Accampamento preistorico scoperto a Tolentino, risale al mesolitico

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Si tratta di uno dei più importanti ritrovamenti di insediamenti antichi del suo genere a livello italiano ed europeo oltre che identificarsi come il primo sito mesopaleolitico scavato in maniera estensiva nelle Marche, il rinvenimento di un accampamento preistorico che l’equipe di archeologi che ha svolto gli scavi data a circa 11mila anni fa. Il sito in cui è stata fatta la scoperta, ubicato nel quartiere Contrada Pace proprio nell’area in cui dovrebbe sorgere il polo scolastico dell’Istituto di Istruzione Superiore Francesco Filelfo e appartenente alla città di Tolentino, località in provincia di Macerata nelle Marche, territorio da secoli ricco di storia in quanto si trova in una posizione geografica territorialmente e climaticamente favorevole alla stanziazione umana che ha prodotto agglomerati abitativi di un certo valore assumendo così col tempo un ruolo storico, culturale ed economico di notevole prestigio, risulta essere perfettamente conservato, come gli studiosi hanno constatato durante le ricerche.

Piazza di Tolentino

Dalle stime in nostro possesso, l’area archeologica da poco venuta alla luce, probabilmente bacino fertile per altre scoperte di età più o meno recente che daranno soddisfazione ad esperti e semplici cultori o appassionati delle civiltà arcaiche, considerata l’importanza che l’antica città di Tolentino ed il territorio ad esso connesso assunse in lontane o più attuali epoche storiche, è riuscita a mantenersi praticamente intatta grazie al fondamentale contributo della natura che si declina nelle peculiarità biochimiche e conservative dei fanghi alluvionali depositati dal vicino fiume Chienti, via d’acqua che percorre la vallata omonima in cui Tolentino si erige. Se, a quanto pare, le prime testimonianze di vita nel territorio tolentinese risalgono al periodo del paleolitico, per poi concentrarsi con un balzo di millenni nel popolo italico dei piceni, civiltà rappresentativa dell’orgoglio umbro marchigiano abruzzese che si espanse nell’Italia centrale prima della conquista romana, e in particolare a quell’era definita della prima umanità socialmente e tecnologicamente avanzata ed affermata che fa riferimento al primo periodo di questo lungo cammino evolutivo biologico, culturale e antropologico che si definisce con il termine paleolitico inferiore, i ritrovamenti dell’accampamento preistorico i cui resti sono stati attualmente scoperti si fanno risalire con una certa precisione al paleolitico superiore, l’ultima delle tre parti in cui convenzionalmente si suddivide questa lunga era da quando per primo lo studioso e archeologo britannico John Lubbock nel 1865 non denominò e differenziò i periodi protostorici nel suo libro Età preistoriche.

John Lubbock

E’ risaputo che più si va indietro nel tempo più è complicato stabilire con esatta precisione la giusta collocazione storica di un dato ritrovamento archeologico, per di più se tale scoperta non è accompagnata da documenti scritti che ne testimoniano la datazione che per evidenti motivi in età paleolitica non esistono, sennonché gli esperti sono stati in grado di trovare ai resti una nicchia storica abbastanza precisa. Risalendo alla veneranda età di 11mila anni fa, constatazione che si è potuta desumere dal tipo di struttura, dal tipo di conglomerato che i ricercatori si sono trovati di fronte, dallo sviluppo, dalla sistemazione e dall’utilizzo dello stesso nonché senza dubbio dalla quota di scavo in cui la struttura è stata rinvenuta e dalla tipologia delle materie prime usate oltre che dalla lavorazione di quegli stessi materiali che furono utilizzati per la costruzione del complesso, età che gli studiosi hanno anche potuto desumere dalla già formata conoscenza delle civiltà antiche e dalle analogie con ritrovamenti simili e provenienti dalla già accertata sfera storico archeologica dell’accampamento, questa scoperta si colloca perciò a cavallo tra due ere, quella preistorica e quella mesolitica, a sua volta, quindi, s’inserisce nel periodo intermedio fra l’ultimo magdaleniano, segmento di tempo che condusse verso la fine dell’ultima glaciazione, in Europa centro orientale ed in Italia chiamato epigravettiano a causa di una tarda evoluzione di alcune caratteristiche tipiche di questa epoca a livello tecnoevolutivo soprattutto, ed il primissimo mesolitico.

Durante i lavori di scavo

Sebbene la scoperta dell’antichissimo accampamento è stata fatta lo scorso 22 novembre, è rimbalzato alle cronache soltanto in questi giorni quando la Soprintendenza archeologica, belle arti e paesaggio delle Marche ha ufficializzato l’epoca a cui risale l’insediamento. Di sicuro le ricerche sono state lunghe e complicate ma finalmente si è riusciti a dare una definizione storica del conglomerato ed un primo inquadramento storico dei popoli che l’avevano abitato, ora il lavoro altrettanto arduo se non di più che c’è da portare a termine è l’approfondimento di questi resti affinché si possa chiarire con maggior rigore e successo la cultura e gli stili di vita dei nostri antichi antenati che solcavano questa regione millenni prima di noi.

Le ricerche sono state svolte sotto l’attenta gestione di Stefano Finocchi e Paola Mazzieri della Soprintendenza, mentre alla dirigenza ed alle mansioni di coordinazione operativa dei lavori di scavo è stata affidata la supervisione di Alessandra D’Ulizia della ArcheoLAB, società di servizi per i beni archeologici e culturali accreditata, oltre che presso la soprintendenza marchigiana, anche presso altre soprintendenze dell’Italia centrale quali quelle dell’Emilia-Romagna, dell’Umbria e dell’Abruzzo, associazione nata nel 2004 e che si compone di sette archeologi laureati, specializzati e dottorati in vari atenei italiani che mettono a disposizione le loro conoscenze profondendo il loro impegno a favore di opere ed iniziative archeologico culturali al fine di offrire una vasta gamma di servizi nell’ambito dei beni storici principalmente nelle Marche dove, grazie ad una presenza capillare sul territorio, in particolar modo con le sedi di Macerata, Pesaro e San Benedetto del Tronto, la cooperativa lavora in tutte le province regionali e dal 2008 anche fuori dalle Marche, in Friuli Venezia Giulia.

Di basilare supporto al personale specializzato proveniente dall’Università di Ferrara, dell’Ateneo di Firenze e de La Sapienza di Roma rappresentato dalle figure di Davide Visentin, Arianna Cocilova e Alessandro Potì che ha contribuito alla campagna di scavo, ArcheoLAB, inscritta quale soggetto qualificato nell’elenco degli operatori abilitati per l’Archeologia Preventiva istituito presso il MIBACT e occupata nell’elaborazione del Documento di Verifica Preventiva di Interesse Archeologico di essenziale importanza per la valorizzazione, la tutela ed il controllo dei beni storici e l’impedimento degli stessi in termini di sfruttamento, riciclaggio e depauperamento delle realtà archeologiche soprattutto durante la costruzione di opere costruttive, è da sempre, fin dalle sue origini, impegnata nella sua principale attività che si svolge quindi nell’ambito delle operazioni di aiuto e sorveglianza archeologica durante la realizzazione di opere pubbliche, nonché di scavo archeologico di emergenza nell’ambito di lavori pubblici e privati. In questi termini, poiché il ritrovamento dell’accampamento è avvenuto durante i lavori di scavo per la creazione di una infrastruttura pubblica, ArcheoLAB ha assunto un ruolo decisivo, ovviamente insiemi agli enti direttamente interessati, nelle decisioni da prendere e nelle soluzioni da adottare per la messa in sicurezza del patrimonio archeologico riportato in superficie.

Logo di ArcheoLAB

Agli studiosi, che hanno lavorato con intensità, passione ed abilità oltre che con un po’ di fortuna che li ha accompagnati in questa avventura di immersione storica temporalmente così lontana dagli usi e dai costumi moderni oltre che dalla mentalità contemporanea, e ancora parecchio sconosciuta, è stato possibile riconoscere il piano di calpestio su cui i cacciatori paleomesolitici camminavano, i focolari che hanno acceso e i punti in cui svolsero particolari attività, si sono infatti riconosciuti i luoghi, all’interno di questa antica capanna, in cui si scheggiava la selce per ottenerne puntali di lance o lame per la produzione di armi da caccia o da lavoro, settori in cui era d’uso la macellazione delle prede ed aree in cui si lavoravano materiali organici come osso e legno. Proprio per questi ritrovamenti che hanno fatto rizzare le antenne agli studiosi, è evidente come il sito trovi l’esatta collocazione esattamente nei primi secoli del Mesolitico quando si stava passando da un tipo di società radicata sulla caccia e sulla raccolta a un tipo di organizzazione fondata su piccoli e medi agglomerati costituiti da capanne che avrebbero prodotto quelli che diventeranno dei villaggi e di concerto le prime espressioni in controtendenza al nomadismo che si delineano con la nascita dell’agricoltura.

La quantità di oggetti e residui di utensili ritrovati, anche se la maggior parte di essi ci è pervenuta in piccole dimensioni e non completamente integra, è impressionante, i reperti si assommano a diverse migliaia, quali prevalentemente manufatti litici e scarti di lavorazione. Come riportato sul sito ufficiale del MIBACT che ha seguito la scoperta pubblicandone l’annuncio, la presenza di elementi significativi quali denti e mandibole e in generale di frammenti ossei di grosse dimensioni consentirà, in fase di studio, un elevato tasso di determinazione e quindi la possibilità di ricostruire in dettaglio le strategie di caccia dei gruppi mesolitici che hanno occupato il sito. Inoltre, esempi di resti fossili marini datati tra il Pleistocene finale e l’Olocene sono noti da vari contesti archeologici dell’areale circummediterranea, nonostante questo evidenze simili non sono affatto comuni nel territorio italiano, di conseguenza lo strato conchigliare individuato rappresenta una scoperta di eccezionale rilievo. Il sito può dunque aprire una finestra, che si sta schiudendo solo ora con una qualcerta forte incisione, sulla cultura protomesolitica, in quanto grazie a questi ritrovamenti potremmo capire di più sugli stili di vita dei nostri antenati, sulla loro alimentazione in area centroitalica e tolentinese in particolare e sulle modalità conservative dei reperti in area marchigiana oltre che sulle conformazioni geografiche ed idrologiche degli ambienti di allora.

Alcuni degli oggetti ritrovati

Nonostante l’estrema importanza del complesso archeologico, la Soprintendenza tiene a far presente che le operazioni di scavo non impediranno né ritarderanno l’erezione dell’edificio scolastico, grazie al quale, se non fosse stato per il suo cantiere, il sito archeologico, almeno in tempi recenti, non si sarebbe scoperto. Per permettere il prosieguo di entrambi i lavori su un’unica area di scavo è necessaria una efficiente sinergia tra Comune, Soprintendenza e Provincia, nelle rispettive figure del sindaco Giuseppe Pezzanesi, della dirigente professoressa Marta Mazza e del dottor Antonio Pettinari, i quali devono sapere dialogare al meglio oltre che organizzarsi e alternarsi in modo tale da far avanzare i rispettivi lavori in modo professionale e senza quegli intoppi che troppo spesso caratterizzano questo tipo di strani ma benvoluti inconvenienti che mettono alla prova la gestione e la collaborazione di differenti realtà socio culturali.

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