Salve! Questa volta non tratterò di musica, ma di viaggi, in un certo senso.

Il mio soggiorno a Varsavia, avvenuto a gennaio di quest’anno, è iniziato nel migliore dei modi con il Museo della Storia degli Ebrei Polacchi (Polin).

L’idea di un museo dedicato è nata nel 2005, ma è stato completato solo nel 2013, nel punto della città che ospitava il quartiere Ebraico e in seguito il Ghetto. Nel 2015, infine, è stato inaugurato il percorso museale permanente, cioè quello che possiamo vedere ora.

Già all’esterno si presenta singolare, ma a prima vista la forma è quella di un semplice parallelepipedo. Solo avvicinandosi, proprio di fronte al Memoriale dedicato agli eroi del Ghetto, si nota quella che appare come un taglio, una frattura che spacca l’entrata principale, a simboleggiare proprio la ferita che ancora sopravvive nel popolo ebraico dopo la Shoah.

All’interno, munendosi di guida multimediale (scelta consigliata, per quanto mi riguarda) si inizia il percorso vero e proprio, che racconta le origini dell’insediamento della comunità ebraica in Polonia, con brevi parentesi su Ucraina, Germania e Lituania.

Fin dal 1500 il popolo ebraico fa la sua comparsa in Polonia, presumibilmente attraverso rotte commerciali: da ciò si può dedurre che i primi Ebrei fossero prevalentemente mercanti. Nonostante negli anni seguenti molti regnanti si avvicendassero sul trono del Paese, in linea di massima gli Ebrei avevano trovato un ambiente favorevole nel quale prosperare. Abili amministratori e uomini di cultura, godevano della protezione dello Stato, anche in caso di (ancora rarissimi) episodi di intolleranza o addirittura di violenza.

In particolare, sempre più spesso a uomini e donne ebrei era affidata la gestione delle molte taverne, proprio grazie alle loro capacità imprenditoriali: e anche più avanti, quando nel resto d’Europa iniziavano le prime tensioni razziali, la Polonia era e restava per loro il posto più sicuro in cui vivere.

Tutto iniziò a cambiare con il Novecento. Dopo la Prima Guerra Mondiale molti Ebrei aderirono a diversi partiti politici, ma con l’arrivo della Seconda, ecco l’avvicinarsi della catastrofe.

Cifre naturalmente in difetto, sei milioni in totale sono gli Ebrei che trovarono la morte nei campi di sterminio, il 90% della popolazione ebraica polacca: un numero spaventoso.

E in seguito, anche per i sopravvissuti non fu semplice: e il primo interrogativo per chi aveva perso tutto consisteva in una scelta fondamentale. Andarsene dalla Polonia o restare?

L’avvento del Comunismo indusse molti a partire per la Palestina, ma dopo la morte di Stalin il popolo ebraico conobbe un certo periodo di pace… anche se per poco.

Il museo si compone di sessanta segmenti accuratamente illustrati, ed è in molti punti interattivo, con numerosi approfondimenti su schermi presenti in ogni sala.

In definitiva, l’esperienza valeva la pena in tutti i sensi. Non si conosce mai abbastanza quella che non è solo la storia della Polonia, ma dell’Europa tutta, pure se vista attraverso gli occhi di un solo popolo. Un popolo nei secoli perseguitato, ghettizzato e infine quasi sterminato, ma che è comunque riuscito a prosperare e a giungere fino a noi, rialzandosi sempre e impegnandosi ogni giorno affinché ciò che è stato non venga dimenticato.

Insomma, se passate da quelle parti, non potete perderlo.

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