Appuntamenti elettorali in Europa Orientale slittati causa Pandemia

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La pandemia di coronavirus nel continente europeo ha provocato parecchi scompensi a livello economico e politico: diversi paesi, in particolare nell’area centro-orientale del Vecchio continente, sono stati costretti a rinviare alcuni appuntamenti elettorali molto attesi. La Russia e l’Armenia hanno rinviato due referendum costituzionali importanti per consolidare le rispettive leadership, mentre nei Balcani le autorità di Serbia e Macedonia del Nord sono state costrette a rinviare le elezioni politiche anticipate convocate, in precedenza, per risolvere delle situazioni di crisi istituzionali interne.

In Romania è stato annunciato nei giorni scorsi il rinvio delle elezioni amministrative, un appuntamento elettorale importante per il paese dei Balcani orientali. In autunno infatti, situazione sanitaria permettendo, si dovrebbero svolgere le elezioni politiche. Più incerta, invece, la situazione in Polonia dove il partito di governo Diritto e giustizia (PiS) spinge per mantenere invariata la data delle presidenziali fissate il 10 maggio, proponendo il voto per corrispondenza. 

In Russia l’annuncio sul rinvio del voto costituzionale previsto inizialmente il 22 aprile si è fatto attendere a lungo. È servito un discorso alla nazione del presidente russo, Vladimir Putin, tenutosi il 25 marzo per ufficializzare una decisione che – dato l’andamento dell’epidemia – sembrava inevitabile. Il referendum, d’altronde, è l’ultimo passo di un processo di consolidamento avviato a livello parlamentare dopo che Putin all’inizio dell’anno ha proposto degli emendamenti costituzionali volti a modificare la distribuzione dei poteri fra presidenza, governo e parlamento.

L’iter legislativo tuttavia, oltre a delle parziali modifiche della suddivisione dei poteri, ha portato in dote al capo dello Stato russo la possibilità di ricandidarsi dopo il 2024. Grazie a un emendamento presentato dalla parlamentare di Russia Unita Valentina Tereshkova, infatti, Putin vede di fatto annullato il vincolo del doppio mandato consecutivo e ora sarà libero alla naturale scadenza del mandato – se non anche prima – di fare tutte le valutazioni del caso. Al presidente russo, infatti, preme soprattutto il miglioramento della situazione economica dei cittadini russi e mantiene l’ambizione di lasciare la guida del paese in condizioni migliori rispetto a quando l’assunse oramai vent’anni fa. 

In Armenia il premier Nikol Pashinyan ha proposto un referendum che propone di sospendere i poteri del presidente e di sei giudici della Corte costituzionale eletti prima della modifica costituzionale del 2015. Si tratta di una delle tante mosse adottate da Pashinyan per apportare un “taglio con il passato” e completare la sua cosiddetta “Rivoluzione di velluto” che due anni fa gli consentì di fatto di arrivare al potere in Armenia. Da tempo, infatti, nel paese caucasico è in corso un’aspra dialettica nei confronti del periodo che ha visto il Partito repubblicano al potere, e i giudici delle Corte costituzionale in questione rappresentano uno degli ultimi legali della leadership precedentemente in auge.

L’appuntamento è stato rinviato a causa dell’epidemia di Covid-19 che ha vede l’Armenia il paese con il numero più elevato di contagi nel Caucaso meridionale. La situazione in corso in Armenia non ha impedito, tuttavia, al regime che controlla la regione occupata del Nagorno-Karabakh di tenere delle cosiddette elezioni parlamentari e presidenziali che non hanno alcun riconoscimento internazionale. Al voto hanno partecipato circa un migliaio fra osservatori e giornalisti oltre a circa 72 mila persone che si sono recate a votare. Peraltro, il 14 aprile è previsto il secondo turno delle cosiddette presidenziali. 

Il diffondersi del contagio del coronavirus ha causato invece lo slittamento delle elezioni politiche in Serbia previste il 26 aprile. Convocate per sedare le proteste di piazza che da tempo animavano la capitale Belgrado, e altre città serbe, le parlamentari sono diventate un appuntamento obbligatorio dopo l’aggressione subita da ignoti dal rappresentante dell’opposizione Borko Stefanovic. Le manifestazioni dell’opposizione in questo contesto si sono fatte più veementi, un fatto che ha convinto il presidente serbo, Aleksandar Vucic, ha convocare il voto anticipato.

Nonostante il dissenso espresso dai manifestanti, tuttavia, i sondaggi degli ultimi mesi confermavano il vantaggio del Partito progressista serbo (Sns) – legato al capo dello Stato – rispetto alle forze di opposizione. Non a caso, infatti, i tanti partiti pronti a sfidare l’Sns hanno accolto positivamente il rinvio dell’appuntamento elettorale. Diversa la situazione in Macedonia del Nord dove per aumentare la fiducia della popolazione nei confronti delle istituzioni 100 giorni prima della data elettorale – inizialmente fissata per il 12 aprile – è stato formato un governo ad interim, formato da maggioranza e opposizione.

La decisione di posticipare le consultazioni, tuttavia, lascia aperti parecchi interrogativi, visto che è stato il presidente Stevo Pendarovski al termine di una riunione con i partiti rappresentati in parlamento, ad annunciare il rinvio. Manca, tuttavia, un voto di ratifica del parlamento i cui lavori sono stati sospesi proprio al momento dell’assunzione dell’incarico del governo ad interim. 

È di martedì scorso, invece, la notizia che il governo romeno ha decretato la decisione di estendere i mandati dei funzionari amministrativi attualmente in carica sino alla fine dell’anno. In questo modo vengono rinviate le consultazioni amministrative previste a giugno, considerate da molti un viatico in vista delle parlamentari previste alla fine del 2020. In seguito alla conferma per un secondo mandato del presidente Klaus Iohannis – grazie al voto dello scorso novembre – si è assistito alla graduale ma progressiva caduta dei governi a guida socialdemocratica.

Il capo dello Stato, sostenuto dal Partito nazionale liberale (Pnl), ha favorito la formazione dell’esecutivo guidato da Ludovic Orban, leader del Pnl e figura legata allo stesso Iohannis. Al momento è difficile dire se le elezioni si terranno effettivamente, vista la grave situazione sanitaria in cui versa la Romania a causa dell’epidemia di Covid-19, ma al momento non si può non escludere un riallineamento politico del paese a favore dei liberali, schieramento di centrodestra che proprio grazie alla vicinanza politica con Iohannis potrebbe garantire maggiore stabilità alla scena politica romena. 


Più incerta, invece, la situazione in Polonia dove il voto presidenziale del 10 maggio sta provocando una spaccatura nella maggioranza formata dal PiS e dal partito Porozumienie (Accordo). Non a caso, infatti, il vicepremier Jaroslaw Gowin, leader di Porozumienie, ha rassegnato le dimissioni poco prima che il Sejm, la camera bassa del parlamento, approvasse l’opzione del voto per corrispondenza. Porozumienie aveva proposto una soluzione alternativa che prevedeva la modifica della Costituzione per portare da cinque a sette anni la durata del mandato del capo dello Stato.

In questo modo il voto verrebbe rinviato di due anni, evitando la problematica legata all’epidemia del coronavirus. Tuttavia la leadership del PiS sembra intenzionata a procedere in questa direzione, spinta anche da alcuni sondaggi secondo cui Andrzej Duda – presidente uscente e candidato a un secondo mandato – potrebbe vincere le elezioni direttamente al primo turno qualora la data venga confermata. Insomma una situazione in costante divenire che mostra come, tuttavia, l’emergenza globale non abbia solo riflessi economici ma anche sulla stabilità politico-istituzionale di certi paesi.

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