Attacco ambientale: Israele accusa l’Iran sale la tensione (Video)

A due settimane di distanza dal disastro il mare ha continuato a vomitare catrame sulle spiagge, mentre la bonifica richiederà diversi mesi

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Il ministro Gila Gamiliel lo aveva definito “attacco ambientale”. Si sta parlando dello sversamento di catrame che a metà febbraio ha investito la costa mediterranea di Israele. La deputata aveva individuato come responsabile “una nave pirata di una società libica partita dall’Iran“. Eppure, le forze di sicurezza israeliane non sono riuscite a trovare un collegamento che sostenesse tali accuse. Che si tratti di propaganda?

Cos’è successo nell’attacco ambientale?

Se davvero si è trattato di un attacco ambientale spetterà alle autorità dimostrarlo. Di certo, lo sversamento di oltre tre tonnellate di catrame che ha investito le coste israeliane a febbraio è stato classificato come il peggior disastro all’ecosistema da decenni. Lo aveva confermato in una nota l’Autorità per la natura e i parchi locale: “Le enormi quantità di catrame emesse negli ultimi giorni sulle coste di Israele da sud a nord hanno causato uno dei più gravi disastri ecologici che hanno colpito il paese“. La marea tossica ha travolto oltre 180 chilometri di spiagge (circa il 40% del litorale), interessando 16 comunità e provocando danni i irreversibili all’ecosistema marino. Ma il catrame ha raggiunto anche il Libano e la Striscia di Gaza. Mentre le autorità avevano ordinato la chiusura delle spiagge e invitato la popolazione a non accedervi.

La dichiarazione

Tuttavia, centinaia di volontari si sono aggregati alle operazioni di pulizia e smaltimento del catrame. Anche Greenpeace si è subito attivato. “Sono rimasto molto colpito dal comportamento esemplare dei volontari che sono venuti per ripulire le spiagge“, aveva detto il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. “Dobbiamo conservare le nostre spiagge, il nostro Paese e l’ambiente“, aveva aggiunto in una dichiarazione ufficiale dal suo Ufficio. Alla fine, ha assicurato: “Ho appena parlato con il ministro egiziano del petrolio e delle risorse minerarie che è venuto da noi e abbiamo proposto che ogni nave sia alimentata a gas naturale invece che con carburanti inquinanti“.


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L’accusa di Israele

Dal canto suo il ministro della Protezione ambientale, Gila Gamiliel, aveva chiarito che sarebbe stato compito del governo assicurare i responsabili alla giustizia. La giovane esponente di Likud, il partito nazionalista liberale e di destra del premier Netanyahu, lo considerava un “obbligo morale nei confronti dei cittadini israeliani“. Sebbene l’origine e le circostanze dello sversamento siano ancora da chiarire, il 4 marzo il ministro dell’ambiente Gila Gamiliel aveva accusato l’Iran di comportamento doloso sulla base delle prime ricostruzioni degli inquirenti. Pertanto, aveva twittato: “Abbiamo la possibilità di citare in giudizio la compagnia di assicurazioni della nave responsabile dell’inquinamento e faremo di tutto per localizzarla“. Non solo. A Channel 12, la deputata aveva sposato i risultati delle indagini preliminari che sembravano confermare che la causa fosse da attribuirsi alle operazioni di smaltimento illegale delle acque di lavaggio delle cisterne di greggio. Il tutto all’interno della ZEE israeliana.

L’Ambasciata

In particolare, Gemiliel aveva additato l’Iran come colpevole. “Abbiamo scoperto che non si trattava un incidente, bensì di terrorismo ambientale“, aveva dichiarato la deputata all’emittente televisiva. Tra le altre cose, aveva detto: “L’Iran fomenta terrorismo non solo mediante le armi atomiche o arroccandosi attorno ai nostri confini ma anche attraverso attacchi di carattere ambientale“. A tali accuse aveva fatto eco l’ambasciatore israeliano all’Onu, Gilad Erdan. “I ripetuti attacchi terroristici in mare sponsorizzati dall’Iran, non solo mettono a repentaglio la sicurezza e la protezione della navigazione internazionale in flagrante violazione delle convenzioni e delle norme internazionali relative alla sicurezza e alla navigazione marittima“. “Ma costituiscono anche palesi e ripetute violazioni della Carta delle Nazioni Unite e della Risoluzioni del Consiglio di sicurezza“, aveva denunciato il diplomatico.

Un attacco ambientale dell’Iran?

Nei giorni seguenti Gamiliel aveva rincarato la dose: “Questo inquinamento è stato prodotto da alcune persone che pagheranno il prezzo delle loro azioni“. “La nostra natura è stata danneggiata e i nostri animali uccisi per colpa di spietati criminali ambientali“, aveva detto il ministro. Nel frattempo, l’establishment di sicurezza israeliano aveva aperto un’indagine per individuare i responsabili. Mentre il ministero della Protezione ambientale (EPM) aveva consegnato il proprio rapporto agli organismi incaricati perché ne esaminassero i risultati. Tuttavia, gli inquirenti non hanno dimostrato che la fuoriuscita di bitume sia stata intenzionale. Anche se sembra essere di diverso avviso l’autorevole giornale londinese Lloyd’s List, specializzato in notizie sulla navigazione.

Che prove ci sono?

Nell’inchiesta pubblicata l’8 marzo, il quotidiano internazionale ha escluso che sia stato un incidente. Da quanto si legge nel rapporto, infatti, lo Stato sciita avrebbe versato intenzionalmente petrolio in mare per ecoterrorismo. A differenza delle autorità israeliane, il giornale britannico ha offerto ai propri lettori prove concrete di come si sarebbero svolti i fatti. Secondo Lloyd’s List la petroliera responsabile del disastro avrebbe rilasciato il carico tra il 1 e il 2 febbraio. Lo stesso periodo in cui sarebbe “sparita” dai radar. Poi, il catrame avrebbe raggiunto le coste il 17 febbraio. Un’ipotesi solo parzialmente vera. A tal proposito Rani Amir, un dirigente del ministero dell’ambiente referente delle indagini, ha spiegato che la fuoriuscita sarebbe avvenuta il 5 febbraio da una nave che si trovava a 70-80 chilometri dalla costa israeliana.

Ulteriori dettagli

Ad ogni modo, gli inquirenti sono riusciti solo con difficoltà a identificare con esattezza la nave da cui sarebbe fuoriuscito il greggio. Questo perché l’equipaggio avrebbe disattivato il sistema di tracciamento satellitare AIS prima di commettere l’illecito, come riferisce il Jerusalem Post. Oltretutto, gli investigatori avevano ipotizzato in un primo momento che si trattasse di una “nave pirata libica”, sulla base di una soffiata giunta dalla Grecia. Ma poi le ricerche hanno ristretto i sospetti alla vecchia nave Aframax Emerald, che avrebbe consegnato il greggio iraniano a una raffineria in Siria. Pur in violazione della sanzioni occidentali. Come ha spiegato il Guardian, per identificarla le forze di sicurezza israeliane avrebbero proceduto “per esclusione” da un totale di una quarantina di navi.

La petroliera dell’attacco ambientale

Ex Ebn Batuta, la petroliera Emerald ha fatto parte della flotta nazionale libica di navi cisterne fino a quando non è stata ceduta. In un primo momento, il sito web di monitoraggio delle navi MarineTraffic.com aveva indicato come armatore la General National Maritime Transport Co., un’azienda di proprietà statale libica. Ma dopo ulteriori indagini l’Organizzazione marittima internazionale gestita dalle Nazioni Unite aveva confermato che nel dicembre 2020 la nave fosse passata a una holding nelle Isole Marshall. La Emerald Marine. Lo ha riferito Reuters citando il database di Equasis. Ad ogni modo, un paio di questioni hanno insospettito gli inquirenti. La prima è che la petroliera battente bandiera di Panama sia fosse l’unica nave registrata alla compagnia marittima. E la seconda è che non si conosce il nome dell’imprenditore che la gestisce.


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Accuse solide?

Tuttavia, il 4 marzo la Gamliel aveva rilanciato le accuse ad Army Radio. Durante l’intervista, la giovane deputata aveva insistito: “Dire che questo non è terrorismo è semplicemente inappropriato“. Lo avrebbe confermato anche David Yahalomi, direttore generale dell’EPM. Eppure, le autorità israeliane non sono riuscite a provare un “coinvolgimento iraniano noto” dell’Iran con la fuoriuscita di greggio. Lo hanno riferito diversi media locali, tra cui il Times of Israel e la rete televisiva nazionale Kan. Entrambe avrebbero citato fonti interne all’intelligence israeliana. Nel frattempo, un comunicato del gruppo ambientalista Greenpeace aveva denunciato: “La condotta del ministro sulla questione puzza di propaganda elettorale, e di un tentativo di ottenere voti politici sfruttando un disastro ecologico“.

Petrolio come arma?

Eppure, secondo il quotidiano Lloyd’s List il collegamento con l’Iran sarebbe dimostrato da una prova schiacciante. Ossia dal fatto che sulla petroliera fosse stata aperta la polizza di un’assicurazione degli Emirati Arabi Uniti, solitamente sottoscritta da “armatori iraniani che non possono trovare copertura altrove“. Tuttavia lo stesso Rani Amir, uno degli inquirenti israeliani, aveva riferito di “forti prove circostanziali” che non dimostravano un nesso tra il transito della Emerald e lo sversamento di greggio. Nonostante il funzionario abbia accusato l’Iran: “Non pensiamo che avesse altro obiettivo se non contrabbandare illegalmente petrolio dall’Iran alla Siria“. Del resto, il Jerusalem Post aveva riferito che i funzionari del Mossad e delle forze di difesa israeliane sarebbero stati “colti di sorpresa dalle accuse della ministra“.

Attentato ambientale accresce le tensioni

Come al solito l’Iran non ha confermato né smentito l’accaduto. Tuttavia, è innegabile che la reazione del governo israeliano incrini rapporti già precari. Infatti, non è la prima volta che i due paesi si rimpallino le relative responsabilità per attacchi terroristici. Ad esempio, un paio di settimane fa Netanyahu aveva incolpato l’Iran del lancio di due missili contro la nave israeliana Helios Ray, a Sud degli stretti di Hormuz. A ben vedere, la situazione è degenerata con l’aumento delle spedizioni iraniane verso la Siria dopo il ritiro degli USA dal Piano d’azione globale congiunto del 2015. Per di più, in palese violazione delle sanzioni economiche imposta dagli USA e dalle Nazioni Unite. Non solo all’Iran. Ma anche al regime di Bashar al Assad in Siria.


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Attacco ambientale: chi ci rimette?

Comunque sia, la preoccupazione maggiore resta quella per l’ambiente. In particolare, le ripercussioni che avrà il disastro sui fondali e sulla stessa qualità dell’acqua marina. Visto che Israele ne desalinizza in grandi quantità. Nonostante non si riesca a quantificare ancora l’impatto sull’ambiente, i gruppi ecologisti parlano di danni irreversibili. Come ha riferito il Guardian, il mese scorso il ministero israeliano per la Protezione ambientale ha dovuto stanziare 45 milioni di shekel, circa 13 milioni di dollari, per bonificare le aree colpite. Un processo che secondo le previsioni richiederà diversi mesi.