Alabama & Cocaines è un gruppo emergente, che può prendere molto spazio e nella realtà musicale odierna italiana. Tuttavia, come spesso purtroppo accade, i migliori guardano all’estero, dove le soddisfazioni arrivano prima e più belle. 

Il gruppo è composto da: Matteo Croce, Renzo Nuti, Gabriele Liberatori e Tommaso Caperdoni. 

Dopo aver stregato il pubblico ad un live, i 4 componenti hanno gentilmente accolto la richiesta di rispondere a qualche domanda: vi lascio immaginare la voglia di parlare visto quanto hanno scritto poi. Quindi senza tanti preamboli, eccoli a voi:

Prima di tutto: il nome. Spesso vi capita che il vostro nome venga modificato secondo il senso artistico di chi parla; voi però vi chiamate “Alabama & Cocaines”. Da dove nasce questo nome?
“Alabama & Cocaines” ha in realtà un’origine piuttosto banale, per quanto ci piacerebbe un casino poter raccontare di viaggi in Alabama ai limiti dell’assurdo e di un bagaglio d’esperienza da cocainomani; “purtroppo” il nome nasce da una semplice battuta: ci trovavamo a casa di Tommaso, il bassista, e dovevamo trovare un nome, anche provvisorio, da dare al progetto che, senza alcuna pretesa, stavamo intraprendendo. Uno di noi fece scherzosamente notare «oh stiamo facendo tutte cover di canzoni che hanno o “Alabama” o “Cocaine” nel titolo! Chiamiamoci “Alabama & Cocaines” ihihih» Ridemmo. Poi decidemmo che sarebbe anche potuto essere il nostro primo nome provvisorio, che “tanto poi si cambia”. Sono passati tre anni e quel “poi” non si è mai presentato, anche per via degli apprezzamenti e dell’ilarità che spesso “A&C” suscita in chi, per sua sfortuna, si ritrova ad aver a che fare con noi. Gli amici ormai ci chiamano “gli Alabami”; quell’appellativo nato nel modo più casuale possibile è oramai radicato nella concezione che gli altri – e noi – hanno della band. E’ bello pensare che da quello che non era altro che un gioco – e qui non ci riferiamo al nome, quanto al progetto “Alabama & Cocaines” – si sia potuto sviluppare un qualcosa di davvero serio, un percorso sul quale stiamo calibrando e regolando le nostre vite, senza per questo sentirci “sacrificati”

Definire il vostro EP ” una raccolta di singoli” è riduttivo. Infatti, ognuna delle quattro tracce presenti viene introdotta da uno spaccato recitativo che parla di un albergo e di una stanza rumorosa. Come mai la scelta di collegare le canzoni con delle parole e non concludere un melodia con l’inizio dell’altra, dando così un senso di continuità all’intero EP? E perché proprio quelle quattro “parlate” recitate?
Per quanto possa sembrare forzato, in realtà non poteva esserci cosa più spontanea. Gli Alabama & Cocaines sono nati nel gruppo di teatro del liceo Petrarca, nella teatralità e nell’espressività fondiamo le nostre radici. I personaggi che sentirete parlare tra una canzone e l’altra sono in verità personaggi già esistenti, che noi facciamo vivere per gioco quando scherziamo fra di noi.
Inoltre, siamo consapevoli dell’eterogeneità dei nostri pezzi – ne andiamo molto fieri a dirla tutta – e mettere semplicemente un brano dopo l’altro non ci sembrava la scelta stilistica migliore.
È stato divertente inserire tanti spunti di riflessione o riferimenti casuali all’interno delle parti recitate. Tutto verte su una stanza, quella famosa stanza da cui iniziò tutto, quella stanza che ci ha accolto durante un’uscita con la compagnia teatrale e che ha fatto nascere la nostra prima canzone: Room 705. In qualche modo, le dovevamo una posizione da protagonista. Non vogliamo rivelarvi che significato si celi dietro tutte quelle parole: il divertimento deve essere anche in voi nel tentare di trovare un senso dove di sensi ce ne possono essere tanti.
La musica non è un prodotto commerciale; purtroppo spesso ci si dimentica che dietro le canzoni ci sono delle menti creative. Nel registrare questo EP ci siamo voluti sbizzarire e mostrare così noi stessi, in tutte le forme possibili. Ridendo, ovviamente.


Nella vostra, ancor breve carriera, potete già esibire la partecipazione ad un Festival Internazionale della musica tenutosi in Turchia; dove avete anche vinto il premio della critica. Pensate che quel viaggio, fatto molto prima della pubblicazione del vostro primo lavoro discografico, abbia influenzato voi e la vostra musica?
Beh sì e no: quei quattro giorni ad Istanbul, tra i più intensi delle nostre vite, ce li porteremo sempre nella memoria e nel cuore, nitidi come se fossero ieri. Ci hanno fatto crescere come persone, come viaggiatori, ci hanno offerto un mondo diverso, nuovo, che abbiamo cercato di esplorare il più possibile in un lasso di tempo davvero limitato. E’ impossibile spiegare a parole cosa hanno significato e cosa significano tuttora per noi. Il Festival in sé, Vodafone Free Zone, ci ha gratificato molto e ha aumentato considerevolmente la fiducia nella band, tuttavia non possiamo dire con tutta sincerità che abbia “influenzato la nostra musica”. In fin dei conti eravamo saliti su un palco – anche se un palco coi controcoglioni – a suonare un pezzo di Neil Young;  col senno di poi la reazione positiva della giuria ci ha solo confermato che il vecchio Neil risulta tutt’oggi più che mai attuale e che la cover aveva reso bene. Ci hanno regalato una felicità immensa, ma non sarebbe corretto dire che da quel momento il nostro modo di fare musica è cambiato. Sotto quel punto di vista è stata molto più determinante l’esperienza dell’anno prima in una certa stanza di un certo albergo nel grossetano…


A chi si rende spettatore di un vostro live e per chi ascolta l’EP, è chiaro che lo strumento prediletto dal vostro quartetto è la chitarra, per quanto comunque siano presenti un basso e un’armonica a bocca. Come mai, però, la scelta di allontanarsi dal “pop”: voce, chitarra, basso e batteria? Definireste il vostro uno stile vicino al “country-rock”
Le domande sullo “stile” e sul “genere” sono per noi sempre un tasto dolente, perché di fatto non abbiamo mai fatto un’esplicita scelta di campo a favore di un genere piuttosto che un altro. Nemmeno tra di noi abbiamo mai preso accordi chiari su questo punto! In effetti è proprio per questo che devo correggerti: a ben vedere, nell’ultimo anno abbiamo cominciato a suonare anche con un batterista, in quella che tu hai definito una formazione più “pop” e che apparentemente contraddirebbe l’impostazione di base “country-rock”! La questione dunque non è tanto quale sia il nostro genere, ma quale tipo di espressione musicale si presti più rispetto a ciò che vogliamo dire con quel particolare pezzo. Ovviamente le nostre possibilità non sono illimitate: non siamo musicisti professionisti e non abbiamo accesso a qualunque strumento vorremmo; ovviamente abbiamo delle precise radici musicali, delle affinità nei gusti : Crosby, Stills, Nash & Young, i Beatles, Bob Dylan, Johnny Cash, Bruce Springsteen, i Rolling Stones, i Jefferson Airplane, ma anche il cantautorato italiano, un pizzico di Jazz, i Dubliners… sono tutti dietro l’angolo per ognuno di noi. Forse sono questi nomi che ci avvicinano alla grande, mutevole e per nulla definita famiglia del “folk-rock”, più che del “country-rock”. Ma al di là di questi elementi di partenza, noi andiamo avanti attingendo liberamente di qua e di là a seconda delle canzoni che vogliamo scrivere, delle immagini a cui vogliamo dare vita. L’etichetta “folk rock” si rivela quindi adeguata proprio perché è incredibilmente vaga. Ognuno di noi, preso di per sé, punterebbe in qualche modo in una direzione musicalmente diversa rispetto agli altri, è naturale – Renzo e Gabri sono in un certo senso i “puristi” del blues, ma senza rigidezze; Matte ha un’anima cantautoriale, ma al tempo stesso punk; Tommi invece è di per sé il più inqualificabile, probabilmente il catalizzatore del nostro eclettismo – eppure quando ci troviamo a scrivere pezzi nuovi o a riarrangiarne di vecchi, il contributo di ciascuno si rivela sempre irrinunciabile, sempre integrabile con tutto il resto. La somma è sempre più grande delle singole parti. Dirò di più: nel nostro caso va a finire che la somma è quasi sempre anche abbastanza diversa dalle singole parti, eppure nessuna di queste può evitare di riconoscervisi

Augurandovi di arrivare lontano, è bello ricordarsi delle origini, che per voi significano anche: Assemblee di istituto, piccoli live per contest locali e, ultime ma non ultime, lunghe sessioni di esibizioni “per strada” nella vostra città di appartenenza. Qual è quindi la vostra opinione sulle possibilità di “fare arte” liberamente nel nostro Stato, o se volete, nella vostra città? È differente dalle situazioni che, nel vostro tour “alemanno” compiuto prima della pubblicazione del vostro EP,  avete incontrato? Vi siete sentiti mai sentiti delle piccole “star” di Brooklyn in ascesa?
È sempre bene ricordare con affetto le radici e le origini da cui fiorisce qualsiasi aspetto della vita. Gli Alabama & Cocaines lo sanno e non mancano mai di ricordarlo, sia dal punto di vista musicale che umanamente parlando: siamo cresciuti insieme tra le mura della stessa scuola, il nostro Liceo Classico F.Petrarca, dove ci siamo conosciuti e abbiamo frequentato le stesse amicizie sin da subito; proprio grazie a questo clima familiare, soprattutto all’interno del gruppo di teatro della scuola, che non abbiamo mancato di ringraziare all’interno dell’ep, è nato il primo e fondamentale nucleo di armonia che è potuto sfociare, da una semplice intima amicizia, in un gruppo così unito dal punto di vista affettivo e “professionale”. Possiamo dire che la scuola è stata la vera responsabile di questo progetto, in quanto gli A&C inizialmente dovevano esibirsi solamente ad un’assemblea d’istituto di due anni fa, per poi ripresentarsi altre tre volte a carriera già avviata. Se il nostro legame umano trova le sue radici tra i banchi di scuola, la nostra musica ha origini ben più lontane e umili: Folk, Blues, Rock, musica d’autore, espressione degli ultimi, degli umili che hanno trovato nelle corde di una chitarra un modo per far sentire la propria voce. Non pretendiamo di essere ricordati come gli eredi diretti di Son House, Hendrix o Fabrizio De Andrè, al contrario speriamo noi stessi di ricordarci sempre che sognare un palco sempre più grande va bene, ma che quel palco deve ingrandirsi solo per essere più visibile alle persone che stanno sotto e che vogliono ascoltare, non per quantificare fisicamente una malsana sete di successo o una magnificenza superficiale e ingorda. Probabilmente concedersi musicalmente alla strada, immagine per eccellenza della pochezza materiale del musicista o della persona, è proprio un rimando a questo concetto: a parte il divertimento e gli spiccioli che cadono nella custodia aperta, è il sorriso di una ragazza che passa o di un bambino che balla e si diverte a rendere felice un artista di strada. Forse oggi le persone non sono più abituate ad esigere intellettualmente qualcosa, oppure semplicemente ad ammirare il bello, per questo l’arte fa sempre più fatica ad emergere, soprattutto on the road. La nostra girata in Germania in compagnia dei nostri strumenti è stata gratificante da questo punto di vista, ma non da parte di tutti effettivamente: persone, fans e “colleghi” con cui abbiamo stretto intensi legami ci hanno davvero emotivamente messo alla prova, altri (meno per fortuna) ci hanno deriso e snobbato. Noi come artisti e persone facciamo tesoro di qualsiasi giudizio o esperienza diretta e sappiamo che il nostro palco e le nostre chitarre saranno umilmente al servizio di chiunque lo vorrà, che sia su un marciapiede, un pub o il palco dell’arena di Verona.

Tutti chiederanno quale sia adesso il vostro rapporto con i vostri fans. Vi chiederanno quali possano essere i privilegi che avete, dimenticandosi che tre componenti su quattro sono all’università e l’ultimo all’ultimo anno delle scuole superiori. Tuttavia, come siete riusciti invece a mantenere la calma nel gruppo? Come avete capito come relazionarvi tra di voi seppur abbastanza lontani l’uno dall’altro? E con le prove? Non dite che sia facile perché non vi crediamo!
Beh l’armonia non l’abbiamo creata, l’armonia ha creato noi – passateci la verve poetica. Dalla prima volta che le nostre chitarre e le nostre voci hanno suonato insieme abbiamo percepito qualcosa di unico. Quando un gruppo sviluppa un legame di amicizia così profondo, quando si è fratelli ancor prima che musicisti, quando il “gruppo” diventa la spontanea valvola di sfogo di ogni membro allora mantenere l’equilibrio diventa naturale. Non a caso le nostre canzoni parlano di esperienze fisiche e mentali che abbiamo condiviso; quando sentite un coro vuol dire che quello che viene detto è percepito da tutti come proprio. A parer nostro, non può esserci musica senza questo tipo di legame, che sia tra musicista e musicista o che sia tra musicista e pubblico.
Certo, siamo spalmati tra Arezzo, Firenze, Bologna e Padova, ma la passione è sempre viva, i treni ci sono sempre per riunirsi – anche se mai in orario – e le canzoni si riescono anche a comporre tramite vocali di Telegram. E poi per trovare date in giro per l’Italia è una pacchia!

Sperando che il vostro EP possa esser oggetto della fama che merita; come state vivendo questo momento in cui i vostri sogni iniziano a materializzarsi di fornire a voi?
Sogni che si materializzano? Dove?! Quando?! No a parte scherzi, forse siamo noi a fare un po’ di fatica a parlare di sogni che si materializzano ma non perché le cose vadano male. Mi spiego: siamo davvero soddisfatti di come stia andando tutto quanto. Lo street-tour in Germania è stata un’esperienza incredibilmente divertente e soprattutto formativa, dal punto di vista musicale ed umano; l’EP, per quanto piccolo sia il circuito su cui siamo riusciti ad immetterlo, sta riscuotendo ottimi responsi; la nostra fanbase si è ampliata e continua a crescere, e gli amici che ci hanno seguito fin dagli esordi sono sempre con noi.  Ci sentiamo di dire che nell’ultimo anno abbiamo fatto un grosso passo avanti, e nessuno ha voglia di tornare indietro o fermarsi. Il problema non è che i sogni si realizzino o meno, il problema è quali siano i nostri sogni. Parliamo tutti e quattro quando diciamo che nessuno di noi , esagerando  fuori di misura l’idea di “sogno” cui ti riferivi, vorrebbe semplicemente diventare la band famosa su scala mondiale con milioni di dischi venduti;  “ma può volere di più, una band?” chiederete. Molto probabilmente no, ma sicuramente può volere qualcosa di diverso. Noi siamo per quest’ultima opzione: ciò che viene prima, per noi, siamo noi stessi e la nostra musica, non il successo o altro. Viene tutto dopo – se è meritato. Questo quartetto nato per caso, questo modo travolgente e disordinato di scrivere canzoni, i nostri viaggi e la nostra vita che vi si condensano… ecco i sogni che ci mandano avanti. In questo senso possiamo forse avere la presunzione di dire che i nostri sogni si sono in parte già realizzati e che continuano a farlo abbastanza spesso. Gli Alabami sono di fatto un sogno realizzato, in quanto spazio familiare e unico in cui infiniti altri se ne possono realizzare… chitarre alla mano.

Link utili:

SoundCloud

Facebook


 

Annunci

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here