Bambini troppo impegnati, quando imparare a dire basta

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Basket, calcio, nuoto, pittura, musica, inglese, informatica, danza, si tratta di  un elenco non esaustivo delle varie attività disponibili per i bambini. La lezione del buon senso è invece una materia che non si può studiare in un corso apposito e che dovrebbe già essere in dotazione ai genitori i quali dovrebbero capire quando si esagera e che i troppi impegni extrascolastici portano più danni che benefici. Partiamo dal presupposto che queste attività sono lodevoli in sé. La mente del bambino è una spugna, i bambini vanno stimolati con esperienze e attività che possano migliorare il loro sviluppo, dal punto di vista fisico e delle relazioni sociali nel loro piccolo. Queste attività possono essere risorse per scoprire le attitudini del bambino, sono spesso luogo di nascita di amicizie e legami affettivi, educano il bambino alla creatività, alla disciplina, al senso di squadra. Il nocciolo problematico della questione è, come spesso accade, più riconducibile si genitori che ai figli. L’ossessione di riempire l’agenda dei figli costringendoli ad un tour de force estenuante trasforma una risorsa in un problema. Cosicché la iperstimolazione ed il logorio connesso all’accumularsi di corsi e attività comprese le fatiche dovute ai vari spostamenti possono arrecare ai bambini stress e sintomi vari. Irritabilità, difficoltà di concentrazione, disturbi digestivi, calo del rendimento scolastico. Naturalmente sta nel buon senso di ogni genitore capire quando dire basta all’accumulo di impegni. Vincendo la tentazione di insistere affinché il figlio si impegni in attività e consegua successi più per soddisfare in maniera indiretta l’ego dei genitori che per i benefici proprio del minore. Anche la scelta della singola attività deve tenere conto delle attitudini del bambino, e delle specifiche esigenze. Preoccupazione di ogni genitore dovrebbe essere quella di sapersi isolare dalla tendenza del momento attuale a riempire gli spazi e tenere ritmi eccessivamente alti e adeguati più all’ansia di sentirsi “sul pezzo”, vincenti, competitivi che ai reali benefici delle attività medesime. Questa paura del vuoto paradossalmente rischia di creare vuoto nella crescita dei bambini. Il terrore della noia li priva della capacità di fronteggiarla creando, inventandosi modi per batterla. Non avere tempo da riempire significa anche non avere tempo di pensare, di fare lievitare le proprie costruzioni di pensiero. 

Naturalmente molto dipende dalla maturità e sensibilità dei genitori. Ci azzardiamo a ipotizzare che genitori ossessionati dall’apparire, dall’avere i profili dei social network pieni di filtri, di post per dimostrare la propria iperattività, la necessità di esibirsi, di raccogliere like e fare attività ed esperienze più per raccontarle che per gustarle, molto facilmente tenderanno ad assillare i figli per adeguarli alla propria distorta visione. “Le parole insegnano gli esempi trascinano” anche questa massima viene dal passato, da un gigante del pensiero: Sant’Agostino le cui giornate non risulta siano state piene di attività compiute al solo fine di riempire ogni spazio. 

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