Anna Politkovskaja, portavoce e martire delle ingiustizie in Russia

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Audace e indomita giornalista russa, il cui grido di pace, giustizia e libertà ha oltrepassato i confini della Russia riuscendo a smuovere le coscienze dei propri connazionali e dell’opinione pubblica europea, Anna Politkovskaja nacque oggi, il 30 agosto del 1958. Giornalista russa portavoce dei diritti umani e del diritto di libertà di parola nel campo sociale e all’interno delle istituzioni giornalistiche in un Paese quale la Russia in cui storicamente tali diritti non sono stati appoggiati e a tutt’oggi continuano a non essere sostenuti a pieno titolo dal governo e dall’amministrazione ad esso collegata. Famosa per i suoi reportage sulla Cecenia, in cui più volte si recò rischiando ad ogni viaggio la vita, con i quali ha levato accuse al presidente Putin e dimostrato al mondo le atrocità di una guerra inutile, contraddittoria e fondata su intricati interessi politici e di potere, non ha mai smesso di lottare per l’ottemperanza e l’ottenimento dei diritti civili ed umani dalla sua patria, la Russia, Paese atrofico e ipocrita, che secondo l’opinione della Politkovskaja e da quanto si legge dai suoi scritti, ricolmi di acute osservazioni e ricco di perorabili invettive, avrebbe dovuto evidenziare, diventandone l’esempio negativo di condotta, l’intransigenza di quegli Stati che non retti secondo lo stato di diritto dovrebbero essere memento dell’importanza di tali diritti per la costruzione sana di una società civile. Per la giornalista era un duro colpo parlare in termini negativi della sua Russia, ciò che la portò a continuare le proprie denunce portando avanti quel bisogno di verità estremamente necessario ai suoi compatrioti ai quali spesso viene negato questo principio fondamentale, era la speranza di un cambiamento sociale, anche a condizione di effettuarlo in maniera radicale, in cui i cittadini non avrebbero più avuto paura di manifestare contro il governo, cambiamento che avrebbe dovuto sfociare in una rivoluzione politica pacifica.

Anna Politkovskaja

Questi ideali, da non considerarsi semplicemente come fini a se stessi ma da essere intesi come indiscutibili norme essenziali per l’instaurazione di una comunità e di una cittadinanza giusta in cui senso civico, rispetto verso l’uomo e il suo lavoro e nei confronti delle istituzioni quali garanti dell’ordine, della giustizia, della verità e dell’equilibrio socio politico, si possono ricavare oltre che dalla propria condotta esemplare anche dagli articoli della Politkovskaja e dai libri, alcuni di questi ultimi spesso editati nonostante le ingerenze degli apparati politici di censura. La scrittura fluida della giornalista, ricca di particolari e molto attenta nella rappresentazione veritiera a tinte verosimili degli affetti umani, quali speranze, dolori, sofferenze, paure, intransigenza, impassibilità, insofferenza, cinismo, fermezza, mellifluità, impotenza, senso di morte, di peccato, di vigliaccheria, di incapacità e molte altre, soprattutto ricavati e analizzati dalle innumerevoli interviste concesse alla Politkovskaja da numerose personalità di ogni ceto e ordinamento sociale, è stata criticata e elogiata da varie personalità, sia dai suoi omologhi colleghi giornalisti che da personalità politiche che, molto probabilmente per interessi, arrivarono a ridicolizzare l’accurato lavoro d’inchiesta della donna.

Biografia e Carriera

Anna Stepanovna Politkovskaja nacque 61 anni fa a New York con il nome di Anna Mazepa, il 30 agosto 1958 da una famiglia di diplomatici sovietici di nazionalità ucraina di stanza presso l’ONU come impiegati dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), infatti proprio in questa città ha sede l’Assemblea Generale e del Segretariato delle Nazioni Unite. Studia giornalismo all’Università Statale Lomonosov di Mosca dove si laurea nel 1980 con una tesi sulla poetessa Marina Cvetaeva. Sposatasi con il giornalista russo Aleksandr Politkovskij conosciuto in facoltà e con il quale avrà due figli, Il’ja e Vera, Anna si dedica alla carriera giornalistica scrivendo per il giornale della compagnia aerea di bandiera Aereoflot e presso la testata giornalistica Izvestija dal 1982 al 1993, per passare a Obščaja Gazeta dove entrerà in contatto col direttore Igor Jakovlev e lo stesso Gorbačëv oltre a intraprendere collaborazioni con televisioni libere.

Vladimir Putin

Educatasi in piena regime sovietico quando la Guerra Fredda faceva tremare i polsi al mondo, la Politkovskaja comprese l’importanza di legarsi a giornali e istituti d’informazione indipendenti per poter riuscire con qualche speranza a contrastare efficacemente la corruzione e le macchinazioni politiche nascoste ma fin troppo evidenti che si stavano perpetrando in Russia. Come la giornalista ci riferisce implicitamente o esplicitamente da alcuni scritti, la motivazione che l’ha spinta a contrastare la corruzione con il mezzo della denuncia e della penna, mezzo assolutamente pacifico ma sicuramente dal grande impatto sociale e politico, fu proprio quello stile di vita restrittivo e per certi versi spudorato di stampo sovietico attraverso cui l’allora giovane donna si formò e con cui suo malgrado si trovò a dover convivere.

Boris El’cin

La Politovskaja ci fa inoltre presente, da grande studiosa delle dinamiche sociali e politiche condotte internamente e immediatamente sul campo che ci fanno capire come nel giornalismo una importante parte delle intuizioni provengano proprio dalle esperienze dirette in cui assumono valore assolutamente positivo anche le esperienze giovanili, come notevole influenza sugli errori politici moderni e contemporanei vincolati indissolubilmente alla presidenza Putin siano nati dallo sfaldamento dell’URSS nel 1989 e dalle incoscienti riforme della successiva amministrazione El’cin. Fin da subito, quando la sua carriera giornalistica era appena iniziata, si interessa soprattutto della questione del Caucaso e della politica russa in quella regione, per seguire successivamente la prima e soprattutto la seconda guerra cecena scoppiata nel 1999, inchieste, soprattutto quella sulla Cecenia, che la resero famosa a livello globale per aver definito oculatamente il legame tra l’inizio della presidenza Putin e gli interessi politici del conflitto, nonché la stretta interconnessione tra ribelli ceceni e cariche parlamentari e giuridiche oltre che la statalizzazione e privatizzazione forzata delle grandi multinazionali petrolifere, tra le quali la Jukos, azienda fra e più importanti e ricche del mondo di proprietà dell’imprenditore ed oligarca Michail Borisovič Chodorkovskij, incarcerato per anni dall’amministrazione presidenziale per presunte irregolarità fiscali più o meno lecite. Le inchieste sulla Cecenia, polveriera che vedeva contrapposte le forze dell’ordine russe a quelle dei separatisti islamici capeggiate da Aslan Maschadov, dalla famiglia Kadyrov, Basaev, Dudaev rivali anche fra loro stessi, oltre che sul Daghestan e l’Inguscezia, che vennero accompagnate da articoli sulla corruzione negli Urali, per cui alcuni dei principali protagonisti di queste sconvolgenti vicende riuscirono ad infiltrarsi nelle cariche statali o quantomeno ad ottenere importanti riconoscimenti dagli apparati politici o giuridici connessi al parlamentarismo russo, vennero coraggiosamente pubblicati sulla testata indipendente dall’orientamento liberale Novaja Gazeta con cui la Politovskaja collaborò in quegli anni. Con il motto:

“L’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede”

la Politkovskaja diventa una voce scomoda che non si lascia vincere da ricatti o paura, il cui scopo primario è contrastare con ogni mezzo pacifico la corruzione della Russia. Paladina di future generazioni di giornalisti che l’hanno presa da esempio, con i modi del giornalismo di inchiesta, ha portato avanti temi propri alla tradizione già sovietica del dissenso. Sostenitrice della democrazia e delle libertà ad essa connesse, la Politkovskaja segnala il regresso in senso antidemocratico del suo paese e la dissidenza della nuova verticale di potere posta in essere da Putin il quale, venendo paragonato a uno zar moderno o peggio ancora allo spregiudicato Stalin, viene accusato di accentrismo dei tre principali poteri che in uno stato di diritto dovrebbero rimanere indipendenti, sottolineando la provenienza del presidente da quegli stessi organi di sicurezza che erano il baluardo del sistema sovietico, il terribile KGB. Il rischio non la preoccupò mai più di tanto, anzi lo affrontò a testa alta riuscendo fino all’ultimo a scartarlo con abilità, camminando continuamente sull’orlo del precipizio riuscì sempre a rimanere il più possibile vicino alla giustizia senza cadere nel vuoto, nel nero della corruzione o nel buio dell’etica del compromesso e di un’immoralità riluttante. Così si esprime sul proprio coraggio, condotto senza autoelogi il più semplicemente possibile:

“Sono assolutamente convinta che il rischio sia parte del mio lavoro, il lavoro di una giornalista russa, e non posso fermarmi perché è il mio dovere […] Credo che il compito di un dottore sia guarire i pazienti, il compito di un cantante è cantare”

Rimanendo fedele alle famiglie delle stragi del teatro Dubrovka, per le quali cerca di intavolare trattative con i terroristi ceceni che hanno occupato l’edificio, e della scuola di Beslan, durante l’attentato nella quale Anna venne impossibilitata a presenziare alle nuove trattative con gli assaltatori a causa di una dose di sostanza narcotizzante all’interno di una bevanda, si suppone un tentativo di avvelenamento anche se il caso non verrà mai chiarito del tutto, la giornalista non ha mai abbandonato le critiche spesso condotte a toni carichi, saturi di sconvolto sbalordimento, rivolte agli organi di polizia e della milizia, incapaci di astenersi dagli assurdi obblighi governativi perché corrotti loro stessi o perché impauriti dalla stritolante e imperdonabile macchina burocratica, potentissimo e distruttivo mostro creato da corrotti interessi politici che nonostante si regga su piedi d’argilla risulta essere una valanga implacabile. Perennemente a fianco dei più deboli e bisognosi, la donna non ha mai abbandonato i parenti delle vittime di qualsiasi forma d’ingiustizia che la cronaca del suo Paese la obbligasse ad affrontare.

Groznyj, capitale della Cecenia, oggi

Denunciando le atrocità degli organi giudiziari, accusati secondo prove inoppugnabili in possesso della giornalista di insabbiare processi politici e provvedimenti amministrativi o di competenza del Ministero delle Difesa o dei Tribunali militari sull’esercito, e degli apparati di sicurezza antiterroristica dell’OMON nonché il nonnismo nei quadri dell’esercito portatori nei più brutali casi di morti per tortura effettuata sulle giovani leve, la Politkovskaja sostiene un cambiamento radicale della politica che dovrebbe iniziare dalla società, da lei considerata molle. Se infatti quel senso di patimento passivo causa dell’immobilismo di ogni apparato sociale della Russia proveniente da un pensiero rinunciatario nato nella cittadinanza dalle continue violazioni e tribolazione che le persone sono costrette a subire per le brutture e le immoralità dei potenti venisse spezzato anche a costo del rischio del carcere o di vessazioni, allora la giustizia decollerebbe ed equità e uguaglianza trionferebbero, perché non ci può essere altro mezzo, secondo la giornalista, di ribaltare quel potere malato e mefitico che tiene i suoi cittadini in un oblio come se fossero rinchiusi in una cella a doppia mandata. Purtroppo Anna venne ritrovata morta, assassinata a colpi d’arma da fuoco, uno dei quali la colpì alla testa, all’interno del vano ascensore del proprio appartamento a Mosca, il 7 ottobre del 2007, giorno del compleanno di Vladimir Putin, molto probabilmente, sebbene le inchieste giudiziarie non portarono a nulla, una regolazioni di conti nei confronti di una donna, una giornalista troppo scomoda il cui unico errore fu la ricerca della pace, della giustizia e della verità. In suo onore l’organizzazione per i diritti umani Reach All Women in War (RAW in WAR), che si occupa della protezione dei diritti delle donne durante i conflitti bellici, ha istituito dal 2007 il Premio annuale in onore di Anna Politkovskaya, denominato Anna Politkovskaja Award. Il premio viene attribuito a una donna che difende i diritti umani in zone di conflitto nel mondo che, come Anna, si alza in piedi per le vittime di questo conflitto, spesso con grande rischio personale. Su di lei sono stati scritti numerosi libri e critiche, inoltre è stata realizzata una sua biografia a fumetti dal titolo Anna Politkovskaja edita da Becco Giallo, sceneggiatura di Francesco Matteuzzi e disegni di Elisabetta Benfatto.

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