A partire dal 30 giugno 2018 le donne saudite potranno finalmente guidare. A stabilirlo è il principe Mohammed bin Salman con decreto regio, quasi in risposta alle parole pronunciate poco più di una settimana fa dallo sceicco Saas al Hajiry. Secondo il religioso wahabita, le donne possiedono solo un quarto del cervello maschile e questo sarebbe un dato fisiologico, non una colpa delle donne. Di conseguenza, le donne non potrebbero rimediare in nessun modo e dovrebbero invece arrendersi a tale realtà.

Numerose attiviste si sono battute affinché fosse concessa alle donne la libertà di guidare. L’ultimo arresto il 6 giugno scorso, quando Loujain al-Hathlout è stata fermata all’aeroporto di Riad per le sue battaglie a favore dei diritti rosa. Nel 2014 aveva trascorso 73 giorni in carcere per aver sfidato il divieto di guida. Di recente, il re Salman ha arginato la triste pratica del “tutoraggio”, ordinando la cancellazione dell’obbligo di approvazione maschile prima di accedere ad un posto di lavoro pubblico, iscriversi all’università o usufruire di determinate cure mediche.

Dal 1957, la dottrina wahabita le ha provate tutte; c’è perfino chi sostiene che le donne non possano guidare perché ciò danneggerebbe il loro sistema riproduttivo. Al contrario, le donne devono dedicarsi agli impegni familiari e la guida attenterebbe al loro onore e alla loro dignità. Concedere la guida alle donne sarebbe “un pericolo per gli uomini e un pericolo per la stabilità del Regno”.

Le donne, sempre viste come potenziale nemico. Un pericolo da arginare con argomentazioni paradossali e pseudo-religiose, un avversario da privare di ogni strumento di rivalsa. Come ogni Stato teocratico, l’Arabia Saudita si fonda sulla sharìa, la quale a sua volta si costruisce su tre disuguaglianze: uomo – donna, musulmano – non musulmano, libero – schiavo. Ciò si riflette sulle leggi e i decreti emanati dal governo saudita: dal 2013, ad esempio, tutti i negozi in cui lavorano sia uomini che donne, devono erigere delle barriere per separare i due sessi. Fino al 2011 le donne non avevano diritto di voto. Solo nel 2012 le prime atlete donne saudite hanno avuto la possibilità di partecipare alle Olimpiadi. La disoccupazione femminile si attesta attorno al 35%, contro il 5% degli uomini e ciò si ricollega al divieto imposto alle donne di guidare, le quali devono essere necessariamente accompagnate a lavoro da un parente maschio.

Il principe Mohammed, al quale sono arrivate le congratulazioni del presidente americano Trump, sta rivoluzionando il Paese, a cominciare dal Saudi Vision 2030, volto a ridurre la dipendenza del Paese dal petrolio, a diversificare l’economia, a sviluppare il settore sanità, istruzione, infrastrutture e turismo. Nello specifico, si legge la volontà di ridurre il tasso di disoccupazione dall’11,6% al 7%, di aumentare il contributo delle piccole e medie imprese al PIL dal 20% al 35%, e di aumentare la partecipazione delle donne nel mondo del lavoro dal 22% al 30%.

Una svolta culturale, dunque, e allo stesso tempo economica, all’interno di uno dei Paesi più ricchi al mondo, ma più arretrati in termini di diritti umani. “Se si fortificasse la mente delle donne ampliandola, verrebbe meno la cieca obbedienza; ma poiché la cieca obbedienza serve al potere, i tiranni e i sensualisti sono nel giusto quando si sforzano di tenere le donne nelle tenebre, perché i primi le vogliono schiave e i secondi le vogliono giocattoli”: Mary Wollstonecraft parlava così nella seconda metà del Settecento. Quanto è cambiato da allora?

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