L’opera dell’artista irpino Carmine Calò in piazza Libertà

Ero solo ormai, e più solo di com’ero non avrei potuto essere su la terra,

sciolto nel presente d’ogni legame e d’ogni obbligo,

libero, nuovo e assolutamente padrone di me,

senza più il fardello del mio passato, e con l’avvenire dinanzi,

che avrei potuto foggiarmi a piacer mio.

Ah, un paio d’ali! Come mi sentivo leggero!

(Luigi Pirandello – Il fu Mattia Pascal)

 

“Avrei bisogno di un paio d’ali”!

Quante volte lo abbiamo pensato? Ali per andare lontano, fisicamente; ali per raggiungere un obiettivo; ali per volare con la mente ed il cuore; ali da spiegare per realizzare i propri sogni.

L’immagine delle ali si materializza poi immediata e spontanea nei nostri pensieri anche quando vogliamo affrancarci dai timori, scacciarli; perché sì, da che mondo e mondo, ali significano libertà.

Forse è un caso e forse no, allora, se ad Avellino, in quella piazza che inneggia, in nomine suo, proprio l’indipendenza da ogni costrizione, è stato deciso di innalzare la statua “Ali dell’anima” ideata da Carmine Calò (artista di Villamaina): due ali socchiuse dalle sfumature dolcemente dorate, che tentano di spiccare il volo dalla breccia irpina.

Le ali socchiuse non sono un messaggio di speranza, secondo alcuni; secondo altri gli orgogli italiani da immortalare in una piazza sarebbero diversi… ma cerchiamo di volare oltre, di guardare dentro e al di là di quelle ali che presto si innalzeranno nel capoluogo campano.

Socchiuse non significa solo che stanno per chiudersi, ma anche che sono in procinto di aprirsi: a chi guarda la decisione dunque di spiccare o meno il volo.

Io credo che chiunque le guarderà non potrà non rammentare che le ali abbracciano miti lontani, speranze e sogni innati nella mortalità di noi piccoli uomini: da Nike, figlia di Titano e personificazione della vittoria, a Cupido, dio dell’amore, passando attraverso Hermes, il messaggero, l’egizio Maat, equilibrio legge ed armonia, arrivando a Pegaso, ai draghi alti in volo e infine loro, gli Angeli, luce leggera e speranza…

Tutti personaggi alati, creature benefiche pronte a liberarci dalle catene terrene e a segnare, in qualche modo, il nostro destino.

E poi c’è una storia, meravigliosa: la storia di Icaro, che sin da bambino sognava di viaggiare lontano. Un giorno il padre Dedalo, abile fabbro, costruì per lui delle ali, fatte di piume d’uccelli e cera d’api. Quando le ebbe, maestose e bellissime, legate alle sue braccia, Icaro volò troppo in alto, il calore del sole sciolse la cera e lui precipitò, per sempre.

Dedalo, anche lui librato in alto con un paio d’ali di cera, continuò, disperato per la morte dell’amato figlio, a volare e volare, sempre più veloce, con le lacrime che cadevano nel mare raccolte dalle Nereidi per trasformarle in perle di saggezza.

Voleva raggiungere la Sicilia ma si fermò in Campania, a Cuma, dove costruì un tempio e consegnò le ali che aveva inventato…

E proprio lì, in Campania, l’opera di Calò ricorderà che tutti gli uomini, proprio come Icaro, possono spiccare il volo: lo possono fare con la mente, il pensiero; lo possono fare inseguendo i propri sogni e realizzando se stessi; e lo possono fare con l’anima, perché l’anima non ha paura del calore del sole!

Francesca Orlando

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