Attentato in Piazza della Loggia a Brescia

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attentato di piazza della loggia
Sono passati 45 anni dalla strage di piazza della Loggia a Brescia

Attentato in Piazza della Loggia, Brescia, 28 maggio 1974, ore 10.12:
Giulietta Banzi Bazoli, 34 anni, insegnante di francese.
Livia Bottardi in Milani, 32 anni, insegnante di lettere alle medie.
Alberto Trebeschi, 37 anni, insegnante di fisica.
Clementina Calzari Trebeschi, 31 anni, insegnante.
Euplo Natali, 69 anni, pensionato, ex partigiano.
Luigi Pinto, 25 anni, insegnante.
Bartolomeo Talenti, 56 anni, operaio.

Queste sono le persone morte il 28 maggio del 1974 in piazza della Loggia Brescia alle quali si aggiungano altri 102 feriti.

Era una mattinata plumbea quella del 28 maggio 1974, alle 10:12 un ordigno nascosto in un cestino dei rifiuti esplode. Provoca la morte di 8 persone e il ferimento di altre 102, che in quel momento stavano manifestando in piazza contro il terrorismo neofascista.

La sentenza di cassazione che condanna i mandanti dell’attentato in Piazza della Loggia arriva dopo 43 anni

Il 22 luglio 2015 furono condannati all’ergastolo Carlo Maria Maggi (ex leader di Ordine Nuovo) e Maurizio Tramonte (informatore del Sid ai tempi della strategia della tensione): il primo come regista dell’eccidio, il secondo perché, pur essendo a conoscenza dell’attentato, non avrebbe fatto nulla per impedirlo.

Erano gli anni di piombo. Quella di piazza Loggia fu una delle troppe stragi che sconvolsero l’Italia: la prima fu quella di piazza Fontana a Milano, nel 1969 con 17 vittime, seguirono poi in ordine cronologico la strage di Piazza della Loggia di matrice fascista nel 1974 e quella alla stazione di Bologna del 1980 per la quale vennero condannati come esecutori i membri dei Nar Francesca Mambro, Giuseppe Valerio Fioravanti, e Luigi Ciavardini, l’ex capo della P2 Licio Gelli, l’ex agente del Sismi Francesco Pazienza e gli ufficiali del servizio segreto militare Giuseppe Belmonte e Pietro Musumeci che sono stati condannati per il depistaggio delle indagini.

Il rapido 904

L’ultimo attentato di matrice mafiosa questa volta, fu quello del rapido 904 nel 1984: 17 persone morirono su un treno nella tratta Napoli – Milano.

Brescia ogni anno ricorda le sue vittime ed è una ferita sempre aperta per la città, ma il pensiero che spicca insieme alle sue iniziative è quello di Manlio Milani, vittima della strage che visse in prima persona e che gli portò via la moglie.

Manlio Milani non è solo questo, è soprattutto il Presidente dell’Associazione familiari dei caduti di Piazza Loggia, partecipa alla fondazione dell’Unione familiari vittime stragi, mentre con Comune e Provincia di Brescia fonda, nel 2000 la Casa della Memoria: il centro di documentazione sulla strage bresciana e la violenza terroristica, neofascista in particolare.

Nel 1997 dopo il pensionamento, si dedica a tempo pieno alla memoria di quei fatti come processo elaborativo della propria esperienza e come conoscenza della motivazione che ha portato a quei fatti.

Nell’ottica della giustizia ripartiva, partecipa con altri familiari di vittime del terrorismo, ad un gruppo di dialogo con ex appartenenti alla lotta armata.  Dialogo basato sul riconoscimento delle proprie responsabilità e che rende possibile ricostruire relazioni che la violenza aveva interrotto.


Venezia – Morto Carlo Maria Maggi: Uno dei mandanti dell’attentato di Piazza della Loggia


Intervista a Manlio Milani

È stato intervistato il 5 febbraio 2020 presso l’Università degli Studi di Brescia. Di seguito un estratto dell’intervista.

Quando sei in un’aula di tribunale, assisti ad una delle cose più importanti sulla democrazia e sul concetto del vivere insieme. Devi avere l’idea che colui che è imputato non è un condannato e devi costruirti l’idea della sua responsabilità attraverso il confronto. Nel processo c’è uno specchio di una società non dico ideale, ma comunque democratica, aperta, dove poter trovare le radici fondamentali e la capacità di ascoltare.

Attraverso l’ascolto analizzare le proprie convinzioni, ascoltare la parte della difesa, quindi l’altro punto di vista, può portarti a rivedere tutto. Quando una persona è stata condannata in base a tutti i relativi capi di accusa, dopo tutti i relativi gradi di giudizio, comincia quel periodo che dovrebbe rientrare nell’ordine dell’Articolo 27 della nostra Costituzione, quindi il tema della condanna come periodo in cui al soggetto condannato viene assicurato uno spazio (temporale) più o meno lungo, dipende dell’entità della pena in cui può portarsi a rivedere sé stesso e quindi ad assumersi le proprie responsabilità, a riconoscerle.

Io credo che questo sia uno dei passaggi fondamentali perché implica che le persone possono cambiare e che noi dobbiamo saper esprimergli la fiducia di questa possibilità di cambiamento. Anche la vittima nell’ambito di un processo non deve partire con il presupposto che l’imputato è già condannato.

Il processo in sé

Queste risposte non me lo può dare assolutamente, me le può dare invece l’esecutività della pena nel senso appunto che quello è lo spazio in cui il soggetto (parte civile) dentro di sé deve pensare: “ma io posso anche chiedermi chi è costui?  Il tuo volto che cosa mi dice? La sua storia cosa mi dice? Quindi attraverso questo, cercare di rispondere alla domanda: “perché l’hai fatto?” Questa violenza esprime anche delle domande alle quali la società deve rispondere, non posso rispondere io come vittima di quelle che sono le sue ragioni. Non restare nella dimensione vittimistica ma forse le stesse domande che un qualsiasi altro cittadino Democratico avrebbe potuto porsi ed è per questa ragione che nascerà la “Casa della Memoria” e poi tutto il percorso successivo.

Non ci rendiamo conto che la violenza è in primo luogo alla base della rottura delle relazioni. Quindi rapportarsi con chi ha commesso quella violenza per me è stato importante proprio per rendermi conto che la possibilità che una persona ripensi criticamente alle proprie scelte se ne accorga e si misuri. E’ diventato un processo fondamentale e anche il loro c’era una sofferenza reale quindi erano due sofferenze prodotto da un gesto ma dentro le quali era ancora possibile non escludere la fiducia dell’uomo in quanto tale. La giustizia riparativa ti pone nella necessità di guardare sempre senza mai abbassare lo sguardo nei confronti degli altri.  Questo non significa che tu perda o debba rinunciare alla tua identità ma semplicemente che la mia identità la mantengo nel confronto con l’altro dove posso sottoporre la critica a verifica e posso finalmente costruire un noi.

 Partecipare insieme attivamente in modo volontario e libero: questo è il senso riparativo. Reo, vittima ed eventualmente comunità, insieme. Nell’omelia recitata il giorno dei funerali, dire anche ‘non dimentichiamoci di Caino’, determina una profonda spaccatura con la chiesa di base. Non sembrava essere il momento di parlare di Caino o di ricordarlo ma a distanza di decenni posso dire che quella frase ha continuato a risuonarmi dentro, perché Caino è sia colui che commette quell’atto, ma è anche quello che corre ad una riparazione costruendo la città, accogliendo la città, quindi ricostruendo la vita. Questo per me è sempre stato un eco che mi ha accompagnato in questo percorso nonostante il mio non essere credente.

La casa della memoria

La casa della memoria costituisce il passaggio successivo alla costruzione dell’Associazione dei Familiari, ha un senso molto preciso: noi vittime non possiamo restare vittime, dobbiamo essere cittadini, ma per essere cittadini dobbiamo riunirci con le istituzioni. Quindi il valore della Casa Della Memoria è che nasce assieme alle istituzioni Comune e Provincia che diventano dei garanti di una ricerca della verità. Una verità che non abbandona la dimensione del dolore della perdita della vita umana ma che cerca di andare oltre, cioè cerca anche di capire il perché occorreva cominciare costruire qualche cosa che rimarginasse le ferite della città.

Il compito della casa della memoria è proprio questo: tenere alto il significato della violenza ma nello stesso tempo interrogarci sulle ragioni e sul perché di quella strage e delle altre stragi. Quindi abbiamo da un lato riaffermato l’autonomia della Magistratura e dall’altro lato noi che abbiamo detto alle istituzioni: siamo al vostro fianco, in che termini e in che modo possiamo aiutarvi? Da qui le proroghe, da qui aiutarvi e formare la digitalizzazione dei processi.

La memoria dei fatti

In Italia sembra che sia sufficiente individuare ‘il male’ e metterlo in alcuni luoghi così è tutto è finito. Questo continua ancora oggi a influenzare un codice penale che è basato su un’idea di giustizia risarcitoria. Nel processo la vittima è un’entità che ha subito dei danni. La giustizia riparativa invece pone sul piatto il tema della responsabilità individuale a cui ognuno di noi deve guardare, e guardare il volto dell’altro le sue ragioni e la società stessa deve essere pronta ad accogliere questo. Elaborare la memoria dei fatti accaduti è un fatto decisivo all’interno di una democrazia, i documenti sono un pezzo di rappresentazione concreta di quella storia, archivi che di per sé possono essere tanto dal punto di vista storico ed essere aperti in maniera tale che chiunque possa verificare ciò che è accaduto.

Io ho molta fiducia nelle nuove generazioni c’è una straordinaria attenzione da parte loro, indubbiamente nelle scuole sentono con maggiore necessità di capire la dimensione umana del fatto, più che la dimensione storica, però nel fare memoria tu devi fare l’una e l’altra cosa, misurare il tuo presente attraverso la lezione del passato. Questo è molto importante perché poi diventa il lavoro di riflessione all’interno della scuola.

Il carcere è molto diverso da come era

Oggi è estremamente educativo perché ti rendi conto che in questi luoghi così esclusi c’è una profonda umanità sofferta, però anche la consapevolezza, la forza di non sentirsi soli e il fatto che uno come me, una persona che ha subito una violenza, vada in quei luoghi, significa dargli fiducia e speranza.