Brunei, il sultano ci ripensa: niente pena di morte per gay e adulteri

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Sultano del Brunei: nessuna condanna a morte per adulteri e gay.

Circa un mese fa, l’annuncio dell’estensione della pena di morte nei confronti di omosessuali e adulteri da parte del sultano del Brunei aveva indignato il mondo politico e l’opinione pubblica internazionale, sollevando numerose e fragorose proteste verso questa terribile decisione. Adesso, per fortuna, dal Paese asiatico è giunta una notizia di tutt’altro tenore, giacché Hassanal Bolkiah, il monarca della nazione del Borneo, in un discorso tenuto ieri, 5 maggio, ha annunciato che non ci sarà più la pena capitale per lapidazione verso gay e infedeli nei rapporti di coppia.

Stando a quanto riportato dalla BBC, il sovrano del Brunei avrebbe deciso di rinnovare la moratoria (sospensione) relativa alla pena di morte anche alla nuova legislazione: nello Stato asiatico l’esecuzione capitale è in vigore per alcuni reati, ma per fortuna dal 1957 non si registrano condanne di questo genere. Il dietrofront del sultano 72enne potrebbe essere avvenuto proprio in seguito alle proteste che si sono susseguite in tutto il mondo in queste settimane che, oltre ad esponenti politici di rilievo, hanno visto scendere in campo anche delle star internazionali che hanno proposto di perpetrare una serie di boicottaggi in segno di ribellione verso l’intenzione di introdurre nuove leggi in rispetto alla sharia islamica.

Tra i personaggi famosi più attivi nel voler contrastare la pena di morte in Brunei verso omosessuali e adulteri ci sono stati soprattutto l’attore George Clooney e il cantante Elton John. Entrambi, infatti, in più di un’occasione hanno invitato a non recarsi più nei numerosi hotel di lusso sparsi per il mondo e di proprietà di Hassanal Bolkiah. Inoltre proprio Clooney aveva definito senza mezzi termini la decisione del monarca come una vera e propria «violazione dei diritti umani».

Ad ogni modo, se da un lato ha ufficializzato il suo passo indietro, dall’altro il sultano del Brunei ha voluto comunque chiarire che, nonostante abbia concesso la sospensione della pena di morte nei confronti di gay e adulteri, si tratta comunque di nuove norme necessarie, la cui reale portata verrà chiarita presto. Ricordiamo che (purtroppo) nel Paese asiatico l’omosessualità viene etichettata come una pratica illegale, un reato che può comportare a condanne fino a 10 anni di detenzione.

Pena di morte: nel 2018 esecuzioni in calo

Il dietrofront di Hassanal Bolkiah rispetto alla sua iniziale volontà di introdurre le esecuzioni capitali verso adulteri e omosessuali si inserisce nel quadro più generale emerso dal rapporto di Amnesty International sulla pena di morte, secondo cui nel 2018 ci sarebbe stata una riduzione di quasi un terzo delle condanne in tutto il mondo, passando dalle circa 993 del 2017 a 690. Purtroppo però in questi dati non rientra la Cina, la quale non divulga informazioni in merito, ritenendo che si tratti di segreti di Stato, anche se si pensa che nel colosso asiatico possano essere migliaia le persone condannate a morte.

Il segretario generale di Amnesty International, Kumi Naidoo, di fronte a questi numeri che fanno ben sperare per il futuro, ha voluto mettere in guardia la comunità internazionale, ricordando che ci sono ancora alcuni Stati dove proprio di recente si sarebbe registrato un ricorso maggiore alla pena di morte. Nel dettaglio, in questo macabro elenco rientrerebbero Stati Uniti, Giappone, Bielorussia, Sudan e Singapore. Ancor più particolare risulterebbe il caso della Thailandia che ha dato luogo alla prima esecuzione della sua storia nel 2009, mentre in Sri Lanka dopo più di 40 anni sarebbero state reintrodotte le pene capitali.

Amnesty International ha ricordato che il suo rapporto è stato stilato tenendo conto di fonti e dati ufficiali, ma anche di testimonianze provenienti dai familiari di alcuni condannati a morte, da altre associazioni e dai più affidabili mezzi di comunicazione. Il documento abbraccia il periodo che va da gennaio a dicembre del 2018 e si concentra sul ricorso giudiziario alle esecuzioni capitali. Nel complesso, i Paesi che fanno ricorso a questo brutale strumento sono gradualmente diminuiti negli ultimi 10 anni, passando dai 51 del 2007 ai 36 del 2017: di questi, soltanto 6 hanno una forma di governo che può essere definito una democrazia liberale e nell’ultima rilevazione la pena di morte è stata attuata in due realtà: gli Stati Uniti (23 detenuti condannati) e il Giappone (4 detenuti).

Amnesty International: il rapporto sulla pena di morte.

Tra le realtà in cui la situazione è più delicata risulterebbe l’Iran, che segue la sharia, mentre in Europa l’unico Paese in cui ancora sono vigenti le esecuzioni capitali è la Bielorussia.

Amnesty International evidenzia inoltre che ancora nel XXI secolo ci sono degli Stati in cui l’omosessualità viene considerata come un reato da punire con la morte: escludendo il Brunei dopo il recente passo indietro del sultano, sarebbero 10 i governi che presenterebbero nel proprio ordinamento le esecuzioni ai danni dei gay (tra questi ci sarebbero Afghanistan, Dubai e Somalia) mentre il numero salirebbe a 70 per quanto concerne i Paesi nei quali l’omosessualità viene definita illegale.

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