Andrea Casta: l’artista “palcoscenico-addicted”

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Cantante e violinista, entertainer richiesto nei più prestigiosi locali e club in Italia e nel mondo. Tutto questo può essere riassunto in un nome: Andrea Casta.

Una voce morbida e penetrante, armato del suo violino elettrica, Andrea Casta nel corso degli anni vissuti anche come showman, ha maturato una visione e un’esperienza artistica unica. Andrea si apre a PeriodicoDaily in una lunga intervista in cui si può percepire come per lui “Suonare il violino è come avere corde vocali estese sulle mani”.

La tua caratteristica principale è sicuramente il violino elettrico, tuo fidato compagno di viaggio. E ciò che più colpisce è come tu abbia portato un elemento classico, ma modernizzato, in un ambiente del tutto esterno alla classicità. Come ti è venuta questa idea?

L’idea non è mia ma cavalca i tempi. È risaputo infatti che nella musica, come tutte le arti, c’è sempre un ritorno, una rielaborazione continua di elementi che poi, componendosi in maniera differente danno la modernità: questo nell’estetica, nella musica e in tanti altri settori. Io ho semplicemente seguito il mio percorso: ho studiato violino classico da quando ero piccolo; poi l’ho lasciato quando aveva 14-15 anni; ho quindi iniziato a suonare con la mia band, anche se più di tutto cantavo e avevo con me dei musicisti; e solo a 19 anni ho scoperto il violino elettrico. A quel punto, prima ho iniziato a sentire i maestri come, Jean-Luc Ponty, o musicisti che comunque avevano dato dignità al violino nei linguaggi musicali: pop-rock, fusion, jazz. Infine l’incontro con i DJs ha seguito l’andare del tempo. Fino a qualche anno fa infatti si andava molto in discoteca a cantare mentre oggi i DJs stiano diventando, da semplici selettori musicali, dei veri e propri produttori di musica; e questo comporta che collaborino di più coi musicisti, e io abbia elaborato la capacità di dialogare con loro. Capacità, questa, che molti musicisti, che suonano anche molto meglio di me, non hanno.

Come meglio di “me”?

Ma no! Dico magari tecnicamente. Infatti io non mi sono mai misurato col talento tecnico tanto quanto con l’empatia che riesco a creare con la mia musica: sia coi DJs e i musicisti che lavorano con me, ma anche e soprattutto con il pubblico.

Il tuo pubblico è in una fascia d’età che può andare dai 25 ai 35 anni. Come tu ti approcci alla musica può avvicinare il range più giovane, 15-25 anni, ad una mondo e a degli strumenti che son visti dagli stessi come “vecchi”?

Devo dirti, come ho detto prima, che non lo invento io questo percorso. Io cerco però di cavalcarlo in Italia dove in alcune cose siamo avanti e in altre siamo indietro, per quanto poi si esprima un ottimo gusto riconosciuto a livello internazionale. Dobbiamo però renderci anche interpreti di tendenze internazionali. In America ad esempio c’è una violinista, Lindsey Stirling, che l’anno scorso è stata nella “TopTen” dei video più visti di Youtube con un video di dubstep, fatto col violino elettrico. Lei, ad esempio, ha cavalcato un mondo musicale che viene dalle colonne sonore dei videogames; in questo modo, per quanto non mi appassioni questa tipologia musicale, i ragazzini, che sono i maggiori fruitori di YouTube, vedono e scoprono il violino. Questo per dirti che negli anni il mio pubblico si sta “abbassando”; soprattutto negli ultimi due anni. Poco tempo fa, ad esempio, ero al festival Spring Break Invasion, in Croazia, e il pubblico era quasi tutto proveniente dai licei o dalle università. Mi muovo quindi verso mete di musica elettronica e questo mi da molto. Avere infatti l’energia dei giovani a supportarti ti rende più stimolato, più sul pezzo.

Rimanendo sul pezzo: c’è stato da poco l’Eurovision Song Contest. Nel 2009, Alexander Rybak si presentò a questo evento, vincendolo, proprio con un violino. La scalata verso questa competizione per l’Italia però è Sanremo: come ti rapporti con quest’ultimo? Lo vedi come un ostacolo ad una tua probabile partecipazione al contest europeo?

Io, in realtà, ho provato qualche anno fa a fare Sanremo proprio perché sono principalmente un cantante che suona anche il violino, nonostante quest’ultimo però si sia impadronito della mia personale sfera musicale. Fondere la canzone con il violino in Italia, avendo inseguito il sogno sanremese, e magari chissà mi si riproporrà strada facendo, è stato un cercare di piegare le mie esigenze a quella che è la canzone pop neo-melodica italiana. Probabilmente adesso, collaborando molto coi DJs, mi sono liberato verso linguaggi musicali più internazionali. Quindi anche in Italia dovremmo riuscire ad internazionalizzarci, magari prima in inglese, poi in italiano, fondendo strumenti come il violino, la tromba o altri strumenti melodici, che magari non hanno ancora avuto il loro momento di gloria nei linguaggi pop-dance. Se poi Sanremo saprà cogliere, ne sarò felice. Purtroppo la preoccupazione è che nei confronti dell’ESC “ci tiriamo un po’ la zappa sui piedi”: noi stessi autori, cantanti, interpreti infatti seguiamo Sanremo con l’idea che ci siamo fatti del festival che è ad uso e consumo di un pubblico televisivo che riteniamo vecchi. In ogni caso, arrivare all’ESC vuol dire scontrarsi con la realtà pop più fresca, a volte anche “kitch”, ma è espressione di tutto quello che c’è nelle varie nazioni.

Nel tuo repertorio musicale, la reinterpretazione di “I like Chopin” è il pezzo più indicizzato. Essendo questo pezzo originariamente dei Gazebo, hai una qualche connessione particolare con loro? Hanno lasciato, anche nella tua stessa essenza musicale, un’impronta, una traccia?

Questo a cui fai riferimento è stato un singolo del mio album “Cover ’80” che raggiunse la Top20 di ITunes in un momento in cui il mercato era diverso da ora. Però quella è una canzone che evoca tantissimi ricordi ed emozioni alla gente che è rimasta ancorata all’immaginario degli anni 80. E questo è valso sia per la mia generazione sia forse per quella dopo. Andando infatti per discoteche, ho la possibilità di vedere ancora in alcuni locali più alla moda ragazzi di venticinque anni legati ad un certo tipo di immaginario. I 2Cellos, per esempio, hanno fatto una scelta nostalgica: Elthon Jhon, Sting. Il passo successivo però che hanno compiuto e che, per quanto dal punto di vista discografico magari un po’ in ritardo perché preferisco dedicarmi alle attività live, anche io faccio è di essere artisti molto contemporanei perché la discografia la consideriamo una parte del tutto. Oggi infatti bisogna essere un artista bravo sui social, percepito nella tua verità musicale anche solo grazie a pochi secondi di ascolto. L’importante, comunque, è essere a fuoco come artista: quando riesci a comunicare, a essere percepito in un determinato modo, per quanto poi tu possa voler sperimentare in altri generi e stili musicali, questo ti da la possibilità di essere molto produttivo sul mercato e di farti quindi seguire da un pubblico sempre più ampio; questo è quello che è avvenuto ai 2Cellos. Nel mio caso, l’essere definito, ha portato ad avere molte richieste per le collaborazioni discografiche anche con paesi molto lontani, come la Cina, i paesi baltici.

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Infine: progetti futuri che ti porteranno all’estero?

Quest’estate, per fortuna, ho molte date in Italia: Campania, Sicilia, Puglia, Toscana. Invece per il progetto discografico sto raccogliendo un pool di DJs per creare un concept album in cui il violino sia protagonista, e con la presenza di molti featurings con artisti internazionali molto popolari nell’ambiente dance; e i primi singoli verranno fuori in Autunno!

Ecco a voi quindi Andrea Casta in tutta la sua essenza. Se volete approfondire la vostra conoscenza e se volete farvi ammaliare dal suo violino ecco a voi qualche link utile:

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