Al MEIS di Ferrara la mostra temporanea Stelle senza un cielo – I bambini nella Shoah

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Stelle senza un cielo - I bambini nella Shoah

La guerra, si sa, reca dolore a tutti, ma principalmente ai più deboli, come i bambini. Non faceva eccezione la Seconda Guerra Mondiale, ed è facile capire quanto fosse dura l’esistenza dei piccoli che avevano la sventura di nascere di razza ebraica. La mostra temporanea Stelle senza un cielo – I bambini nella Shoah, rappresentata al MEIS di Ferrara fino al 1° marzo, si impegna a provare a far capire come vivessero e sopravvivessero i più giovani, spesso privati di ogni loro affetto e in molti casi anche della vita.

La mostra si compone di una serie di fotografie d’epoca, rappresentanti intere famiglie o singoli individui, e racconta in tal modo la storia di queste persone negli anni della Grande Guerra, ma non solo a Ferrara, o in Italia: la storia dei perseguitati, in quegli anni, si assomigliava da un posto all’altro, dalla Romania alla Polonia.

Troviamo quindi per prima la storia delle “bellissime gemelle” romene, Yehudit e Leah Czengery, che deportate ad Auschwitz finirono nelle grinfie del dottor Mengele per i suoi orribili esperimenti. Questo però rappresentò per loro la salvezza, in quanto furono le uniche bambine della loro famiglia a sopravvivere all’Olocausto.

Tra le tante storie trova posto quella del giovanissimo Franco Cesana, il partigiano adolescente, reclutato dalla Resistenza a tredici anni non ancora compiuti. E che trovò la morte, nella periferia di Bologna, proprio nel giorno del suo compleanno.

Di Emilia Levi, cinque anni appena, parla anche Primo Levi nel suo Se questo è un uomo. Si ritrovò con la famiglia della piccola nel treno che li stava trasportando ad Auschwitz, e raccontò di come i genitori fossero riusciti a farle il bagno con dell’acqua tiepida procurata dal macchinista. La bimba, con la madre e il fratello Italo, venne subito indirizzata alle camere a gas.

A parte le storie individuali, di vite salvate o perdute, la mostra ci accompagna in quegli anni bui in punta di piedi, spiegandoci come tanti bambini, magari nascosti prima dell’arresto delle famiglie, riuscirono a resistere fino alla fine del conflitto. Le associazioni ebraiche riuscirono, tra mille difficoltà, ad organizzare anche delle attività per i piccoli che li aiutassero a non perdere totalmente la volontà di crescere ed imparare. Così nei molti orfanotrofi, dove i bambini rimasti soli potevano trovare quantomeno un supporto e un rifugio, anche se purtroppo neanche qui erano sempre totalmente al sicuro: spesso infatti anche questi luoghi erano rastrellati, e i piccoli ospiti con tutori e insegnanti deportati.

Sul finire della mostra, vediamo il quesito che molti orfani si ponevano: chi sono io, davvero? Qual è il mio nome, e quali le mie origini?

Questo capitava nella maggior parte dei casi ai bambini affidati ad altre persone per cercare di salvarli dall’arresto, che una volta ritrovati dai parenti in vita non riconoscevano più neppure chi li aveva messi al mondo. In particolar modo accadeva ai più piccoli, che da esuli avevano dovuto imparare una cultura diversa dalla loro e che spesso non sapevano più nemmeno il loro vero nome, né il giorno in cui erano nati.

Nel percorso museale ci viene spiegato anche come molti bambini, soprattutto i più intraprendenti, ritrovatosi soli realizzavano che il loro unico modo per essere considerati utili era lavorare come gli adulti. Principalmente questo accadeva nei ghetti, ma talvolta anche nei campi.

Infine, come sempre accade scopriamo che anche i rapporti di amicizia instaurati fra i più giovani potevano salvare la vita. Come quelli parentali, però, molte volte purtroppo venivano recisi in modo brutale.

In conclusione, per quanto il MEIS nel suo insieme sia assolutamente da visitare in caso di gita a Ferrara, chi vi scrive vi consiglia umilmente anche questa mostra. Perché anche se a suo tempo in pochi avevano voglia o tempo di ascoltare la voce di piccole vittime, noi oggi siamo chiamati a farlo, e questo vale per i bambini di allora come per quelli di oggi.