Alberto Menichelli: “in auto con Berlinguer”

Oggi, giorno in cui si ricorda la nascita di Enrico Berlinguer, il racconto, intimistico e simpatico, dell’autista del grande leader della sinistra italiana. Eventi inediti della vita del segretario del PCI, il politico più amato dalle masse del Dopoguerra, certo il più rimpianto.

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Alberto Menichelli

Alberto Menichelli, storico autista di Enrico Berlinguer, ha trascorso quindici fittissimi anni al fianco del segretario di Botteghe Oscure. Menichelli vestì i panni non solo dell’autista ma anche quelli di ombra fedele e angelo custode.

Emozioni, silenzi, dubbi, preoccupazioni e gioie. Menichelli in “in auto con Berlinguer” ci ha parlato di tutto questo e lo ha fatto con pathos e delicatezza. Egli ci ha consegnato un volume di straordinaria testimonianza umana e storica. Ha narrato anni meravigliosi e difficili. Ha descritto fedelmente gli avvenimenti, i luoghi, l’entusiasmo, le sfide.

Capitolo 1

In auto con Berlinguer” ripercorre le tappe principali della vita di Alberto Menichelli: l’infanzia e la giovinezza, fatte di guerra, privazioni e paura. Il libro tocca la sfera degli affetti e dell’amore. La parte del libro più importante è però quella in cui Menichelli descrive le vicende e i sentimenti dei quindici anni vissuti al fianco di Enrico Berlinguer.

L’autore del testo, dopo una piccola ma profonda ricognizione sulla sua infanzia e quindi sulla vita in borgata, sui lavori saltuari e sulle avventure di ragazzo passa alla narrazione riguardante le prime collaborazioni con il Partito Comunista. Delle primissime azioni politiche ricorda con entusiasmo il volantinaggio, le assemblee all’aperto, le piccole rivendicazioni sociali e la difesa dei più deboli.

Alberto Menichelli alla vigilanza del PCI

Menichelli prosegue il racconto e arriva al gennaio del 1964. In quell’inverno, il direttivo di sezione di Vallerotonda gli propose un impiego nella vigilanza di Botteghe Oscure.

Euforico, intimidito, felice e preoccupato iniziò la sua avventura al volante e accanto ai dirigenti del PCI: «mi sentivo intimidito anche solo a entrare a Botteghe Oscure, per quello che rappresentava: ovvero l’intero Pci, il tempio dei personaggi che più stimavo al mondo. Ed ero emozionato per l’opportunità che mi era capitata, mi sembrava impossibile fosse arrivata dopo tante esperienze negative e tante delusioni».

Alberto Menichelli: «Io autista di Berlinguer»

1969: Piazza Fontana, l’incidente del direttissimo Palermo-Torino, le proteste della sinistra extraparlamentare. In questo clima di rimostranze sociali iniziò l’avventura di Alberto Menichelli al fianco di Enrico Berlinguer. Per tutti i militanti del Pci Berlinguer era diverso, aveva carisma, non parcheggiava mai in doppia fila, mai cedeva a qualche “privilegio” riservato ai dirigenti di Botteghe Oscure.

Menichelli, dopo un breve periodo di timidezza, iniziò a prendere confidenza con il segretario. Si accorse di quanto fosse simile a lui. Berlinguer nei lunghi tragitti in auto amava scrivere, leggere e ripetere i suoi discorsi, sempre impeccabili e mai a braccio. In virtù del vezzo del leader del Pci, Menichelli gli preparò la macchina con un piccolo ripiano ove il segretario poteva concentrarsi sugli articoli e appunti.

Alberto Menichelli, autista di Berlinguer

Menichelli ci restituisce Berlinguer nel suo carattere più vero: autentico, onesto, semplice, riservato ma profondo. Menichelli descrive Berlinguer come un uomo dotato di un cuore grandissimo e di una generosissima personalità. Ha scritto Menichelli: «la sua personalità generosa traspariva a ogni gesto e lo stesso valeva per l’attenzione verso gli altri. Nel 1979 quando fu ucciso a Torpignattara Ciro Principessa, un giovane militante del Pci, Berlinguer volle a tutti i costi andare al funerale seppure non lo conoscesse. E piangeva come se gli fosse morte un figlio».

Momenti inediti di Enrico Berlinguer

Il volumetto di Menichelli è veramente prezioso. Lo storico autista di Berlinguer non solo mette in risalto la politica, onesta e leale, del leader della sinistra. Ci fa tesoro di aneddoti particolari e intimi. Ad esempio Menichelli ci ha raccontato della passione di Berlinguer per i mocassini e di un viaggio in cui il politico ne indossò due modelli diversi allo stesso tempo: un piede con un mocassino liscio, un altro con un mocassino ruvido. Incurante della diversità, il leader disse al suo autista che li amava entrambi.

Menichelli ci ha restituito anche la storia di un Berlinguer che levava via la giacca, si arrotolava i pantaloni, si scamiciava e giocava a calcetto con ragazzini sconosciuti.

Menichelli ci ha parlato anche dell’ansia che il segretario comunista aveva prima di ogni discorso: «tutti erano attratti dall’accento sardo e dal suo carisma. É strano pensare all’entusiasmo che metteva quando parlava in pubblico, dettato sicuramente dalla passione politica, ma quella spavalderia non era un tratto del suo carattere. Anzi. Addirittura prima di salire sul palco, solo a vedere queste masse enormi di gente, gli prendeva come una fitta allo stomaco. Su suggerimento di Ciccio Ingrao, quindi, beveva una goccia di whisky».

Altri aneddoti su Berlinguer

Berlinguer amava guidare. I ragazzi della scorta sapevano che il segretario soffriva lontano dal volante. Menichelli a tal proposito evidenzia nel testo un episodio simpatico.

Egli ci parla di una volta in cui il segretario comunista decise di comprare un’automobile ai suoi figli. Menichelli scrive così: «un giorno uscimmo dalla Direzione e prima di andare a casa mi disse: “passiamo dal meccanico a prendere la mia macchina. Diceva “la mia macchina” perché era intestata a lui, ma anche perché dire “la mia macchina” lo riempiva di orgoglio. Il meccanico si chiamava Mario, un bravo compagno che aveva un’officina in Corso Francia. Arrivati lì lui riferì i lavori eseguiti. Berlinguer chiese il prezzo del lavoro ma Mario subito disse: “no compagno non deve pagare nulla”. Il segretario voleva pagare a tutti i costi. Il meccanico allora incalzò e disse: “tu già fai tanto per noi operai allora lascia che io faccia questa piccola cosa per te”».

Secondo Menichelli nemmeno l’elezione alla segreteria lo avevo inorgoglito tanto quanto quelle parole di quell’operaio.

Alberto Menichelli restituisce l'immagine vera di Berlinguer

Il ritratto autentico di Enrico Berlinguer

Dalle parole di Menichelli si coglie un messaggio forte, mai banale: Berlinguer era un politico che faceva tanto. Lo faceva con instancabile impegno, passione, coscienza morale e collettiva. Anche gli anni più duri del terrorismo non lo piegarono. Dopo la morte di Moro, dopo il fallimento dell’esperimento della solidarietà democratica, dopo la sconfitta del Pci alle amministrative del ‘78, il leader della sinistra non fece mai capolino alla rassegnazione. Continuò imperterrito a battere la strada della politica onesta, giusta, strutturata. Il segretario del Pci continuò a combattere contro il privilegio, a lottare nel segno dell’uguaglianza sociale.

Berlinguer viveva nel segno del Partito, quel partito che amava gli operai e non solo a parole ma soprattutto a fatti. Dalle righe di Alberto Menichelli emergono chiaramente tre caratteristiche di Enrico Berlinguer: la semplicità, il rispetto per tutti e la dirittura morale che mai risparmiava. Emerge il ritratto irrefutabile di un politico che non usava mai l’io ma sempre il noi.

Alberto Menichelli ci parla di Berlinguer

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