Abrrraxas!

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di Renzo Nuti

“Come sintetizzare l’opera di Carlos e compagni in queste poche righe; da uscirne con il cervello malconcio, se non ci sovvenisse il corpo, a reagire continuamente agli stimoli incredibili di questa musica ormai antica, ormai da riscoprire interamente”.

Questo scriveva Mauro Radice, critico musicale italiano degli anni ’60 e ‘70, a proposito dei Santana nella sua Enciclopedia Pop (Celuc libri, 1976, Milano), strumento preziosissimo per orientarsi nel complesso panorama del rock nei suoi anni d’oro, “guida forse (im)parziale (è la vita) ma grintosa necessaria utilissima voilà” come lui stesso la definisce nel quantomai allucinato componimento introduttivo. Personalmente ho preferito non mettere a rischio l’incolumità del mio cervello, scegliendo di descrivere un solo album di questo gruppo, che tuttavia ritengo il più esemplificativo ed originale: Abraxas, appunto.

Si tratta del secondo lavoro della band (1970), che con il primo Santana (1969) aveva già ampiamente fatto parlare di sé ed entusiasmato gli ascoltatori con un assaggio di quel loro sound tanto inusuale quanto sincero, un miscela sanguigna di ritmi latinoamericani, blues e crudo rock permeato da un soffio di jazz. Brani come Jingo, Evil Ways, o l’immortale Soul Sacrifice erano immediatamente diventati hit del gruppo: come non ricordare la trascendentale esecuzione di quest’ultima di fronte alla folla in tripudio di Woodstock? Da annali della storia del rock.
Detto questo, Abraxas segna una svolta rispetto all’album precedente: la band prende pienamente coscienza delle proprie potenzialità e, se prima aveva mosso qualche passo su un terreno relativamente nuovo alla musica di quegli anni, ora la vediamo tuffarsi incurante e sicura di sé in una giungla lussureggiante e buia, una foresta pluviale acida e visionaria che avviluppa senza possibilità di fuga, irrorata da una vitalità primordiale.

La copertina ( che purtroppo il nostro Dedalus potrà proporci solo in bianco e nero), opera del pittore Mati Klarwein, è senza dubbio una delle più celebri di tutta la storia del rock e fornisce uno squisito riferimento, visivo e tangibile, alle immagini che l’album intende esprimere musicalmente: si tratta anzitutto di un’Annunciazione (chi a questo punto la considera sacrilega può anche smettere di leggere) chiaramente rielaborata in chiave psichedelica con evidenti richiami a paesaggi, etnie e culture tipiche dell’America Latina, ma anche dell’India o dell’Africa. Insomma un mosaico affascinante e coloratissimo che ci riporta immediatamente in un era lontana e mistica, alle porte di civiltà antiche e misteriose dotate di grande spiritualità e intrinsecamente legate alla natura.

Aprendo una parentesi, negli anni successivi ad Abraxas Carlos Santana, chitarrista e figura centrale della band, si lascerà irretire da questo “misticismo allucinato” abbandonandosi ad una deriva musicale a mio parere sempre più ridondante e insipida, dalla quale pochi lavori riusciranno a salvarsi, forse nel tentativo di proseguire sulla scia di un album che avrebbe avuto molta più dignità come unicum; ad ogni modo questa è solamente la mia opinione personale.
Ma passiamo finalmente ad esaminare la materia musicale (sorvolando l’etimologia ed il significato del termine Abraxas, antica divinità del culto gnostico)! Materia anzitutto selvaggia e vivissima, come testimonia ampliamente la prima traccia, Singing Winds, Crying Beasts : su uno sfondo di sonorità relativamente tranquille, tratteggiate dal piano, dai gong e dalle tastiere, la chitarra di Carlos lancia sibili e ruggiti che si perdono rombando in lontananza nella vastità di un paesaggio equatoriale che esiste solo nel pensiero; un invito insomma, a proseguire un viaggio appena cominciato con la contemplazione di “bestie urlanti” e “venti che cantano”.

La seconda traccia è una delle pietre miliari del gruppo, la sensuale “Black Magic Woman/ Gipsy Queen” : un blues (il grande padre!), prima di tutto! Sulla struttura metrica propria di questo genere si innestano infatti in perfetta armonia una sezione di percussioni tipicamente latinoamericana, chiaramente onnipresente in tutto l’album, un organo sinuoso ed accattivante, e soprattutto la magniloquente chitarra di Carlos : il risultato di una simile commistione trasmette all’ascoltatore una sensazione di profonda quiete, benché, concretamente, si stia parlando di una “donna della magia nera”. Quiete che viene sconvolta nel finale del pezzo (appunto Gipsy Queen), un concitato e solare crescendo simile all’apice dell’ebbrezza di un rito orgiastico. A questa prima estasi segue la celeberrima Oye Como Va, traccia decisamente più “latineggiante” che dopo un coro in spagnolo, piuttosto laconico, dà libero sfogo a una jam sgargiante e groovy (scusate ma è intraducibile) dove improvvisazioni di chitarra e tastiera si alternano, con Carlos che distilla nuove gocce di sapienza chitarristica.
La quarta traccia è la potentissima Incident at Neshabur, sfortunatamente meno conosciuta: a mio parere si configura essenzialmente come una sorta di suite, visti i repentini cambi di tempo, di tema, di sonorità e la stessa maestosa composizione. L’attacco è sfrenato, le percussioni e il basso rimbombano nella testa e nelle viscere mentre l’organo disegna alienanti spirali lisergiche: un attimo dopo, con lo schianto del passo di un elefante sul suolo, esplode un riff tanto trascinante quanto semplice, poche note che sconvolgono anima e corpo. Proseguendo la furia degli strumenti si ripiega su sé stessa, dando origine ad una languida parentesi decisamente jazzata che si svolge dolcemente fino alla fine del pezzo. Un capolavoro.

Eppure dopo un simile affronto, dopo un brano così prepotente, la band si concede ugualmente un’altra frenetica galoppata nella giungla con Se a Cabo, incurante del rischio di “stufare” l’ascoltatore perché, e non a torto, sicurissima delle proprie potenzialità. E infatti Se a Cabo risulta tutt’altro che una ripetizione: è il colpo di grazia, con le tastiere che squillano al di sopra del frastuono di bonghi e congas e la chitarra di Carlos che si contorce e divincola in una danza rituale. La sesta traccia, Mother’s Daughter, ci riporta invece in un contesto più familiare, più dichiaratamente rock ma comunque impreziosito dagli spunti originalissimi della band: è un pezzo che forse brilla di meno rispetto agli altri, ma ha comunque un suo perché ed è decisamente lungi dall’essere additato come “tappabuchi”.

Perdonatemi ma con la settima traccia, Samba Pa Ti, ho un legame affettivo personale, e forse nel descriverla risulterò ripetitivo; perchè credo sinceramente che si tratti di uno degli strumentali per chitarra più particolari ed espressivi degli ultimi cinquant’anni, e sono profondamente grato a Carlos Santana per averlo partorito. In Samba Pa Ti la band lascia più di 4 minuti e mezzo di libertà al solo chitarrista limitandosi ad accompagnarlo, mentre lui si libra sulle ali di un suono e di un fraseggio rimasti ineguagliati: il tema iniziale del brano colpisce immediatamente per la profonda carica sentimentale (ma anche per l’indiscussa originalità), ed arrivati ad un minuto e mezzo si assiste alla fioritura della vera e propria samba.

A questo punto Santana si lascia trasportare dalle sue stesse mani e dipinge immagini coloratissime e profondamente vive di natura incontaminata, di comunione spirituale e di amore universale tra esseri umani sognate in chissà quale sonno psichedelico; e gli altri strumenti non fanno altro che sussurrarre un sottofondo vivacemente ritmato ma contemporaneamente tranquillizzante, svelto eppure dolce, mantenendosi partecipi di questa gioiosa immersione nella vita. Forse uno dei più grandi lasciti del buon vecchio Carlos.
Incamminandoci verso la chiusura dell’album incontriamo, come ottava traccia, la brutale Hope You’re Feeling Better: in essa vediamo la band mandare al diavolo gli aneliti alla spiritualità per abbandonarsi al rock più furioso e autoreferenziale (verso il quale non ho nulla in contrario, anzi!) , dare libero sfogo ad una chitarra incattivita e nera, ai tonfi spietati della grancassa che incede inarrestabile, agli organi striduli e arroganti.

E i Santana dimostrano di avere tanto da insegnare anche in questo contesto, benché inizialmente potesse sembrare più distante dalla loro cifra stilistica. La nona e ultima traccia, El Nicoya, mi rimane di difficile interpretazione: un addio, forse? oppure un arrivederci? O semplicemente uno “scherzo”? Non saprei cosa dire di questo minuto e mezzo di percussioni ostinate e trascinanti, al di sopra delle quali un coro scandisce poche parole incomprensibili, simili ad una filastrocca. Di certo un ulteriore elemento di eclettismo, un altro tassello di quel mosaico selvaggio e variopinto che è Abraxas: un album magistrale, sì, ma anche un periplo mentale in una terra lontana nello spazio e nel tempo, pulsante di vita e trasudante misticismo.