Apartheid digitale: i social media silenziano i palestinesi

0
308
apartheid digitale

La popolazione palestinese sta subendo un apartheid digitale, oltre che territoriale. In questo caso, la battaglia si combatte sui social network. Zoom, Facebook e Twitter hanno dimostrato di essere imparziali riguardo al conflitto israelo-palestinese. Dalle rimozioni dei post alle sospensioni dell’account, la guerra si combatte con la (dis)informazione.

Un apartheid digitale?

La storia la scrivono i più forti. Già nel 1984 Edward Said, intellettuale palestinese americano e docente alla Columbia University, sosteneva che ai palestinesi fosse negato il “permesso di narrare”. Nel 2020, a oltre 30 anni di distanza, la sua connazionale Maha Nassar ha voluto approfondire l’asserzione. A tal proposito, la professoressa presso l’Università dell’Arizona ha analizzato alcuni articoli di opinione, pubblicati in un lasso di tempo di 50 anni. Più precisamente dal 1970 al 2019. Per la sua indagine, Nassar ha scelto due quotidiani a caratura internazionale: il New York Times e il Washington Post. Cui ha affiancato due settimanali: il New Republic e The Nation. Il risultato? Per l’esperta, quei “comitati editoriali e gli editorialisti sembrano essersi logorati nel parlare dei palestinesi, spesso in modi condiscendenti e persino razzisti“.

L’altra campana

Eppure non hanno sentito il bisogno di ascoltare molto dagli stessi palestinesi“, ha osservato Nassar. La sua ricerca, come diverse altre precedenti, conferma ciò che scriveva Said trent’anni fa nel suo saggio storico. Da un lato, l’esclusione delle voci del popolo palestinese nelle narrazioni dei media mainstream in Occidente; mentre dall’altro l’imparzialità volta a favorire una parte (la causa sionista) a scapito dell’altra (la popolazione palestinese). Per questo si dice che la storia è scritta dai più forti. O meglio, da chi riesce a imporre la sua visione. Nel corso degli anni, purtroppo, la narrazione che sfavorisce i palestinesi non solo è rimasta invariata. Ma è anche peggiorata. La principale conseguenza di ciò si osserva sui social network.


Premier israeliano: speculazioni sulla guerra


L’oblio dei media

Distratti dalle fake news, impegnati a separare ciò che è vero dal falso, i cittadini occidentali spesso non colgono un passaggio. Certo, non si può far loro una colpa. Come si potrebbe? D’altronde la fiducia è il collante della società. Senza considerare che la deontologia professionale impone a chi fa informazione di verificare le notizie prima di pubblicarle. E soprattutto di confrontare le fonti. È l’abc dell’informare. Ma torniamo al punto. Oltre a quelle errate, esistono le informazioni non date. Troppo spesso le istanze dei palestinesi sono state ignorate o condannate all’oblio da parte dei media mainstream. In particolare dalle aziende occidentali. Ancora oggi, i colossi della tecnologia stanno cercando di bandire le voci dei palestinesi dalle loro piattaforme, imponendo loro il silenzio sui social network. Ma com’è possibile?

Apartheid digitale passa dai social

Agli scettici basti sapere che ad aprile Zoom, Facebook e Youtube hanno bannato un evento accademico in streaming dal titolo Whose Narratives? Quale libertà di parola per la Palestina? Un dibattito co-sponsorizzato dal Council of UC Faculty Associations (CUFCA), il programma di studi sulle etnie arabe e musulmane e sulla diaspora (AMED) presso la San Francisco State University, e l’Humanities Research Institute (UCHRI) dell’Università della California. Ad ogni modo, un’occasione di confronto internazionale alla quale partecipavano attivisti contro l’apartheid da tutto il mondo. Tra cui l’icona della resistenza palestinese Leila Khaled e l’ex leader militare dell’ANC, il sudafricano Ronnie Kasrils. In realtà, questa era la riedizione online di un meeting co-organizzato dal dottor Rabab Ibrahim Abudulhadi, del centro studi AMED, e dal dottor Tomomi Kinukawa del Women and Gender Studies presso l’Università statale di San Francisco.


Israele e l’insostenibile leggerezza dell’autodifesa


Una motivazione

La replica si era resa necessaria dopo che Zoom aveva censurato il summit nel settembre 2020. Ora come allora, Zoom e altre piattaforme social avevano utilizzato un pretesto per giustificare l’offuscamento dell’evento dalle loro piattaforme: l’intervento in programma di Leila Khaled. Come hanno spiegato, il problema consisteva nell’affiliazione dell’attivista al Fronte popolare per la liberazione della Palestina (FPLP). Una “organizzazione terroristica designata dagli Stati Uniti“, come riferiscono le aziende occidentali. Pertanto, trasmettere il suo discorso avrebbe significato violare le leggi statunitensi che proibiscono il sostegno al terrorismo. Eppure, numerosi esperti legali ritengono che l’argomentazione avanzata sia senza fondamento. Non solo ignora tutti i precedenti legali rilevanti e paventa violazioni di legge insussistenti. Ma soprattutto rappresenta un attacco alle libertà di opinione e di espressione. Anche accademiche.

La denuncia di apartheid digitale

Nell’ottobre dell’anno scorso, gli esperti di Palestine Legal e di altre organizzazioni legali avevano denunciato l’accaduto in una lettera aperta indirizzata ai dirigenti di Zoom. In particolare, avevano rimarcato il fatto che la censura dell’evento AMED da parte della società di San Jose, in California, costituisse “un pericoloso attacco alla libertà di parola e accademica e un abuso del tuo contratto con i nostri sistemi universitari pubblici“. Soprattutto, la piattaforma svolge un “Servizio pubblico essenziale (che) non dà potere di veto sul contenuto delle aule e degli eventi pubblici della nazione“, osservano gli esperti. Eppure, tali avvertimenti sono rimasti inascoltati. Mentre Zoom e altre società di social media hanno continuato a ignorare le critiche sempre più pervasive alla loro policy imparziale. Ma non è tutto.

Sic et simpliciter

Come anticipato, anche Facebook ha fatto la sua parte. Sulla scorta delle pressioni di un’app governativa israeliana e di diverse organizzazioni sioniste di destra, il social media ha rimosso i post pubblicitari dell’evento. Non solo. Perché si è spinto oltre, cancellando dalla sua piattaforma la pagina del centro di studi AMED. Nella sua interezza. Così facendo, l’azienda di Menlo Park ha eliminato un ampio archivio di dibattiti, confronti, discussioni e documenti sulla lotta di liberazione palestinese. Oltre che le sue relazioni con i movimenti pro libertà di tutto il mondo. Il materiale era stato condiviso su Facebook non solo per accademici e attivisti. Ma anche a beneficio della comunità in generale, per consentire un’interazione gratuita e senza restrizioni. Un episodio inaccettabile per il mondo accademico.


La libertà di stampa a Gaza è letteralmente crollata


Pressioni per l’apartheid digitale

Soprattutto, l’incidente chiarisce il modus operandi dei colossi della tecnologia quando si tratti del conflitto tra Israele e Palestina: censurare il materiale relativo alla lotta palestinese (su richiesta dello Stato ebraico) e ignorare qualsiasi critica nei riguardi di dette prevaricazioni. Insomma, gli alleati fanno pressioni sulle Big Tech per filtrare le informazioni in Occidente. Quindi non deve sorprendere se il consiglio di sorveglianza di Facebook, un organo indipendente incaricato di deliberare sulle decisioni sui contenuti della piattaforma, include Emi Palmor. Cioè l’ex direttore generale del Ministero della Giustizia israeliano. In passato, Palmor aveva gestito personalmente la Cyber ​​Unit israeliana, ottenendo la rimozione di migliaia di contenuti palestinesi da Facebook.

Speculazioni

Se qualcuno può ritenere malizioso presumere che la presenza di Palmor contribuisca alle azioni anti palestinesi di Facebook, il fatto è che le Big Tech stanno mettendo a tacere le voci dei palestinesi. Sistematicamente. In effetti, queste prevaricazioni non si possono attribuire solo ai funzionari apertamente filo-israeliani ai vertici. A ben vedere, le società di social media hanno gravitato, allineandosi, attorno alle policy dei centri di potere nelle strutture capitaliste e imperialiste statunitensi. Lo dimostra la loro collaborazione con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti in termini di condivisione delle informazioni personali. In particolare, coordinando la sorveglianza e l’analisi dei big data. Quindi, non è solo colpa di pochi funzionari di parte nei consigli di amministrazione: è l’industria stessa che è marcia fino al midollo.


Escalation su Gaza: CPI sospetta crimini di guerra


Apartheid digitale colpisce l’Occidente

In questo senso, non va dimenticato che i dirigenti e i dipendenti delle Big Tech hanno orchestrato un colossale accaparramento di terre e di gentrification nella Bay Area di San Francisco. Il tutto sfrattando migliaia di comunità di colore povere della classe operaia. Nel frattempo, la pagina Facebook del centro studi AMED non è mai stata ripristinata. Proprio questo fatto dovrebbe allarmare noi utenti occidentali. Come hanno osservato anche gli organizzatori dell’evento, qui il problema non è solo la censura di Big Tech sebbene sia un atto grave. Ciò che preoccupa e la rete di connivenza e l’obbedienza delle piattaforme ai poteri forti dello Stato. Lo dimostra il fatto che dopo la censura del dibattito di AMED, i funzionari universitari si sono rifiutati di concedere piattaforme alternative per il suo svolgimento. Piuttosto, si sono impegnati nella programmazione di eventi che di fatto lo delegittimavano.

Connivenza

Proprio le Università, in questo caso, si dimostrano lungi dall’essere arbitri neutrali. Piuttosto, appaiono complici. Perché delegano al monopolio delle società tecnologiche la programmazione accademica e avvallano la narrazione anti palestinese. A ben vedere, la repressione delle voci dei palestinesi sui social media va oltre il mondo accademico. E interessa anche l’Occidente. Negli ultimi giorni, molte persone che stanno documentando la violenza dei coloni israeliani contro le famiglie palestinesi nel quartiere di Sheikh Jarrah, nella Gerusalemme occupata, hanno riferito che Facebook con Instagram oltre che Twitter hanno “censurato sistematicamente” i loro contenuti. Durante la pulizia etnica israeliana della Palestina, le famiglie palestinesi devono affrontare l’allontanamento forzato dalle loro case. Mentre lottano con una repressione violenta che è resa possibile, a vari livelli, dallo Stato israeliano.


Conflitto Israele Gaza: sale la tensione in Medio Oriente


Apartheid digitale e violenza

All’inizio della “lotta per Al-Aqsa”, decine di persone erano rimaste ferite negli scontri con la polizia israeliana, che sparava proiettili di gomma, lacrimogeni e granate assordanti contro i manifestanti. Una prima ondata di tensione era seguita all’incursione degli agenti che aveva interrotto la preghiera di decine di fedeli nella Moschea. Una mancanza di rispetto alla quale Hamas ha risposto lanciando i primi razzi si Israele. Di lì, l’escalation di missili e di vittime. Fino all’abbattimento, da parte delle forze israeliane, di un palazzo sede delle agenzie di stampa nella città di Gaza. Ma i focolai di violenza si sono estesi in tutta la regione. Dapprima in città come Lod, a prevalenza araba. Per poi divampare in tutta la Cisgiordania. Nella narrazione occidentale, tutti questi episodi sono stati presentati come “scontri”. Ma qui, di “scontro”, c’è ben poco.

Definirli scontri è riduttivo

Non sono scontri la morte di centinaia di persone. Tra cui donne e bambini. Come non sono scontri le espropriazioni e la repressione. Soprattutto, non sono scontri la lotta per la liberazione della resistenza palestinese contro l’occupazione israeliana. E i palestinesi, che piaccia o no, non sono tutti violenti. O terroristi. A tal proposito, Israele ha sempre giustificato la sua offensiva come reazione intesa a neutralizzare i gruppi terroristici che controllano la Striscia di Gaza. Che, dicono, si nascono dietro ai civili. Questo legittima la campagna serrata di attacchi? Nella quale muoiono a causa degli attacchi centinaia vittime innocenti? Non sarà piuttosto un modo per sedare col sangue la rivolta? Eppure, sembra che questo dubbio non abbia raggiunto i media mainstream, che assistono appollaiati sulle loro scrivanie la guerra in corso in Medio Oriente.


Di Battista su Israele: Annunziata l’opinione sullo Stato


La liberazione

Al contrario, conformarsi alla posizione statunitense equivale ad avvallare la linea di Israele. A discapito del popolo palestinese. Eppure, la principale conseguenza di questa omogeneità di pensiero e di intensi ha avuto un effetto inaspettato. Quello di consolidare la resistenza palestinese, infondendo negli animi uno spirito di unità che mancava da molto tempo. In particolare, è stato il collante sociale per la lotta alla liberazione della Palestina e alla rivendicazione dei diritti del popolo palestinese che si è espansa a macchia d’olio in tutta la regione. Come avevamo evidenziato in articoli precedenti, questa non è una battaglia di conquista. È un lotta per la legittimazione. Per il riconoscimento di un popolo e del suo Stato. Per entrambe le parti.


Israele schiera le truppe: sale la tensione al confine con Gaza


Apartheid digitale: Twitter

Anche Twitter non può dirsi esente dal conformismo intellettuale occidentale. Se in via ufficiale Instagram aveva attribuito la causa della rimozione dei post a un “problema tecnico globale”, la società di Jack Dorsey ha spiegato che si è trattato di un incidente la sospensione dell’account della scrittrice palestinese Mariam Barghouti. Il cui profilo social è stato ripristinato. Intanto, gli attivisti e le organizzazioni di sorveglianza hanno espresso scetticismo circa tali giustificazioni. In particolare per l’azione mirata delle rimozioni e delle censure. A trent’anni dalle critiche sollevate da Edward Said, ai palestinesi è ancora limitata, se non impedita, la facoltà di raccontare le proprie storie. Ciò non significa che il popolo palestinese sarà disposto ad arrendersi, anzi. La strenua resistenza contro Israele di queste ultime settimane dimostra il contrario.

Il punto

In definitiva, questo problema dovrebbe interessare anche noi occidentali. La censura, da qualunque parte derivi, è sempre un sopruso. Specialmente quando distragga l’informazione per favorire una parte a scapito dell’altra. Quando non siano lesive per i diritti altrui, tutte le storie meritano di essere raccontate. Così come i diversi punti di vista. A ben vedere, questo è l’unico modo per sviluppare un pensiero critico. Che permetta di formarsi una visione completa e imparziale del succedersi degli eventi.


Escalation in Israele: sale la tensione per razzi dal Libano