ARTHUR RIMBAUD: POÈTE ADOLESCENT

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Arthur Rimbaud

ARTHUR RIMBAUD, IL “POETA VEGGENTE”. NACQUE IL 20 OTTOBRE 1854

Arthur Rimbaud nacque il 20 Ottobre 1854 a Charleville. Fu uno studente modello con una mente prodigia; collezionò numerosi premi di merito e giovanissimo compose le prime poesie. Il direttore del collegio disse di Rimbaud: «in questa testa non germina niente di ordinario. Diventerà il genio del Male o il genio del Bene». Il pensiero del docente fu premonitore perchè la sregolatezza divenne presto l’essenza di Arthur Rimbaud. La classe del giovane poeta fu affidata al professore Georges Izambard, giovane professore di retorica. Questi aveva pochi anni in più di Rimbaud; ne divenne confidente e guida e gli fece conoscere Rabelais, Hugo e i parnassiani. Arthur Rimbaud si appassionò sempre più alla poesia e ai parnassiani e a soli 17 anni dichiarò di amare tutti i poeti e tutti i buoni parnassiani e di adorare due dee, Musa e Libertà. Il 15 Maggio 1871 fu il giorno in cui Rimbaud scrisse una lettera a Paul Demeny, poeta e amico d’Izambard. In quelle righe Rimbaud versò la sua idea di poesia, inscindibile da quella di uomo. Secondo Rimbaud la poesia è la conoscenza che l’uomo fa; questa deve essere una conoscenza dell’anima, fatta di anima per anima. Deve essere profumo, suono, colore, pensiero che tira il pensiero. La conoscenza di cui parla Rimbaud è un moto interiore che si spinge sempre oltre, sino all’ignoto, sino ad un assurdo non esprimibile, sino a un “non raggiungimento” che porta alla follia.

Arthur Rimbaud instaurò una relazione scandalosa con il poeta maledetto Verlaine; insieme parteciparono alla Comune di Parigi, compirono numerosi viaggi e sempre insieme condivisero l’amore per la poesia “veggente”. Dopo il distacco da Verlaine, il poeta Rimbaud vagabondò per il mondo sino a raggiungere la terra africana; qui si diede al commercio di armi, pellami e spezie. Colpito da un tumore al ginocchio destro, a 37 anni, fu costretto a tornare in patria ove morì poco dopo a causa del male ormai inguaribile.

IL POETA VEGGENTE

Anima incandescente, sovversiva e inquieta, Rimbaud fu un’espressione nobile e rivoluzionaria del decadentismo, del simbolismo e del surrealismo. Sempre in stridente contrasto con il perbenismo, con le convenzioni morali e sociali. Sempre alla ricerca delle chimere, di nuovi linguaggi, di nuovi fiori e di amore mostruosi. Sempre intento a disegnare confini fantastici. Sempre pronto a disapprovare le apparenze. Arthur Rimbaud appartenne a quella corrente di poeti che adoravano definirsi “maledetti” e “assoluti”: assoluti per l’immaginazione e per l’espressione, maledetti perchè posseduti da un rifiuto iroso nei confronti delle convenzioni, sociali ed estetiche.

Il poeta Rimbaud è ancora oggi particolarmente apprezzato e studiato non solo per la poesia maledetta ma per la poesia veggente. Con Rimbaud nacque il poeta “veggente”: il poeta veggente è colui che condiziona l’autenticità della poesia a un esercizio di annullamento del soggetto, proteso a sondare i limiti percettivi ed emotivi della condizione umana fino a farsi “grande infermo, grande criminale, grande maledetto”. Il costo della veggenza è inoltre saper esperire nella forma più estrema l’inferno delle proprie pulsioni, fino alla consumazione di sè.

Arthur Rimbaud con la concezione della veggenza non solo mette in rilievo l’equazione tra poeta e veggente ma liquida totalmente la tradizione romantica del soggettivismo lirico. Il celebre Je suis un autre (Io è un altro) di Rimbaud segna la radicalità del poeta: la dissociazione del soggetto investe anche il linguaggio della frase, forzando la grammatica fino a impedire il corretto legame sintattico tra il pronome di prima persona e il predicato. Il processo conoscitivo per Rimbaud è un processo straziante perchè la veggenza si raggiunge con il patimento ma è solo il patimento che fa emergere le profondità più ignote dell’io dell’uomo. Comprendere fino in fondo la concezione di Rimbaud è possibile solo attraverso le parole del poeta e quindi proponiamo un passo de La Lettre du voyant di Rimbaud:

«Infatti, Io è un altro. Se l’ottone si desta tromba, non è certo per colpa sua. La cosa mi pare ovvia: io assisto allo sbocciare del mio pensiero: lo guardo, lo ascolto, do un colpo d’archetto, la sinfonia si agita nelle profondità, oppure salta con un balzo sulla scena. Se i vecchi imbecilli non avessero trovato dell’Io che il significato falso, non avremmo da spazzar via questi milioni di scheletri che, da tempo infinito, hanno accatastato i prodotti del loro guercio intelletto, proclamandosene fieramente gli autori…Il Poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato disordine di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di pazzia; egli cerca se stesso, esaurisce in sè tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza. Ineffabile tortura nella quale ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, nella quale diventa il grande infermo, il grande criminale, il grande maledetto, e il sommo Sapiente! Egli giunge infatti all’ignoto! Poichè ha coltivato la sua anima, già ricca, più di qualsiasi altro! Egli giunge all’ignoto, e quand’anche, smarrito, finisse col perdere l’intelligenza delle proprie visioni, le avrà pur viste! Che crepi nel suo balzo attraverso le cose inaudite e innominabili: verranno altri orribili lavoratori; cominceranno dagli orizzonti sui quali l’altro si è abbattuto».

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