Tra giovedì a venerdì Norbert Feher è sfuggito per pochissimo alla cattura. Ma gli uomini delle forze speciali sono certi: “Prima o poi commetterà un errore”

 Pioveva fitto quando “Igor” è passato sotto gli infrarossi di un cacciatore appostato sopra un terrapieno. La sagoma luminosa sbucata da un campo di erba medica è stata visibile per alcuni secondi. Poi è sparita dietro un casolare. “Agganciato a circa 600 metri”, si è sentito per radio.


L’ultimo blitz dei gruppi speciali è scattato poco dopo le «zero tre», tra giovedì e venerdì, e solo per un soffio Norbert Feher, o come lo chiamano nella bassa, “Igor il russo”, è riuscito nuovamente a svanire nel nulla. I mezzi del paracadutisti del Tuscania, dei cacciatori di Calabria, delle Sos e delle Api antiterrorismo sono rientrate alla caserma di Molinella che il sole era appena sbucato oltre gli acquitrini: «Resta l’amarezza, ma è comunque un buon risultato. Abbiamo la certezza che fosse lui ed è la prova che si trova ancora qui». Le parole di uno degli ufficiali che coordinano le ricerche dell’assassino accusato di tre omicidi lasciano trasparire un misto di ottimismo e stanchezza. Guarda la mappa e punta l’indice sulla macchia verde tra i comuni di Molinella e Argenta. È su quel fazzoletto di terra che il killer di Davide Fabbri, Valerio Verri e, forse anche di Salvatore Chianese, trova rifugio ormai da un mese. Ed è sempre lì che si gioca una partita a scacchi ormai tutta notturna. Di giorno Feher se ne sta nascosto da qualche parte, quando cala l’oscurità e i morsi della fame iniziano a stringergli le viscere, il fuggitivo tenta qualche sortita per trovare da mangiare.


Il colonnello Valerio Giardina non ha mai avuto dubbi: «Da tempo abbiamo riscontri oggettivi che ci dicono che non si è mai allontanato». Sono i profili di Dna già estratti da alcuni reperti trovati nella boscaglia, a cui si aggiungono le segnalazioni. Mercoledì all’alba un pachistano è arrivato in bicicletta a uno dei tanti posti di blocco che per 70 chilometri cinturano le ricerche. Ha raccontato ai carabinieri di aver incrociato un uomo che non poteva che essere “Igor”: era trasandato, con il volto tumefatto sulla parte sinistra e la maglietta intrisa di sangue rappreso. Alla vista del contadino il fuggitivo avrebbe iniziato ad avvicinarsi con una mano dietro la schiena come se impugnasse un’arma. Per la paura il pachistano si è messo a pedalare come un forsennato fino a raggiungere i militari. Anche in questo caso non poteva essere che il serbo: «chi altri se no».  

A Molinella, dove ha sede la centrale operativa delle ricerche, c’è sempre un via vai di mezzi militari. Il cambio turno è sul posto per non lasciare buchi nella rete dei controlli. Ogni “team” ha il suo “quadrante” da presidiare, i suoi casolari da tener d’occhio, le sue stalle e le baracche da perquisire. Dai 12 ai 15 uomini guidati da un caposquadra. Lavorano assieme, senza soluzione di continuità tra i vari reparti: «Si completano nelle diverse competenze». Osservatori attenti come i cacciatori di Calabria, esperti in rastrellamenti come i parà e specialisti come quelli dell’antiterrorismo. Poi ci sono i carabinieri del battaglione e i ragazzi della territoriale che giorno e notte controllano ogni strada, ogni incrocio. «Igor è sempre più schiacciato ed è anche sempre più debole dal punto di vista fisico», si lascia sfuggire uno dei coordinatori, «prima o poi farà un errore».  

Duecento uomini circa sono impegnati all’interno del perimetro delle ricerche. Le squadre che di giorno battono il territorio si muovono sulle indicazioni fornite durante le riunioni della sera. Seduti attorno a un tavolo ci si scambia informazioni e si controllano le immagini girate dall’alto o dalle telecamere piazzate nella boscaglia o nei canneti. I veterani sanno che il killer ha il vantaggio di conoscere il territorio come le sue tasche, ma sanno anche che ogni giorno che passa i carabinieri acquisiscono i dati che nelle prime settimane mancavano. In caserma si lavora sulle carte, sul campo si conta sulla collaborazione dei contadini. «Abbiamo i nostri punti di osservazione», spiegano al quartier generale, «ma i contadini sono in grado di notare persino i latrati strani dei cani».

Al tramonto gli uomini preparano le attrezzature e le armi in attesa degli ordini degli ufficiali. Quando i capisquadra arrivano con le cartine in mano c’è giusto il tempo di un’ultima telefonata a casa, un sms alle mogli o alle fidanzate, un «ti voglio bene» ai figli. Poi i cellulari si spengono e le comunicazioni iniziano a girare solo sulle frequenze riservate. Nascosti nei campi, con un ginocchio a terra e il mitra poggiato sull’altra gamba, i militari si preparano a un’altra notte di caccia a Igor, nella speranza che possa essere interrotta dalla chiamata di uno degli “osservatori” mimetizzato da qualche parte: «Agganciato». Nella mente passano le immagini dell’affetto della gente di queste valli. Chi sta ai posti di blocco sulla strada sa che nella notte arriverà qualche cameriere che finito il turno riempirà una bottiglia di caffè e passerà a salutare. «Lo prenderete ragazzi, coraggio. È solo un uomo». Succede quasi ogni notte, sperando che sia l’ultima.

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