Billy Milligan, l’uomo dalle 24 personalità

Billy Milligan, l'uomo dalle 24 personalità, fu protagonista di uno dei casi giudiziari più controversi di sempre. Ma chi era l'uomo dietro il caso clinico?

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Billy Milligan
In this photo taken on Feb. 3, 1984, Billy Milligan, right, and attorney L. Alan Goldsberry sit in court in Columbus, Ohio. Milligan, believed to be the first person to use a multiple personality disorder in an insanity defense, died Friday, Dec. 12, 2014, at a Columbus, Ohio, hospital. He was 59. (AP Photo/The Columbus Dispatch, Mary Circelli)

Chiunque si interessi a quell’ingarbugliato mistero che è la mente umana, probabilmente ha già sentito parlare di Billy Milligan. Il suo è stato uno dei casi più incredibili di disturbo dissociativo dell’identità di cui si è a conoscenza. Nonché il caso che ha cambiato per sempre l’approccio del sistema giudiziario alla malattia mentale, almeno negli Stati Uniti.

Chi era Billy Milligan?

Cercando informazioni sul web riguardo a Billy Milligan, inevitabilmente ci si imbatte nella sua pagina di Wikipedia, che definisce freddamente Billy “un criminale statunitense”. Non vi è dubbio che Billy abbia commesso, nel corso della propria vita, numerosi crimini violenti. Ma non è certamente per questo che lo ricordiamo.

Nato a Miami Beach il 14 febbraio 1955, Billy Milligan si scontrò molto presto con la crudele realtà della vita. Il padre naturale, Johnny Morrison, era un comico e cabarettista ebreo con un’insana passione per l’alcol e il gioco d’azzardo. Forse proprio a causa dei debiti di gioco, l’uomo si tolse la vita, quando Billy aveva quattro anni. Da lui, il figlio ereditò unicamente la fede ebraica, relegata però esclusivamente ad una delle sue numerose personalità.

Chalmer Milligan

Non molto tempo dopo, la madre di Billy, Dorothy, si risposò con Chalmer Milligan, che diede al bimbo il proprio cognome. Da lui, Dorothy avrà altri due figli, Kathy Jo e Jim. Molti anni dopo, la madre e i due fratelli furono chiamati a testimoniare per il caso di Billy, e confermarono quanto dichiarato da Billy stesso: Chalmer Milligan era un violento. Preda di feroci scatti d’ira, l’uomo picchiava abitualmente la moglie e pretendeva che in casa regnasse un ordine decisamente militaresco.

Ciò di cui nessuno dei tre dimostrò di essere a conoscenza furono, però, le attenzioni “particolari” che Chalmer riservava al piccolo Milligan. Secondo la testimonianza del ragazzo, infatti, il patrigno avrebbe cominciato ad abusare di lui fin da quando il bambino aveva nove anni. Oltre agli stupri, Milligan infliggeva al piccolo Billy vere e proprie torture, minacciandolo di morte se solo avesse osato confidarsi con qualcuno. In un’occasione, costrinse il ragazzino a scavare una fossa con le sue stesse mani, per poi seppellirvelo dentro.

Fu a causa di questi abusi che la psiche di Billy Milligan, già segnata dalla tragica morte del padre, cominciò a disintegrarsi, fino a scindersi in 24 diverse personalità.

Lo stupratore del campus

Intorno alla fine di ottobre del 1977, nel campus della Ohio State University regnava il panico. Nel giro di poche settimane, tre studentesse erano state rapite, condotte in un luogo isolato e violentate, per poi essere costrette a prelevare del denaro da cedere al proprio aggressore. Lo sconosciuto le aveva poi riaccompagnate al campus e liberate. Tutte le vittime avevano dato una descrizione simile dell’uomo che le aveva rapite: bianco, alto circa un metro e ottanta. Vi erano però delle differenze: una sola delle ragazze dichiarò che l’uomo portava dei folti baffi, mentre un’altra disse di aver notato che uno dei suoi occhi si muoveva in modo incontrollabile e indipendente dall’altro, sintomo di un particolare disturbo chiamato nistagmo.

Messe di fronte a un fascicolo di foto segnaletiche, però, le tre ragazze riconobbero il loro aggressore nella medesima immagine, quella di un giovane uomo di bell’aspetto, che aveva già avuto guai con la legge per rapina e aggressioni. Il suo nome era William Stanley Milligan.

Quando la polizia si recò nell’appartamento di Milligan, si trovò di fronte a un uomo decisamente confuso. Quando gli dissero il motivo per cui lo stavano arrestando, parve sconvolto. <<Che cosa è successo? Ho fatto del male a qualcuno?>> continuava a ripetere. <<Mio Dio, spero di non aver fatto del male a nessuno!>> Nell’appartamento, furono trovate le carte di credito delle vittime, nonché un discreto numero di armi, che Billy negò essere sue. Non c’era dubbio, tuttavia, che fosse lui il colpevole delle aggressioni alle tre studentesse. Lo stupratore del campus era stato acciuffato. Ma era soltanto l’inizio.

L’artista della fuga

L’uomo che avevano catturato sembrava assolutamente terrorizzato. Quando gli comunicarono di aver diritto a un avvocato, chiese espressamente che gli venisse assegnato un avvocato donna. Gary Schweickart, il responsabile della prigione, telefonò all’avvocato Judy Stevenson e le comunicò che aveva intenzione di affidare a lei la difesa dello stupratore del campus. La donna si recò subito a conoscere Billy, e solo in sua presenza il giovane parve calmarsi.

Ma presto fu chiaro che c’era qualcosa di molto meno comune della paura in quell’uomo. Tanto per cominciare, cambiava del tutto atteggiamento da un momento all’altro. Poi, era impossibile contenere i suoi movimenti: per quanto strette fossero la manette che gli venivano allacciate ai polsi, non appena gli agenti si voltavano lui riusciva, misteriosamente, a togliersele. Ma ciò che più di ogni cosa sconvolse tanto il personale del carcere quanto l’avvocato fu l’incontenibile scatto di rabbia in cui Billy Milligan scardinò a mani nude il gabinetto della cella, lo distrusse a suon di pugni, dando prova di una forza sovrumana, e poi tentò di usare uno dei cocci di ceramica per uccidersi.

“Io sono David”

Poiché era chiaro che qualcosa non andasse in quel prigioniero dalle abilità straordinarie, fu deciso di concedergli alcuni colloqui con una psicologa. Il 31 gennaio 1978, la specialista Dorothy Turner, che in seguito avrebbe preso a cuore il caso Milligan, parlò per la prima volta con il suo nuovo paziente.

La gestualità di Milligan, il suo modo di guardarsi intorno e di parlare, diedero alla psicologa la sensazione di trovarsi di fronte a un bambino. <<Signor Milligan>> cominciò <<sono Dorothy Turner e sono qui per farle alcune domande. Dove abita attualmente?>> L’uomo rispose semplicemente <<Qui.>> Evidentemente, si stava riferendo al carcere.

A quel punto, la Turner chiese a Milligan quale fosse il suo numero di previdenza sociale. Billy ci pensò a lungo, visibilmente a disagio, guardandosi intorno e mordendosi le unghie. Poi rispose che non lo sapeva.

La donna, allora, abbassò gli occhi sui suoi appunti, e lesse ad alta voce il numero di previdenza sociale di Milligan. L’uomo scosse la testa. <<Non è il mio numero>> disse. <<Dev’essere quello di Billy.>> La dottoressa lo fissò, colpita. <<Beh, non è lei Billy?>> Osservò.

L’uomo la guardò a sua volta, con quel suo sguardo smarrito, così simile a quello di un ragazzino. <<Io sono David.>>

Addormentato

Nel corso di quel primo colloquio David raccontò alla psicologa dove si trovasse Billy. Billy, disse, era addormentato. Era stato Arthur a decidere di farlo dormire perché, se Billy fosse “uscito sul posto”, se avesse preso, cioè, il controllo della coscienza, avrebbe cercato di uccidersi. Ci aveva già provato, una volta. Arthur e Ragen l’avevano salvato per il rotto della cuffia, quando Billy aveva deciso di saltar giù dal tetto della scuola. Era stato allora che Arthur l’aveva messo a dormire, assumendo il controllo della coscienza al posto suo. Da allora, erano trascorsi sette anni.

Ma David aveva paura. Arthur si sarebbe molto arrabbiato, se avesse scoperto che lui aveva raccontato a qualcuno della famiglia. Avrebbe potuto persino decidere di relegarlo tra gli indesiderabili, coloro, cioè, a cui era proibito prendere, anche solo temporaneamente, il controllo della coscienza. E lui, David, aveva soltanto otto anni: che cosa avrebbe mai potuto fare per difendersi?

Naturalmente, il dubbio che Milligan stesse simulando un disturbo da personalità multipla era legittimo. Ma c’era qualcosa, in lui, che convinse non soltanto la dottoressa Dorothy Turner, ma anche tutti gli altri (e furono molti) psicologi e psichiatri che ebbero a che fare con il caso Milligan, nel corso degli anni. Tutti coloro che si diedero da fare per risvegliare Billy dal suo sonno.

Una stanza piena di gente

Conosciamo i dettagli dell’infanzia e della psiche di Billy Milligan grazie al libro “Una stanza piena di gente”, di Daniel Keyes. Lo scrittore ebbe l’occasione di intervistare Billy e di lavorare con lui durante i suoi numerosi e lunghi soggiorni presso varie strutture psichiatriche. Nel libro, il lettore interessato può approfondire la vicenda giudiziaria di Milligan, troppo lunga e ingarbugliata per essere trattata in questa sede.

Ma ciò che più di ogni altra cosa colpisce nel testo di Keyes è la descrizione che lo stesso Milligan diede della propria mente, nonché l’elenco dettagliato delle sue 24 personalità. O meglio, delle sue 24 persone. Billy non amava che ci si riferisse a loro chiamandole “personalità”. <<Se le chiama così>> disse ad uno dei suoi psichiatri <<è come se non fossero reali.>>

Le persone

<<Ci troviamo in una stanza buia. In mezzo a questa stanza, sul pavimento, c’è una chiazza di luce. Chiunque faccia un passo dentro la luce esce sul posto, ed è fuori nel mondo reale, e possiede la coscienza. Questa è la persona che gli altri, quelli fuori, vedono e sentono e a cui regiscono. Gli altri possono continuare a fare le solite cose, studiare, dormire, parlare o giocare. Ma chi è fuori, chiunque sia, deve fare molta attenzione a non rivelare l’esistenza degli altri. È un segreto di famiglia.>>

24 persone di nazionalità, sesso ed età diverse convivevano nella mente di Billy Milligan, alternandosi sul posto.

I dieci

Le prime dieci personalità di Milligan ad emergere ai tempi del processo per gli stupri del campus. A lungo si credette che non ne esistessero altre.

Billy: 26 anni. La personalità originaria, o principale, messa a dormire per 7 anni per preservarne l’incolumità fisica.

Arthur: 22 anni, inglese. Intelligente e razionale, era in qualche modo il “leader” della coscienza di Milligan, colui che decideva chi potesse o meno uscire sul posto. Parlava con uno spiccato accento britannico.

Ragen: 23 anni, iugoslavo. Il guardiano dell’odio, colui che prendeva il controllo della coscienza nei luoghi pericolosi, come la prigione. Era in grado di parlare, leggere e scrivere fluentemente in serbo-croato, sebbene non fosse possibile chiarire in quali circostanze Milligan avesse appreso questa lingua. Era Ragen a possedere la straordinaria forza fisica di cui talvolta Milligan dava prova, in quanto era in grado di controllare e canalizzare il flusso di adrenalina. Inoltre, era l’unico a cui fosse permesso possedere armi. Nonostante la sua aria minacciosa, il compito principale di Ragen era quello di proteggere donne e bambini.

Allen: 18 anni, carismatico e manipolatore, entrava in gioco quando era necessario trattare con le persone esterne alla coscienza. Era l’unica delle 24 persone a fumare, l’unico destrimano e quello in rapporti migliori con la madre di Billy.

Tommy: 16 anni. Era lui l’artista della fuga, in grado di togliersi le manette dai polsi e di liberarsi dalle camicie di forza.

Danny: 14 anni. Probabilmente la più spaventata tra le 24 personalità. Si trovava sul posto quando Chalmer Milligan costrinse il figliastro a scavare una fossa per poi seppellirvelo dentro. Da allora, era terrorizzato dagli uomini.

David: 8 anni, era il guardiano del dolore. Era lui a uscire sul posto per assorbire il dolore fisico di tutte le altre personalità.

Christene: 3 anni, inglese. La pupilla di Ragen.

Cristopher: 13 anni, inglese. Era il fratello di Christene.

Adalana: 19 anni, lesbica. Scriveva poesia e si prendeva cura della casa. Soffriva di un particolare disturbo oculare chiamato nistagno. Fu lei a commettere fisicamente gli stupri sulle ragazze del campus.

Gli indesiderabili

Oltre alle 10 personalità descritte, ve ne erano altre 13, catalogate come “indesiderabili”. Vale a dire che era stato loro interdetto, solitamente da Arthur, l’accesso alla coscienza. Tra queste vi era April, una prostituta di 19 anni, allontanata dalla coscienza a causa del suo continuo rimuginare piani di vendetta nei confronti di Chalmer Milligan. Oppure, Samuel, 18 anni, ebreo come il padre naturale di Billy, nonché il solo della “famiglia” a credere in Dio.

Il Maestro

26 anni, il Maestro era la somma di tutte le persone che albergavano nella mente di Billy, la personalità reale di Milligan. Intelligente, sensibile, con un senso dell’umorismo piuttosto brillante, il Maestro disse di se stesso <<Io sono Billy tutto in un pezzo.>> Poiché era l’unico in possesso di tutti i ricordi di Billy Milligan, fu lui a raccontare la sua vita allo scrittore Daniel Keyes, affinché potesse scriverne la biografia.

Billy Milligan, l’artista

Ciascuna delle personalità di Billy possedeva idee e abilità proprie. Ma c’era un punto che le accomunava tutte: l’arte. Pittore di talento, solo quando dipingeva Billy sembrava del tutto felice. Ciascuna delle sue persone aveva delle preferenze riguardo ai soggetti da dipingere: alcuni si dedicavano esclusivamente ai paesaggi, altri ai ritratti e così via. Ma ciascuno di questi soggetti era riprodotto con tale indiscutibile senso artistico che persino il personale delle carceri e delle cliniche psichiatriche, in cui Billy si trovò a vivere parte della propria vita, acquistarono i suoi lavori con grande entusiasmo. Lui voleva essere un pittore, e lo è stato. Prima che un malato di mente, prima ancora che un criminale, come è stato freddamente e frettolosamente definito, Billy Milligan era un artista.

Integrato

<<Adesso mi rendo conto che quando la polizia venne a prendermi a Channingway, in realtà non sono stato arrestato. Sono stato salvato. Mi dispiace che delle persone abbiano dovuto soffrire prima che ciò accadesse, ma mi sento come se, dopo ventidue anni, alla fine Dio avesse deciso di sorridermi.>>

Dopo una lunghissima vicenda giudiziaria, dopo essere stato denigrato dalla stampa e bistrattato dalla legge, alla fine Billy riuscì a “fondersi”. Le sue personalità, o le sue persone, finalmente si integrarono nel vero sé, portando Billy alla guarigione. Nel 1991, una volta definitivamente libero, Milligan si trasferì in California, dove fondò una propria casa di produzione cinematografica, la Stormy Life Productions. Al denaro ricavano dalle vendite della sua biografia aveva rinunciato: preferiva che quei soldi fossero destinati all’apertura di un centro per la prevenzione degli abusi sui minori, affinché nessuno più subisse ciò che aveva subito lui.

Nel 2014, Billy Milligan morì a causa di un sarcoma particolarmente aggressivo. Aveva 59 anni. Nella sua vita, era stato 24 persone diverse. Aveva cambiato per sempre il modo di concepire la malattia mentale. Aveva dimostrato, suo malgrado, quali mostruosità possono scaturire dall’abuso, e come la violenza generi altra violenza. Era stato un criminale. Era stato un artista. Ma, prima di tutto, era stato un uomo, uno a cui la vita aveva sorriso raramente. Adesso, alla fine, la stanza era vuota. Billy Milligan era solo, ed era libero.

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