Attacco missilistico a basi statunitensi in Iraq

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Attacco missilistico a basi statunitensi

L’attacco missilistico a basi statunitensi in Iraq diventa ormai una tendenza sempre più frequente. Dopo la dichiarazione statunitense sul ritiro delle sue truppe dall’Afghanistan, la resistenza irachena è molto attiva. Il messaggio è chiaro. Via le truppe statunitensi dall’Iraq!

Perché l’attacco missilistico a basi statunitensi in Iraq è una tendenza?

Tre sono i missili che domenica scorsa hanno colpito una base aerea all’aeroporto iracheno di Baghdad. La base ospita le truppe della coalizione guidata dagli Usa, nel secondo attacco del genere in 10 giorni. Uno dei missili è intercettato dal sistema di antimissile, C-Ram installato per proteggere le truppe statunitensi in Iraq. Sono trenta gli attacchi con missili o bombe sono lanciati contro le truppe USA, l’ambasciata o i convogli iracheni di rifornimento alle forze straniere. Questi attacchi si sono intensificati maggiormente da quando il presidente Joe Biden entrava in carica a gennaio. Decine di altri attacchi sono effettuati dall’autunno 2019 sotto l’amministrazione del predecessore di Biden, Donald Trump. Un altro motivo è l’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani dove l’Iran si vendicava in Iraq, Siria e Afghanistan. Teheran e Washington sono entrambi presenti dal 2003 in Iraq, dove 2.500 truppe statunitensi sono ancora presenti nel territorio iracheno.


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Chi ha rivendicato l’attacco missilistico a basi statunitensi in Iraq?

Le operazioni sono talvolta rivendicate da gruppi sostenuti dall’Iran da tempo presenti in Iraq. I gruppi iracheni pro-Iran giuravano di aumentare gli attacchi per cacciare le forze occupanti statunitensi negli ultimi mesi. Molte volte contro la volontà di Teheran, dicono alcuni esperti. Non c’è alcuna rivendicazione immediata di responsabilità per l’attacco. Washington incolpa abitualmente le fazioni irachene legate all’Iran per tali attacchi alle sue truppe e ai diplomatici. Gli attacchi arrivano in un momento delicato in cui l’Iran è impegnato in colloqui con le potenze mondiali che mirano a riportare gli Usa in un accordo nucleare del 2015. Baghdad il mese scorso avrebbe ospitato un incontro segreto di alti funzionari di Teheran e dell’Arabia Saudita, alleata degli Usa. L’Iraq, incastrato tra il suo vicino orientale l’Iran e l’Arabia Saudita a sud, lavora per diventare un mediatore concreto. Un buon inizio per portare la stabilità nella regione.

Il confronto tra Usa e Iran in Iraq

Con la caduta di Saddam nel 2003, l’Iraq ancora oggi si trova ad essere uno strumento geopolitico nelle mani degli Usa e Arabia Saudita in un contesto anti-Iran. L’unica differenza tra questi due schieramenti sono le priorità. Gli Usa con la scusa della transizione dei poteri sono presenti nel territorio per gli interessi energetici dal 2003. Inoltre, gli Usa conducono contro l’Iran una guerra ibrida con e per l’Arabia Saudita. L’Iran invece si trova in contesto non solo politico-religioso in un confronto tra sciiti e sunniti dove in Iraq, Siria e Yemen contiene l’Arabia Saudita alleata agli Usa. Lo scontro si sposta in Siria dove gli Usa assieme a Israele con molta fatica contengono i filoiraniani fedeli a Bashar Al Assad.