Anche Bulgaria e Slovacchia richiamano i loro Ambasciatori dalla Bielorussia

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La Bulgaria e la Slovacchia hanno richiamato in patria i loro ambasciatori in Bielorussia per solidarietà con la Polonia e la Lituania, che hanno fatto lo stesso tre giorni fa, il 6 ottobre.

I ministri degli Esteri di Sofia e Bratislava hanno annunciato la decisione giovedì 8 ottobre, dopo aver incontrato la leader dell’opposizione bielorussa, Sviatlana Tsikhanouskaya, nella capitale slovacca. “Le azioni intraprese dalle autorità bielorusse contro altri Stati membri dell’UE sono inaccettabili. L’Unione Europea resta unita nel suo sostegno al popolo bielorusso”, ha scritto su Twitter il ministro degli Esteri della Slovacchia, Ivan Korcok.

Martedì 6 ottobre, la Polonia e la Lituania avevano deciso di richiamare i loro ambasciatori per disinnescare le tensioni regionali dopo che la Bielorussia aveva chiesto di tagliare il personale presso le loro ambasciate per le azioni “distruttive” dei due Paesi. Altre quattro nazioni dell’UE, compresa la Germania, avevano fatto lo stesso, mercoledì 7 ottobre, per mostrare sostegno a Varsavia e Vilnius.

Il ministro degli Esteri polacco, Zbigniew Rau, ha scritto su Twitter di aver preso la decisione di richiamare per consultazioni alcuni dei diplomatici accreditati in Bielorussia “in coordinamento con gli organi dell’UE”. Il ministro ha poi ringraziato “i partner dell’Unione Europea per un’espressione inequivocabile di solidarietà con la Polonia e la Lituania” e ha commentato: “Il sostegno ai bielorussi e ai loro sforzi per democratizzare il Paese rimane una priorità per noi”.

Le autorità di Varsavia e Vilnius hanno deciso di ospitare alcuni leader dell’opposizione bielorussa e stanno adottando una serie di strategie per ottenere il sostegno dell’UE e della comunità internazionale a favore della “costruzione di una Bielorussia democratica”. La stessa Tsikhanouskaya ha trovato rifugio nella capitale lituana dopo essere fuggita dal suo Paese.

Proteste di massa senza precedenti hanno scosso la Bielorussia sin dalle elezioni presidenziali del 9 agosto, che hanno attribuito la vittoria, per il sesto mandato consecutivo, al presidente Alexander Lukashenko. Secondo il conteggio ufficiale, il capo di Stato avrebbe ottenuto l’80,1% dei voti.

La candidata dell’opposizione unita, che è proprio Sviatlana Tichanovskaja, avrebbe guadagnato invece il 10,12% dei consensi. L’opposizione ha contestato i risultati e ha affermato che le votazioni sono state segnate da gravi brogli elettorali.

Il voto non è riconosciuto né dall’opposizione bielorussa né dall’Unione Europea, e la Russia, storica alleata di Minsk, ha definito le elezioni “non ottimali”. Nei primi giorni di protesta, gli agenti delle forze di sicurezza hanno usato gas lacrimogeni, proiettili di gomma, idranti, granate assordanti e persino fucili a pompa.

A seguito della pressione popolare e internazionale, la polizia ha smesso di usare la forza per disperdere i manifestanti, ma le proteste sono continuate nelle strade e si sono estese anche ad alcune reti televisive e imprese pubbliche, che hanno deciso di scioperare.

Il 7 settembre, una leader delle proteste in BielorussiaMaria Kolesnikova, è scomparsa improvvisamente e alcuni testimoni hanno dichiarato che la donna sarebbe stata rapita, da persone non identificate, nel centro di Minsk. 

Putin, dal canto suo, il 27 agosto ha annunciato la formazione di una riserva delle forze di sicurezza che potrebbe intervenire in Bielorussia nel caso in cui “la situazione degeneri”. Il leader del Cremlino, tuttavia, ha invitato Lukashenko ad “ascoltare” e a “prendere atto” delle proteste. Una posizione ribadita lo scorso 14 settembre, quando il presidente bielorusso è volato a Sochi, per un vertice bilaterale.

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