L’articolo di Libero che viola i diritti umani

Ecco perché quest'articolo si rivela tossico da più punti di vista

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Articolo di Libero

Ve lo ricordate il 2011? Il tempo scorre inesorabile. E trovare una risposta a questa domanda potrebbe riportare la mente a un’epoca apparentemente distante. Eppure, non stiamo parlando di un’era lontana. Nel 2011 gli smartphones erano già in voga. I pantaloni a vita bassa e le converse spopolavano. E soprattutto, a livello di mentalità sociale, le cose non erano tanto diverse rispetto a oggi. Invece, proprio durante quell’anno, usciva un articolo di Libero che metteva in discussione molti progressi antropologici.

Articolo di Libero: perché stiamo parlando di un pezzo così problematico?

“Togliete i libri alle donne e torneranno a far figli”. Questo è il titolo dell’articolo in questione. Potrebbero sembrare parole provocative. Le quali descrivono la realtà in senso critico. Peccato che il sottotitolo non sia da me meno: “Il genitore è il mestiere che gli italiani non vogliono più fare. Ma più le culle resteranno vuote, più gli immigrati arriveranno”. Dunque, invece che smentire un titolo già di per sé forte, le parole che seguono non fanno che peggiorare la situazione. E non è tutto. Mettendo gli occhi sull’articolo, le lettere non fanno che sprigionare odio e discriminazione. Inoltre, la tesi proposta dal sottotitolo non viene minimamente confermata. Forse vi starete chiedendo perché oggi, a distanza di nove anni, stiamo rispolverando questo scritto.

Non si tratta di semplice casualità. Né di un attacco mirato. Il punto è che a distanza di tempo la mentalità tossica che costituisce la base di questo pensiero è ancora in circolazione. E combatterla non è sinonimo di far prevalere un’ideologia su un’altra. Al contrario, si tratta di lottare con forza contro la violenza. Perché nel momento in cui emergono certi pensieri, si tende a sminuirli. Sopprimendo le voci che fanno eco reputandole come fuori dal coro. Poiché “esagerate”. Dovremmo invece metterci in testa che quando si tratta di violenza, la parola esagerazione la si può attribuire solo ai carnefici. Non a chi si oppone al fenomeno. Non alle vittime. Dunque, cerchiamo di fare chiarezza sui punti stilati dall’articolo.

Genitorialità tossica

Una dei principi base dell’etica giornalistica impone di guardare oltre allo schermo. O alla pagine di un quotidiano. Questo perché non è possibile conoscere personalmente tutte le lettrici e tutti i lettori che mettono gli occhi su ciò che si scrive. Non sappiamo con chi stiamo dialogando. Ciò significa che dobbiamo pesare ogni singola parola. Poiché quel piccolo termine che noi non consideriamo potrebbe ferire qualcuno/a. E se a leggere quest’articolo di Libero fosse qualcuno che reputa la propria esistenza un peso? Il risultato sarebbe deleterio. Perché la prima parte del pezzo sembra proprio trasudare questo pensiero. A discapito del titolo, il giornalista sostiene che, in generale, le persone non siano più spinte a procreare. Il motivo starebbe nel mantenimento a vita delle figlie e dei figli. Quest’affermazione è composta da luci e ombre.

Dobbiamo riconoscere che mettere al mondo una bambina o un bambino sia, al di là di tutto, un impegno economico. Ecco, proviamo tenere in mente questo pensiero mettendoci però di fronte a un’ulteriore riflessione. L‘Italia è uno dei paesi con uno dei più bassi tassi di natalità in assoluto. Il che dovrebbe aprire uno spiraglio nella nostra mente. Se avere dei/delle figli/e è un peso enorme, perché allora s’insiste così tanto sull’incentivare la natalità? O meglio: perché si utilizza la bassa registrazione di bambini/e come un’arma per attaccare la società? E a maggior ragione per andare contro le donne? Diventare genitori dovrebbe essere una scelta. Un desiderio. Non un obbligo. Né un motivo di discriminazione. E far sentire i/le figli/e “di troppo” può portare conseguenze nocive.

Razzismo

Quest’articolo di Libero tiene particolarmente ad afferrare un’altra tipologia di discriminazione. L’Italia è un paese nel quale la natalità è ai minimi termini. Lo abbiamo detto. Tuttavia, se a riprodursi sono persone provenienti da altre nazioni, questo non conta per l’autore del pezzo. Anzi. È un problema. Per non far cascare a terra il trottolone italiano bisogna dargli un appoggio e i puntelli possibili sono soltanto due: nuova immigrazione e nuova prolificazione. Il primo non me lo auguro: mi capita sempre più spesso di trovarmi completamente circondato da stranieri (alla stazione di Brescia, in viale IV Novembre a Reggio Emilia, sui regionali notturni in partenza da Bologna…) e mi sembra di vivere un incubo”. Sono queste le parole riportate nell’articolo. Purtroppo ancora oggi persiste l’idea di un’uguaglianza fra innalzamento del tasso d’immigrazione e incremento dei casi di criminalità.

Anche nove anni più tardi, non si riesce a comprendere il viaggio della speranza che molte persone compiono per mettersi in salvo. Anzi, si mandano avanti falsi miti e voci di corridoio. Senza dare credito a chi vive queste esperienze sulla propria pelle. Il fatto che una testata giornalistica utilizzi l’immigrazione per speculare su un falso problema, non fa che alimentare un odio di per il prossimo. Per chi si tende a ritenere diverso da noi. Come se le differenze fossero una problematica e non una ricchezza.

“Professione mamma”

Il titolo di quest’articolo di Libero non si smentisce. L’autore tiene a sottolineare il fatto che si riserva questo punto per il finale. Come se fosse la ciliegina sulla torta. La fetta più grande della colpa ricade sul genere femminile. Eppure, nel ventunesimo secolo certe convinzioni dovremmo essercele lasciate alle spalle. E invece no. Per alcuni individui la maternità è un dovere. Dato che una donna è dotata di utero e ovaie, è tenuta a riprodursi. Se non lo fa, è colpevole. Se lo fa, deve attenersi a determinate regole. Le è consentito lavorare, ma senza trascurare la famiglia. Può scegliere la professione, ma nel momento in cui quest’ultima non prevede lo smart working o il part time, c’è chi ha da ridire. “Perché metti al mondo un/a figlio/a se poi lo fai crescere da altre persone?”. Affermano alcuni soggetti, pensando di aprire la bocca in maniera intelligente.

Vi proponiamo un ragionamento. Avete presente il proverbio inglese “It takes a village to raise a child”? Ossia “C’è bisogno di un villaggio per crescere un/a bambino/a”? Ecco, pensiamo al suo possibile significato. Ogni vita è un fluire d’esperienze. Un libro ancora da scrivere. E sul quale istante dopo istante vengono iscritti numerosi caratteri. Si decide di mettere al mondo un essere vivente quando si considera la Terra un posto dignitoso sul quale vivere. Quando s’arriva a pensare alla vita come a un dono. Non a una costrizione. Sviluppare la mente di un/a bambino/a significa esporlo/a al circostante. Far sì che cresca e che si faccia spazio nell’immensità. Essere una brava madre non significa rinunciare ai propri sogni per seguire ventiquattro ore su ventiquattro il proprio bebè.. Piuttosto, vuol dire permettergli/le di coltivare se stesso/a. Mentre i genitori continuano a crescere in parallelo.

Quest’articolo di Libero discrimina le donne?

La risposta è sì.  “<<più istruzione superiore femminile>> si traduce in <<meno famiglie e meno figli>>. Il vero fattore fertilizzante è, quindi, la bassa scolarizzazione e se vogliamo riaprire qualche reparto maternità bisognerà risolversi a chiudere qualche facoltà”. Torniamo al punto di partenza. La maternità è vista come un obbligo femminile. Come un rigoroso dovere da rispettare. E l’altro fatto grave è che il capro espiatorio della situazione è l’istruzione. Si reputa la cultura rea di un basso tasso di natalità. Dunque, si propone di descolarizzare le donne in modo che possano procreare in maniera maggiore. Quindi la domanda è: che esempio vogliamo dare agli adulti di domani? Vogliamo insegnare loro che le donne devono annullarsi per gestire la prole? Vogliamo far credere loro che l’istruzione non sia di primaria importanza?

Non possiamo permettere che tutto ciò accada. Non possiamo far sì che questa mentalità tossica continui a mietere vittime. Perché proprio di vittime si tratta. Portare avanti quest’ideologia significa remare contro le donne e contro l’intera società. Mettiamoci in testa che la vita è un viaggio nel quale non si smette mai d’imparare. La cultura è di fondamentale importanza. E impartire ai/alle figli/e l’esempio che diventare madri significhi rinunciare a crescere, è un’arma letale. Dare la luce a un bebé significa arricchirsi. La vita non finisce nel momento in cui odiamo il primo vagito di nostro/a figlio/a. Piuttosto, comincia un nuovo inizio. Nel quale si continua a crescere insieme al/alla nostra piccolo/a.

Promuoviamo la cultura

“Là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini”, scriveva Heinrich Heine. Quest’affermazione venne confermata nel 1933, quando gli agenti del corpo nazista tedesco misero al rogo migliaia di volumi. Questo gesto segnò l’inizio di una dittatura caratterizza da violenza e disumanità. Bruciare quelle pagine significava tarpare le ali della libertà all’intera umanità. Quando ci troviamo tra i banchi di scuola gli/le insegnanti ci pregano spesso di “Studiare per noi stessi, e non semplicemente per accaparrarsi un bel voto”. Queste parole contengono un significato immenso. Studiare non vuol dire perdere ore e ore sui libri privandosi della vita. Piuttosto, significa costruire la vita. Alimentare la nostra mente. Solo in questa maniera è possibile sviluppare un pensiero critico.

E si sa, pensare con la propria testa e con raziocinio, è l’arma migliore per affrontare il cammino dell’esistenza. E qui arriviamo al punto conclusivo. Minacciare il genere femminile di privarlo dell’istruzione è un atto di violenza. Significa privare parte della popolazione della libertà. Della vita. Riducendo le donne a esseri utili solo alla procreazione. Rendiamoci conto che un atteggiamento simile va a creare una società ingiusta, violenta e ignorante. In un mondo che è già di per sé ineguale, dobbiamo impartire la parità di genere. La non discriminazione. Le pari opportunità. Abbiamo il dovere di promuovere la cultura. Di renderla parte integrante della vita di tutti/e, anche per quanto riguarda i genitori. Perché solo attraverso una mente nutrita, è possibile donare agli adulti di domani le ali della libertà.