La storia del perduto continente di Atlantide è ritenuta una dei grandi misteri esistenti e gli scienziati da tempo seguono varie ipotesi per risolverlo.

Sin dal 1974 l’ingegnere, esploratore e scrittore italiano Flavio Barbiero ha fortemente corroborato e con grande successo l’ipotesi che Atlantide finora non sia stata ritrovata perché coperta dai ghiacci. La sua ubicazione sarebbe sotto il polo Sud.

La teoria di Barbiero prende avvio dall’ipotesi che circa 12 mila anni fa la Terra fosse inclinata diversamente da com’è oggi.

Ruotava perpendicolare sul piano dell’eclittica per cui le stagioni coincidevano stabilmente con le fasce climatiche.

Alaska e Siberia, così come l’Antartide, erano prive di ghiacci, a differenza di Europa e America nord-occidentale ricoperte dai ghiacci eterni.

In Antartide, in particolare, fioriva una civiltà marinara molto evoluta, dove era stata inventata l’agricoltura, la metallurgia e dove fiorivano architettura, tecnologia, arte e scienza di alto livello mentre nel resto del mondo l’uomo era all’Età della pietra.

Circa 13 mila anni fa, dopo 2 mila anni di progressi, questa civiltà chiamata Atlantide subì una devastante catastrofe che la annientò quasi interamente.

Una cometa o un asteroide, del diametro di una decina di chilometri, colpì la Terra nei pressi della Florida provocando una serie di trasformazioni globali istantanee.

L’asse di rotazione della Terra cambiò, i poli cioè si spostarono di colpo di migliaia di chilometri, assumendo la posizione attuale. L’impatto sollevò una nube di polveri tale da innescare piogge torrenziali, con il conseguente abbassamento delle temperature e l’avvio della Grande glaciazione.

Il raffreddamento fu così veloce da cogliere di sorpresa i grandi mammut che pascolavano per la Siberia, come dimostrerebbe il fatto che nello stomaco di un esemplare ritrovato c’erano ancora i resti dell’ultimo pasto di erbe tipiche delle zone temperate: si era congelato senza avere avuto il tempo di decomporsi.

Ma l’effetto più devastante fu l’onda ciclopica provocata dall’impatto del bolide: un’onda che avrebbe travolto tutte le terre, compresa Atlantide-Antartide. Solo grazie alle sue flotte di imponenti navi, parte della popolazione riuscì a mettersi in salvo e a raggiungere l’America, l’Africa e l’Asia.

Sull’isola madre, intanto, prese a nevicare per settimane e forse mesi, finché una coltre gelata, spessa decine di metri, seppellì definitivamente Atlantide. I superstiti, sparpagliati per il mondo, iniziarono a interagire con gli uomini paleolitici, insegnando loro a coltivare i campi e dando una forte accelerazione allo sviluppo della civiltà, originando l’Età neolitica.

La teoria è indubbiamente suggestiva e Barbiero ne fornisce le prove attraverso un’analisi scientifica rigorosa:

Innanzitutto la scomparsa improvvisa di decine di specie animali che 13 mila anni fa popolavano l’emisfero settentrionale: mastodonti, mammut, rinoceronti lanosi, renne, bisonti antichi, cavalli, cammelli, tigri dai denti a sciabola e così via.

In secondo luogo, le importanti somiglianze tra i racconti dei popoli di tutto il mondo, (dalla Bibbia alla Mesopotamia, dal mito dell’isola di Mu nel Nord America a quello di Lemuria) dove c’è sempre un diluvio che travolge il mondo e poi qualcuno che viene dal mare e insegna a coltivare la terra.

Tali leggende sarebbero la prova che il ricordo dei fenomeni seguiti al cambiamento di asse della Terra è rimasto profondamente radicato nella memoria dei popoli.

Altre leggende diffuse potrebbero svelare che il corpo celeste che colpì la Terra fu probabilmente una cometa. Basta pensare a quell’antica superstizione secondo cui le comete sarebbero messaggere o portatrici di gravi calamità.

Atlantide deve corrispondere all’Antartide perché, dice Barbiero, «in nessun altro posto sono stati trovati resti archeologici. Una civiltà del genere, in Europa per esempio, li avrebbe lasciati per forza».

Inoltre è l’unica che rispecchi la descrizione che ne dà Platone: un’isola avente una superficie di milioni di km quadrati, circondata da un oceano a sua volta circondato da una fascia continua di continenti, ricca di metalli e favorita (prima del diluvio) da un clima mite.

A ulteriore riprova di ciò Barbiero sostiene che «tutti i planisferi anteriori alla scoperta dell’America, sono in realtà carte dell’Antartide: tutti i popoli antichi concepivano il mondo come una grande isola pressoché circolare, circondata dall’oceano, e questo a sua volta da terre irraggiungibili e misteriose».

 

Osservando per esempio il planisfero tratto dalle Grandes Chroniques de Saint-Denis(1364-1372) Barbiero vi riconosce «il mare di Ross in alto a destra, la baia di Mackenzie a sinistra e il mare di Weddell in basso» oltre alla «fitta rete di canali analoga a quella descritta da Platone».

Per non parlare della carta di Piri Re’is che riprodurrebbe il profilo dell’Antartide scoperta dai ghiacci. Secondo Barbiero, tutte queste mappe medievali sarebbero riproduzioni di carte geografiche più antiche, provenienti magari dalla biblioteca di Alessandria prima che fosse distrutta.

Nello scenario scientifico pre-carbonio 14 inoltre, ha avuto credito l’ipotesi di Atlantide quale ponte di diffusione della civiltà dall’Eurasia all’America.

Nello scenario post-carbonio 14, invece, non trova più un suo spazio definito, e tuttavia emergono tutta una serie di elementi che proverebbero l’esistenza di una civiltà molto avanzata in epoca preistorica.

Naturalmente questi elementi sono negati e “combattuti” dalla scienza ufficiale, perché destabilizzano il quadro generale, senza offrire in cambio scenari alternativi accettabili.

Flavio Barbiero è quindi il fautore anche della teoria di un possibile spostamento repentino dei poli, alla quale arriva naturalmente applicando gli studi e le esperienze, in particolare nel campo dei giroscopi, maturate con il successo nella realizzazione, per conto della Marina Militare Italiana, della prima arma anti-sommergibile atomico mai realizzata prima.

Effettivamente riuscì anche ad organizzare nel 1975 e nel 1978 due spedizioni nei territori antartici per cercare prove scientifiche a corroboramento della sua tesi e durante una di queste ha rinvenuto proprio sull’isola King George dei tronchi di albero fossilizzati.

 

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