Boris Giuliano, 41 anni dall’assassinio

0
977

È la mattina del 21 luglio 1979, il capo della squadra mobile di Palermo, Boris Giuliano si trova nel bar Lux, in via Di Blasi a Palermo. Ebbe appena il tempo di bere il suo caffè, quando nel locale entrò un uomo, armato.

Prima che chiunque fosse presente potesse agire, l’uomo colse di spalle, vigliaccamente, Boris Giuliano e gli scaricò addosso sette colpi di pistola, che lo uccisero. Si era avvicinato troppo alla verità, aveva scoperto meccanismi e trame che dovevano rimanere nell’ombra. Pagò cara la sua sete di giustizia. Per questo non va dimenticato. Mantenere vivo il ricordo, onorare il sacrificio compiuto è fondamentale.

L’atroce eccidio, una violenza inaudita contro un uomo inerme e disarmato, gettò nello sgomento la Nazione. Qualche anno più tardi l’assassino ebbe un volto, un nome ed un cognome: Leoluca Bagarella, uno dei più cruenti killer di Cosa Nostra, nonché cognato di Totò Riina.

Nel 1995 Bagarella terminò la sua latitanza e venne condannato all’ergastolo come esecutore materiale dell’omicidio, insieme ad altri boss mafiosi, identificati come mandanti.

Chi era Boris Giuliano: “lo sceriffo buono”?

In occasione di una rara intervista concessa, tempo addietro, dal figlio di Boris Giuliano, Alessandro, scopriamo il suo lato più umano.

Si può essere poliziotti senza dimenticarsi di essere uomini, riferisce Alessandro Giuliano, questo è uno degli importanti messaggi trasmessi dal padre e che esprime la sua nobiltà d’animo. Infatti, come racconta il figlio, Boris Giuliano era il poliziotto che tendeva la mano al prossimo, specialmente ai più indifesi, come i bambini. Quando si imbatteva nei bambini che giungevano, non accompagnati, in questura lui se ne faceva carico, prendendone a cuore la causa. Molto spesso li portava a casa sua, per farli giocare insieme ai suoi figli nell’attesa che si risolvesse la situazione.

Alessandro Giuliano sostiene: “aveva un’umanità grandissima“.

Inoltre, nutriva profondo rispetto per le Istituzioni e credeva fortemente nel suo lavoro. Ne ha fatto una missione, sposando la causa della lotta alla criminalità organizzata. Non esitò mai nel portare a termine indagini pericolose, che potevano costargli la vita, proprio come successe.

I metodi investigativi nuovi: “l’unione fa la forza”

Nella Palermo degli anni ’70 Boris Giuliano era a tutti gli effetti, un poliziotto innovativo. Fu il primo a presentare metodi, con cui condurre le indagini, alternativi a quelli già esistenti.

Intuì, innanzitutto, che in quel periodo la Sicilia stava assumendo, poco a poco, il ruolo di fulcro attorno al quale ruotava il traffico internazionale di droga. Business illecito, controllato e gestito da Cosa Nostra, che legava la Sicilia agli Stati Uniti. Così, aprì la strada alle prime grandi indagini sulla mafia in Sicilia.

Inoltre, si rese conto che la vera forza stava nell’unione. Era convinto che l’unione della squadra, un’unione di intenti diretti verso il medesimo scopo condiviso, fosse la vera arma vincente. In tal senso, precorse il modus operandi adottato dal Pool Antimafia, presieduto da Rocco Chinnici.

All’epoca la collaborazione, così come la cooperazione tra nazioni, era una cosa non contemplata, una vera novità. La sua squadra si componeva di uomini, animati come lui dal medesimo senso di giustizia, ciascuno con un ruolo ben definito. Pattugliavano le strade della città, palmo a palmo, nulla veniva lasciato al caso.

Caratteristica che contraddistinse sempre il suo lavoro fu l’idea per cui, come diceva egli stesso “bisogna sterilizzare la scena del crimine, così che qualsiasi indizio e qualsiasi impronta lasciata dagli assassini può essere utilizzata a pieno“.

Medaglia d’oro al valor civile

Valoroso funzionario di Pubblica Sicurezza pur consapevole dei pericoli cui andava incontro operando in un ambiente caratterizzato da intensa criminalità, con alto senso del dovere e non comuni doti professionali si prodigava infaticabilmente nella costante e appassionante opera di polizia giudiziaria che portava all’individuazione e all’arresto di pericolosi delinquenti, spesso appartenenti ad organizzazioni mafiose anche a livello internazionale. Assassinato in un vile e proditorio agguato tesogli da un killer, pagava con la vita il suo coraggio e la dedizione ai più alti ideali di giustizia“.

Le parole del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

Il ricordo di Boris Giuliano rafforza la consapevolezza del valore della legalità come condizione di libertà e di coesione sociale e, con essa, l’impegno responsabile dell’intera comunità nazionale per giungere al definitivo sradicamento del criminale fenomeno mafioso“.

Boris Giuliano è, a tutti gli effetti, un simbolo della lotta alla criminalità organizzata, del desiderio di una terra libera dalla coercizione mafiosa. Il suo sacrificio, in nome di un altissimo ideale di giustizia, non deve essere vanificato. Come tale, è giusto ricordarlo e comprendere l’importanza dell’eredità di pensiero che ha lasciato.

A tal proposito, sono toccanti e custodi di una profonda verità, le parole pronunciate da Selima Giuliano, figlia minore del poliziotto, in occasione del quarantesimo anniversario della sua morte:

14.610 giorni di assenza, 40 anni. Una vita intera in cui sono stati compiuti atti, scelte, vita, studio, passione, amore. Sono nati figli meravigliosi. Eppure l’assenza è stata sostituita da presenza piena di orgoglio, il dolore acuto da un dolore sordo interiore e la sofferenza dalla speranza che morire non è stato vano e che questa terra un giorno sarà bellissima“.