Antonio Gramsci. Il politico “pensoso” nasceva il 22 gennaio del 1891

«Istruitevi, perchè avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perchè avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perchè avremo bisogno di tutta la nostra forza»

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Antonio Gramsci

Antonio Gramsci: un grande uomo, una mente preziosa, un intellettuale dalla penna assoluta, un politico e suscitatore di cultura proletaria, antifascista fino alla morte

«Io ammiravo Antonio Gramsci, anche quando si scagliava contro i miei dirigenti socialisti. Ammiravo il suo ingegno e i suoi occhi di color azzurro e di color acciaio che quando fissavano l’interlocutore non lo mollavano mai. Ammiravo il modo in cui, in carcere, coltivava amorevolmente i suoi fiori». Queste sono le parole di Sandro Pertini, parole di un uomo che condivise alcuni anni di prigionia con Antonio Gramsci. L’indimenticabile Presidente della Repubblica, ai microfoni di Enzo Biagi disse di ricordare con felicità alcuni degli anni della reclusione nei carceri di controllo fascista. Li ricordava con gioia perchè gli permisero di conoscere un uomo immenso come Gramsci.

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Antonio Gramsci nacque ad Ales il 22 gennaio 1891 e dopo un periodo nei pressi di Nuoro, frequentò le classi ginnasiali a Santu Lussurgiu. Nel 1910, mentre studiava al Liceo di Cagliari, si avvicinò al movimento socialista sia attraverso la lettura di un periodico culturale “rivoluzionario” come Il Viandante di Tomaso Monicelli , sia attraverso un contatto con la Camera del Lavoro del luogo. Ma non fu tanto una lettura o una frequentazione a segnare quell’inizio quanto un moto di solidarietà umana e un’attenzione alle condizioni di vita del popolo, fondamentali elementi della personalità del politico sardo. Gramsci nel 1911 conseguì la licenza liceale ed ottenne una borsa di studio con la quale si iscrisse alla facoltà di Lettere dell’Università di Torino; pochi anni dopo iniziò a presentarsi sempre più di frequente negli ambienti del movimento socialista fino a che, nel 1913, non decise di iscriversi alla sezione socialista torinese del Fascio centrale. Fu nel 1916, e non senza pause di sosta e di silenzio dovute oltre che agli studi intensi a soprassalti di malattie e a depressioni fisiche e psichiche che Antonio Gramsci si impegnò nell’attività di partito e chiarì in senso rigoroso quell’iniziale stimolo a reagire all’attesismo ufficiale, al culto del beato isolamento. Gramsci divenne il cronista della pagina torinese dell’Avanti!, annotatore di costume, critico teatrale, tenne qualche conferenza sui temi più vari di cultura generale nei circoli socialisti della “barriera” operaia della città, stilò un numero unico, La città futura che fu la testimonianza del suo socialismo giovanile, carico di passione partigiana, di idealismo, di entusiasmo volontaristico.

L’anno 1917 fu invece l’anno della rivolta popolare tra barricate e violenti proteste; proprio in quei disordini caddero più di cinquanta operai. Quello fu un momento di rapida maturazione nella biografia politica del solitario studente sardo; quell’episodio sancì il vero incontro appassionato tra il politico e il movimento reale dei lavoratori. Antonio Gramsci, sempre alle prese con la censura, accompagnò la sua esperienza di sostenitore della rivolta con una dichiarazione: «Noi ci sentiamo solidali con questo nuovo immenso pullulare di forze giovanili e non ne rinnegheremo quelli che i filistei chiamano errori e gioiamo del senso gagliardo della vita che ne promana…il proletariato non vuole predicatori di esteriorità, freddi alchimisti di parole: vuole comprensione, intelligenza e simpatia piena d’amore». Nel 1917, il giovane Gramsci con la fiducia nella storia scritta dagli uomini e con la fiducia nei fatti, più forti delle ideologie, partecipò, a Firenze, alla riunione clandestina della frazione intransigente rivoluzionaria, ove con Bordiga sostenne la necessità di un intervento attivo del proletariato nella crisi determinata dalla guerra. Il politico sardo negli anni 1918-1919 fu segretario di redazione, praticamente direttore, de L’Ordine Nuovo e fu anche animatore del movimento dei “consigli di fabbrica”.

Antonio Gramsci e la scissione di Livorno

Il 21 gennaio 1921 fu il giorno della “scissione di Livorno” e quindi della nascita del Partito Comunista d’Italia. Gramsci entrò senza esitazioni nel Comitato centrale del nuovo partito; tre anni più tardi venne eletto deputato nella circoscrizione del Veneto-Venezia Giulia. Dopo il 1920 le violenze fasciste si consumarono in ogni dove, le imposizioni dello squadrismo fascista e il clima di repressione divennero intollerabili. Nel 1926, Mussolini subì un attentato da parte dell’anarchico Zamboni; il dittatore ne uscì incolume ma fece di quel gesto il pretesto per l’eliminazione degli ultimi residui di democrazia presenti in Italia. Il Governo fascista soppresse dunque la libertà di stampa e sciolse i partiti politici di opposizione. Anche Antonio Gramsci fu arrestato per mano dei fascisti e fu rinchiuso prima a Regina Coeli, poi a Palermo e poi a Ustica. Durante il processo, il Pubblico Ministero concluse la sua requisitoria con un frase sul politico sardo: «per venti anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare». Antonio Gramsci fu infatti condannato a venti anni di reclusione ma nel 1934, per via dell’aggravarsi di una malattia che si portava dietro sin da bambino, ottenne prima la libertà condizionata e nel 1937 la piena libertà. Morì il 27 aprile dello stesso anno.

Paolo Spriano ci ha consegnato una descrizione bellissima di Antonio Gramsci: «sensibilissimo all’amicizia, generoso ma anche chiuso e appartato, di una riservatezza così radicata che lo indusse sempre a non apparire in primo piano. Quel ragazzo sardo, pur destinato a divenire un dirigente eccezionale, formava l’esatta antitesi di capo tradizionale nelle file socialiste, del tribuno che arringava le folle, del personaggio popolarissimo. Aveva una voce così bassa che mal s’addiceva ai comizi. Preferiva ascoltare che non parlare, e parlare a tu per tu col compagno o con l’operaio che non intervenire a una tribuna; badava a suscitare e a convincere piuttosto che a proclamare e a comandare». Antonio Gramsci, quel politico, filosofo, intellettuale, amico degli operai, amava tanto la vita e odiava troppo l’indifferenza e la vigliaccheria. Si battè per scrivere una storia giusta e per pronosticare una «città futura» priva di indifferenza e di indifferenti.

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