A un passo dal confine: diario di quello che i giornali non raccontano

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243 chilometri. 2 ore e 43 minuti. Tanto dista Cracovia da Medyka, un posto che nessuno conosceva fino a 12 giorni fa. Un posto che ora conoscono tutti nel mondo, perché è una delle tante frontiere che i profughi usano per entrare in Polonia scappando dall’Ucraina. E moltissimi arrivano qui, a Cracovia, a un passo dal confine.

Cracovia: la città a un passo dal confine

A Cracovia da 12 giorni si incrociano nella stazione ferroviaria e dei bus decina di migliaia di persone con lo sguardo perso. Sono spaesate, spaventate, stanche. Sono donne con bambini piccoli e piccolissimi, donne anziane da sole, ragazzi e ragazze con fratellini e sorelline. Se ne stanno ore seduti per terra, sulle poche borse che sono riusciti a portarsi. Alcuni, fortunati, riescono a sdraiarsi qualche ora sulle brande messe a disposizione dai volontari in un negozio sfitto della stazione. Uno dei negozi che ha chiuso per la pandemia. E’ surreale camminare tra queste persone e vedere qualcuno ridere e i bambini giocare. Noi, occidentali, attenti a non dare in mano il cellulare ai nostri figli “che non va bene” e loro, profughi che hanno solo un telefono con cui restare in contatto con mariti, fratelli, figli maschi rimasti a combattere, che cercano una presa per far giocare i bambini a Roblox. Quindi tra le tante cose che i polacchi portano per aiutarli ci sono anche le prese multiple, cosi da una presa pubblica ne recuperano diverse. Il wifi funziona discretamente bene considerando il sovraccarico di questi giorni. Almeno per qualche ora i bambini sono sistemati.

La ricerca di un posto dove stare

E mentre loro giocano, le donne adulte fanno la fila per un documento, per registrarsi e avere un alloggio. Per comprare un biglietto di sola andata per raggiungere vecchi amici e parenti che a volte non vedono da anni. Ma va bene tutto pur di scappare lontano e portare i figli via dalle bombe che cadono e dai cecchini che sparano sui civili. I volontari cercano di dare tutta l’assistenza che possono. Camminano con i loro gilet gialli tra la folla e quando vedono qualcuno che sembra in difficoltà chiedono in ucraino, russo e polacco di cosa hanno bisogno. Praticamente un lavoro senza sosta. Tra loro avvocati, ingegneri, impiegati, scout, veterani, operai. Ci sono anche casalinghe e studenti. Nessuno si è tirato indietro davanti alla richiesta di aiuto che è arrivata dai profughi e dalle istituzioni. Si sono attivati subito, il 24 febbraio, tutti e su tantissimi fronti. Chi con i trasporti da e per la frontiera, chi per raccogliere materiale, chi per alloggiare.

Il futuro

Andrà avanti ancora per tanto tempo l’emergenza anche se la guerra finisse domani. Molte di queste persone non hanno più nulla. Come Valentina, 70 anni. Si è svegliata sotto le bombe e non ha più dormito. Sarà per quello che da quando ha messo la testa sul cuscino, nel mio piccolo appartamento di Cracovia, domenica 6 marzo alle 18, è crollata e ha dormito per 12 ore. La sua casa è distrutta, il suo villaggio è distrutto. Vedeva cadere le bombe e non capiva perchè con la neve potesse esserci tanto fuoco. Ma non perde una lacrima quando ne parla. Le ha usate tutte. Ha solo una borsa con se. Tutto quello che ha potuto prendere quando finalmente sono riusciti ad andare a salvarla. Era “sotto al pavimento”. Andrà a Dusseldorf dove delle sue amiche lavorano. Ma non tutti hanno un posto dove andare. E moltissimi non vogliono lasciare questo posto a un passo dal confine, cosi vicino a casa, “perché quando finisce torniamo” dicono sicure che finirà presto.

Quello che non possiamo fare

I telegiornali vi mostrano le bombe, i civili morti mentre scappavano, le case distrutte e i giornalisti nelle imboscate. Ma la guerra è anche lo sguardo perso di questa bambina che mangia un tramezzino seduta da sola su tutto quello che rimane della sua vita. Compreso un pacco di pannolini, che forse sono di un fratellino o di una sorellina, che forse è con la mamma a fare la coda da qualche parte. O forse è solo li. Da sola che aspetta che qualcuno si ricordi che oltre a quello che raccontano i telegiornali ci sono anche loro. E nulla di quello che faremo sarà mai abbastanza per renderle tutta la vita che non ha potuto mettere in quelle borse.