Bivaccando con Cecé Tripodo

0
372

Vincenzo Tripodo, in arte e per gli amici Cecé, è un personaggio assai particolare. In qualsiasi situazione non passa certo inosservato (ed è una cosa che adora). Sarà la stazza, sarà il carattere, sarà la sua quasi totale incapacità di filtrare ciò che pensa (“penso di avere una forma di Sindrome di Tourette”)… A cominciare dall’aspetto, i vent’anni che dichiara di avere non glieli daresti mai: fuma come un turco, ha un barbone incolto, una voce profonda, rauca, cavernosa, un ego grande quanto lui e una serie di esperienze da raccontare che non diresti mai che sia bastata un’adolescenza per viverle. Ha poi due grandi passioni: suonare e rompere i coglioni agli sconosciuti. Quando non è impegnato a offendere i passanti dalla finestra del suo nido nel centro storico aretino o ad apostrofare sfrontatamente le tipe, Cecé scrive canzoni e si attacca alla sua fida chitarra. Basta poco per capire che lo studio delle lingue è in realtà una copertura, quasi un passatempo: nel parlare con lui ci si rende conto che tutti i suoi progetti sono concentrati sulla carriera cantautoriale. Lì sta il suo amore. Quello gli interessa davvero. Il resto ha poca importanza.

Mi sono incontrato per pranzo con Vincenzo per parlare un po’ del suo primo EP. Uscito nell’Estate 2016, porta il titolo di “Il Bivacco” ed è la fase inaugurale di un interessante percorso che è già più che abbozzato nella testa dell’autore. L’ho ascoltato più volte e sono stato piacevolmente colpito dall’inaspettata maturità che risalta dai testi e dalle musiche. Ad affiancare Cecé nei cinque pezzi del cd ci sono altri quattro musicisti: Alessio Fantini (batteria), Enzo Furlani (basso), Enrico Bozzano (chitarra classica) e Luigi Lo Presti (sax).

Non c’è una canzone che non sia orecchiabile, ballabile e divertente, anche se un tormento di fondo è sempre presente sotto la trama dei testi. Ognuna affianca agli stilemi del cantautorato italiano vecchio e nuovo (c’è molto di Mannarino nelle sonorità) elementi piuttosto originali, veicolati soprattutto dai testi, spesso giocati sulle ambiguità sessuali e sulle metafore, sull’ironia e sulle sensazioni.

Lasciamo però che da ora sia l’autore stesso ad esprimersi sul proprio lavoro. Cecé è estremamente onesto e diretto; le risposte che ha dato alle mie domande provengono tutte dal “ragazzo Vincenzo Tripodo”, non dal “personaggio Cecé”. Che poi, a dirla tutta, c’è pochissimo scarto tra le due figure.

Ciao Cecé. Prima di tutto una domanda assolutamente interessata: abbiamo la stessa età e non riesco a capacitarmene. Ti sei mai fatto di steroidi o fertilizzanti?

(ride) No, al massimo è stata tutta colpa della parmigiana di melanzane di Nonna.

“Bivacco”, il titolo del tuo primo album e quello per cui ora siamo qui; cos’è per te il bivacco? Perché lo reputi un momento così importante da dedicarci un album? Questa pigra chiacchierata in questo torrido pomeriggio di Giugno può definirsi “bivacco”?

Assolutamente sì, anche questo è bivacco. Tu hai fatto gli Scout, no? Sai che c’è negli Scout questa cosa del “bivacco”, questo momento di riunione, di relax… Il termine l’ho ripreso da quel mondo lì. Non vedo questo disco come il mio primo vero lavoro discografico, lo intendo più come “l’antigirone dell’inferno”, se consideriamo la carriera musicale come l’inferno di Dante. Il “Bivacco” è come l’anticamera dell’inferno, dove stanno gli Ignavi; è quella fase in cui tu non hai ancora un’identità propria, non sei un personaggio vero, non hai certezze e non hai deciso molte cose. E’ un pre-disco. Il bivacco è questa fase di passaggio tra questo cd e il primo disco vero e proprio, che sarà incentrato sul Girone dei Lussuriosi. E via dicendo, ogni album rappresenterà un girone diverso.

Ti scatenerai sui lussuriosi, eh?

Sarà il mio disco preferito!

Sei calabrese e ti porti dentro il fuoco della tua terra; tuttavia, hai vissuto per un po’ di tempo anche in Irlanda. Quale “mondo” ti ha dato di più, come persona e come artista?

Dal punto di vista di crescita molto probabilmente l’Irlanda, visto che in Calabria vivevo con la mia famiglia, dentro la casa dei miei e “sotto la gonna di mamma”, per capirci. In Irlanda mi sono ritrovato a quindici anni a dover fare la spesa da solo; ho realizzato di non essere in vacanza quando dopo una settimana avevo finito lo shampoo e dovevo andare a comprarlo. Mi ha aiutato molto anche dal punto di vista artistico, anche se un fatto curioso è che non ho mai scritto un pezzo intero là; il primo pezzo vero e proprio l’ho concluso quando ero già tornato in Italia. E’ una cosa che mi succede spesso: concepisco in maniera inconscia l’idea del pezzo e lo realizzo solo mesi dopo. E solo a posteriori ti rendi conto di questa cosa.

E a quale dei due mondi ti senti più vicino?

Mah, io mi sento “più vicino” al mondo in generale. Una delle frasi che mi piace di più è che “tutto il mondo è paese”. Le differenze culturali ci sono, ma appena vai oltre noti che dietro c’è sempre e solo l’uomo.

E di questo soggiorno aretino, palcoscenico del tuo album, cosa pensi?

E’ una cosa strana. Mi aspettavo che avrei fatto una cosa del genere in Irlanda, o nella mia terra madre. Invece è andata così; sono molto contento di aver trovato aretini che mi hanno aiutato a portare a compimento questo lavoro.

Tutti i musicisti e cantautori hanno sempre avuto un grande punto di riferimento dal quale partire, per quanto innovativi e dirompenti siano stati poi in seguito. De André non perdeva mai occasione di citare Brassens, De Gregori stravedeva (e stravede tuttora) per Bob Dylan; qual è l’artista a cui sei più affezionato e che ringrazieresti col cuore se avessi davanti?

Sicuramente De André. E’ stato la prima persona che mi ha fatto innamorare dello “spettacolo”; mi sono innamorato prima di tutto del “personaggio De André”, guardandolo nei live trovati in giro su Youtube. Ho pensato che avrei voluto fare la stessa cosa, attrarre il pubblico allo stesso modo, tramite la stessa aura di Faber. Poi ovviamente mi hanno ispirato Guccini, De Gregori, Dalla… dei nuovi mi piacciono tanto Capossela, Mannarino, Rondelli… e poi c’è l’amore sconfinato per Caparezza, l’artista più completo in questo panorama italiano. Ma mo’ è arrivato da magnà, quindi magnamo e poi continuiamo (improvvisamente molto romano e poco calabrese)

Come ti nasce una canzone? Testo e musica vengono insieme o in rapporto consecutivo?

Penso che quando si scrive un testo, la musica è già nelle parole. Se scrivo “andammo a morire”, già in questa frase c’è un ritmo, una cadenza. Dal testo la musica mi sorge abbastanza spontanea.

Basta con le domande personali. Parliamo di questo ep. Se dovessi descriverlo “alla Cecé”, quindi nel modo più provocante e schietto possibile, cosa ne diresti?

Qui se ne esce con sentenze purtroppo intrascrivibili

Qual è il pezzo a cui sei più legato?

“Scaccolando”, l’ultimo. Ho scoperto a una lezione di letteratura inglese che nell’Inghilterra settecentesca un dipinto di un uomo e una donna che giocavano a scacchi costituiva una sorta di “Pornhub” dei tempi; da lì mi è venuta in mente sta cosa dello “scaccolare”, inteso come il “giocare a scacchi”.
Ci sono molto legato perché è il pezzo che chiude il Bivacco e preannuncia il prossimo disco, probabilmente lo aprirà. Ho ripreso l’idea di “Annunciatemi al pubblico” di Caparezza.

“Ti piace bere vino e far casino”, parli spesso di sesso e donne nel modo più schietto possibile, eppure canti che “prima ti innamori, e poi nel caso fai sesso”. È evidente dalle tue canzoni che in te pulsa una vena poetica non indifferente. Ti consideri un dionisiaco edonista o più un romantico sotto mentite spoglie?

Mi considero più Cecé, che si innamora del suo innamorarsi. Io mi piaccio quando e perché mi innamoro. Mi posso innamorare di una donna, ma mi innamoro soprattutto di come mi stia innamorando di quella donna; prima di tutto sono innamorato di me stesso. Non mi vergogno a dirlo, sono egocentrico all’inverosimile.

Sotto un certo aspetto ti stiamo annunciando al pubblico, come canti in “scaccolando”, omaggiando Caparezza. Cos’è per te il pubblico?

Allora, il pubblico se ti conosce e viene volontariamente perché gli piaci, mi fa un sacco piacere. Lo reputo la mia fonte di guadagno: ma non solo economico, anche personale. A fine concerto può succedere che io sia più contento del pubblico; quando apprezzano quello che faccio, capisco di aver lasciato loro qualcosa, che se ne vanno arricchiti. E questo mi rende molto soddisfatto e felice.

Qualche parola sui musicisti che ti hanno accompagnato in quest’avventura?

Non li nomino ovviamente in ordine di stima, ma a caso. C’è Alessio Fantini (percussioni e batteria) che non ha solo suonato la batteria, ma mi ha accompagnato anche nella fase precedente e successiva al disco. E’ il primo musicista che ho conosciuto qui e mi ha accompagnato da sempre, da quando l’ho conosciuto. Mi ha quasi forzato a fare il disco. Poi c’è Enzo Furlani al basso: un’altra persona splendida che tuttora mi accompagna, da cui si può soltanto imparare. Con le sue poche parole ti fa capire un sacco di cose importanti, anche gli errori, che ammetto di aver fatto. Poi ci sono Enrico Bozzano alla chitarra classica solista e Luigi Lo Presti al sax; poi per motivi lavorativi ho preso altri musicisti per i live. Gli unici due che sono rimasti sempre sono Fantini e Furlani.

E hai da raccontare qualche aneddoto sulle registrazioni dell’album?

Ho tenuto nascoste le registrazioni dell’album a tutti.

Neanche i musicisti lo sapevano.

Neanche i musicisti, li ho drogati e li ho fatti suonare come automi. No, a parte i musicisti, i fonici, i grafici e chi ha stampato le copie, nessuno sapeva di questo disco.

“Boh, ragazzi, direi che siamo come un unicorno col culo nel centro Italia e le corna rivolte verso Marte.” Frase micidiale, l’ho amata perché assolutamente insensata e inaspettata, congeda l’ascoltatore e lo lascia a metà tra il divertito e il confuso. Però l’unicorno ha un corno solo, lo dice anche il nome. Vorrei che chiudessi quest’intervista così, nella maniera più “ceciosa” possibile.

Mmm, ti dico una cosa: limitando un diritto non se ne possono ottenere altri. Limitando il diritto di un artista a fare satira o a salire su un palco e dire quello che gli pare non si può andare da nessuna parte. In Italia c’è questo problema: non è che manca la libertà di espressione, quella esiste, in teoria. E’ il mancato utilizzo alla libertà d’espressione il problema.

 

Il personaggio che vedrete sul palco a suonare le sue canzoni e a interromperle solo per dire quello che gli passa per la testa non è montato ad arte; basta poco per rendersi conto che Cecé è tale sia su un palco che a casa sua. E’ come un peperoncino della sua terra: bruciante, caustico, irritante per chi non sopporta il piccante… ma non si può negare che renda tutto più saporito. “Il Bivacco” è un promettente ingresso per l’inferno di questo gaudente cantautore; probabile che la discesa in esso si rivelerà più piacevole e entusiasmante di quanto pensiate.

Facebook

Commenti