualche notte con una vecchia coperta di lana per ripararsi dal gelo umido delle paludi.


E fra le paludi e la nebbia lo Stato, in quei quaranta chilometri quadrati di boscaglia e corsi d’acqua tra le oasi di Campotto e Marmorta, appare fin dalla sera del primo delitto abbastanza baldanzoso sicuro del fatto suo, “lo prendiamo, è braccato
”. 
Strana sicumera: il campo da gioco è impossibile, la partita a scacchi con la morte si svolge fra gli anfratti più impensabili, quella delle terre che lambiscono il delta del Po. Da una parte quasi 800 uomini impegnati a braccarlo, dall’altra l’assassinio di Budrio e Portomaggiore, Igor il Russo o meglio Norbert Feher, perché per gli inquirenti è questa la sua vera identità. Ed è l’unica cosa che si sa di lui, del fantasma di Budrio che conserva il suo sangue freddo, chissà dove.

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