Antonio Cederna. Ecco chi era l’intellettuale che amava l’ambiente

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Antonio Cederna, ambientalista e intellettuale che amava il paesaggio. Ne traccia un profilo Francesco Erbani nel suo libro.

Antonio Cederna nasce a Milano nel 1921. Si laurea in Lettere Classiche (indirizzo archeologico) nel 1947 e dal 1949 scrive su Il Mondo. Pubblica una serie di articoli che documentano il modo in cui stanno crescendo le città italiane. Fra gli esempi più importanti, la campagna di stampa sulle speculazioni lungo l’Appia Antica a Roma, la nascita di periferie inospitali, l’abbandono di ogni concetto di pianificazione urbanistica.
Dal 1966, quando Il Mondo chiude, scrive su testate come Casabella e Abitare e dal 1967 è al Corriere della Sera, dove prosegue le sue inchieste sulla distruzione del paesaggio italiano, le manomissioni dei centri storici e la cattiva urbanistica. Nel 1981 passa a Repubblica e a L’Espresso. Muore a Sondrio nel 1996.

Antonio Cederna si è impegnato in favore della tutela del paesaggio contribuendo a formare un’idea innovativa, libera da vincoli puramente estetici.

Cogliendo in pieno la portata innovativa dell’articolo 9 della Costituzione e della locuzione di patrimonio storico artistico, supera la prospettiva limitata del paesaggio spettacolare ed estetizzante, evolvendo il paesaggio stesso e la sua tutela verso un significativo riferimento al valore culturale.

Il paesaggio non è una immagine pittorica, bensì è percezione, apprezzamento, consapevolezza da parte dell’uomo di una unità economica, ambientale o sociologica. In questo senso il concetto di paesaggio si avvicina a quello di ambiente.

Senza dubbio, le preoccupazioni ambientali, a partire dagli Anni sessanta e settanta, hanno giocato un ruolo fondamentale per il paesaggio affermando la cultura d’ambiente e contribuendo a far entrare la cultura ecologica nella conoscenza, analisi e valutazione del paesaggio. Sono gli anni in cui ci si comincia ad occupare e preoccupare degli effetti sull’ambiente delle attività economiche in modo sistematico: improvvisamente si cominciava a fare i conti con una crescita economica che non aveva solo prodotto vantaggi ma anche danni che si presentavano irrimediabili o costosissimi da riparare.

E di fronte a questi danni bisogna saper dire di “no” con decisione, autorevolezza e lungimiranza.

Il libro di Francesco Erbani, La Biblioteca del Cigno, 2012

Di “no” Cederna ne ha detti tanti: no all’abusivismo edilizio, no al nucleare, no all’albergo Amalfitana a Fuenti, no all’uso di Palazzo Barberini a Roma come sede del circolo ufficiali. (pag. 21). Si deve avere il coraggio di dire “no” di fronte alla consapevolezza di un danno all’ambiente e al paesaggio, di un danno perpetrato alle generazioni attuali e anche a quelle future.

Il modello di sviluppo che era stato vissuto come positivo nell’ultimo mezzo secolo viene condannato perché dissipativo delle risorse naturali, distruttore del paesaggio. Un modello che ha cancellato interi frammenti di territorio, interi centri storici, lasciando paesaggi abbandonati, con enormi voragini naturali e culturali.

Cederna potrebbe essere definito un ambientalista? Forse, ma da una parte sarebbe troppo estensivo, da un’altra troppo limitativo. Ha prestato attenzione ai fenomeni dell’inquinamento, alla crisi profonda provocata su equilibri biologici millenari dal tipo di sviluppo economico e industriale novecentesco. Ma le sue energie migliori e le riflessioni più innovative le ha dedicate all’urbanistica, all’uso dissennato del suolo, alla salvaguardia del patrimonio culturale e di paesaggi (pag.23).

Cederna con i suoi scritti anticipa la Convenzione Europea del Paesaggio, con la dimensione sociale del paesaggio stesso. Quella dimensione partecipativa che pone l’attenzione sulle emergenze e che permette di superare la tradizionale dicotomia tra paesaggio ordinario e paesaggio eccezionale. Un pensiero fortemente orientato all’equità poiché tutti i paesaggi hanno diritto alla salvaguardia e alla valorizzazione. Per conseguenza la logica di intervento non è più quella di decidere e valutare se trasformare o meno né quella di trovare nuovi parametri di qualità dei luoghi, ma piuttosto quella di contemperare tali istanze di valutazione in una visione unitaria del governo delle trasformazioni del paesaggio, alla luce della quale buone pratiche di recupero paesistico ed urbanistico sono quelle in cui è riconoscibile una volontà progettuale.

Ciò che ha fatto venir fuori Francesco Erbani, nel suo libro, è uno dei nomos, dei criteri di condotta del pensiero e del giornalismo di Cederna: la conversione del degrado urbanistico e paesaggistico in opportunità. La possibilità di restituire dignità al degrado, al disordine, al caos, al residuo. Una sfida per il futuro. Paesaggi e centri storici distrutti, che hanno subito diversi tipi di impatto, ripercussioni significanti sui comparti ambientali e sugli equilibri sociali ed economici: danni di grandi proporzioni che hanno alterato il paesaggio, le città, gli spazi periurbani ne hanno sminuito il possibile valore ambientale, economico e sociale, e dunque, di sostenibilità. Ciò nonostante, interventi di riqualificazione e recupero sono possibili, dotando i luoghi e gli spazi di un senso, considerandoli come complesso in cui l’azione dell’uomo è uno dei tanti fattori in gioco.

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