Biden accusato di violenza sessuale

Nel pieno della campagna per la nomina alle presidenziali del 2020 il candidato democratico Joe Biden dovrà difendersi dall'accusa di violenza sessuale presumibilmente avvenuta nel 1993

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In piena campagna elettorale, Tara Reade ha accusato il democratico Joe Biden di averla molestata sessualmente nel 1993 quando era assistente presso il suo ufficio al Senato.

I più scettici ritengono che se la storia di Tara fosse vera sarebbe emersa prima. Tuttavia sembrerebbe che la Reade sia stata ignorata – volontariamente o meno – dalla stampa per oltre un anno e mezzo come testimoniano le numerose email, i tweet e gli accorati appelli di denuncia della ex collaboratrice del candidato di punta del partito democratico.

L’unica a dar voce alla Reade è stata Katie Halper – cabarettista, scrittrice e conduttrice del Katie Halper Show in onda sulla WBAI – che il 25 marzo scorso ha divulgato la sua storia attraverso un podcast.

Tara Reade oggi

Sono una scrittrice e una conduttrice indipendente” ha dichiarato Halper “Non nascondo le mie opinioni politiche e non sono nemmeno un giornalista investigativo (…) ma a marzo un’amica, anch’essa vittima di un’aggressione, mi ha raccontato di aver parlato con una donna, una certa Tara Reade, che le ha raccontato l’incredibile storia di essere stata molestata sessualmente da Joe Biden, chiedendomi se potessi parlare con lei”.

E ha aggiunto: “Ho accettato di parlare con Reade (…) e [ho promesso che] se la sua storia fosse risultata credibile avrei fatto il possibile per metterla in contatto con un giornalista che avrebbe potuto renderle giustizia”.

Halter ha dunque consultato i documenti, intervistato la Reade e parlato con quanti potessero avere informazioni utili sul caso. Convintasi della veridicità delle accuse, la conduttrice si è rivolta a più giornalisti, ma senza successo. 

Reade da giovane

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Nessuno dei giornalisti interpellati da Halter, infatti, si è reso disponibile a raccontare la sua storia. 

A rifiutarsi, anche Ryan Grim, editorialista di Intercept che aveva seguito il caso di Christine Blasey Ford per accuse analoghe mosse nei confronti del giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti Brett Kavanaugh, nominato da Donald Trump.

Secondo la madre della donna all’epoca Tara non avrebbe detto nulla “per rispetto verso di lui”.

Parte del problema sta nel fatto che la credibilità di Reade si fosse incrinata per alcune sue dichiarazioni in un post del 2018 – ora rimosso – per le quali si era aggiudicata la fama di essere una pedina di Vladimir Putin.

In particolare, la Reade – che aveva decritto il leader del Cremlino come “un capo compassionevole, premuroso, visionario” – aveva scritto: “Mi rivolgo al presidente Putin per dirgli di tenere la mente aperta su un brillante futuro e forse – dico, forse – l’America comincerà a guardare la Russia come lo faccio io, con gli occhi dell’amore”.

Nello stesso post, la Reade aveva aggiunto: “Amo la Russia con tutto il cuore. Non potevo stare a guardare gli inganni e la xenofobia che provenivano dal mio Governo”.

In un secondo momento Tara avrebbe ridimensionato la sua opinione nei confronti della Russia, viste le problematiche relativa alla violenza domestica dilagante nel Paese dell’ex blocco sovietico. 

Joe Biden nel 1993

Intanto il Time’s Up Legal Defence Fund, organizzazione sociale senza scopo di lucro gestita dal National Women’s Law Center, ha replicato di aver offerto il proprio sostegno a Reade.

Vox Uma Iyer, vicepresidente alle comunicazioni del centro, ha dichiarato: “Abbiamo aiutato la signora Reade per quanto possibile” assicurando come “l’organizzazione le ha fornito le informazioni necessarie per mettersi in contatto con gli avvocati o altre risorse” come avrebbero fatto in qualunque altro caso.

Iyver ha precisato: “Abbiamo informato la signora Reade della nostra incapacità a finanziare le spese legali e pubbliche per un procedimento ai sensi dell’articolo 501 del nostro statuto”.

“Che si creda o no a Reade, trovo singolare il rifiuto dei media di darle ascolto”, ha affermato Halter. 

Le principali testate statunitensi hanno mostrato estrema cautela nel prendere una posizione sulle questione e cercato di ottenere e verificare quanti più dettagli possibili prima di esporsi. 

Secondo Halter i giornalisti del Washington Post – che ha pubblicato la “presunta” denuncia 20 giorni dopo che il caso fosse ritornato alla luce – avrebbero manipolato il rapporto degli agenti riferendo, con un’espressione piuttosto “ambigua”, che la donna “credesse di esser stata vittima di violenza sessuale” nonostante il “credesse” non sia mai apparso sul documento ufficiale.

La conduttrice ha anche accusato il New York Times di aver ceduto alle pressioni della campagna di Biden: “La campagna pensava che posta in quei termini potesse creare imbarazzo e facesse presumere che ci fossero altri casi di molestie” aveva ammesso Dean Baquet, executive editor del NY Times nel dar conto ai propri lettori del perché il quotidiano avesse divulgato la notizia solo dopo 19 giorni.

D’altronde, quando si tratta di muovere accuse al potenziale candidato del partito democratico per le presidenziali 2020 è bene assicurarsi di avere argomenti solidi in mano. 

Baquet ha ammesso che uno dei reporter avrebbe modificato l’ultima parte dell’articolo originale: “Non è risaltata alcuna prova contro Biden al di là di abbracci, baci e carezze che avrebbero messo a disagio anche altre donne” prima della Reade.

A insospettire il direttore era stata soprattutto la tempistica con la quale le accuse erano tornate a interessare l’opinione pubblica, essendo state divulgate “nel bel mezzo della corsa per la nomina presidenziale democratica”.

Secondo Baquet mancherebbero basi sufficienti per gridare allo scandalo.

E Biden?

La campagna del Senatore ha preferito non rilasciare alcun commento sulla vicenda.

L’ex vicepresidente si è limitato a dichiarare che nel 1993: “Stringevo mani, abbracciavo le persone, afferravo uomini e donne per le spalle dicendo loro ‘Puoi farcela’”.

Kate Bedingfield, vicedirettrice della sua campagna e responsabile delle comunicazioni, ha commentato: “Il vicepresidente Biden ha dedicato la sua vita pubblica a cambiare la mentalità e le leggi sulla violenza contro le donne (…). Crede fermamente che le donne abbiano il diritto di essere ascoltate, e ascoltate con rispetto”. E ha aggiunto: “Le incoraggiamo a denunciare, perché queste accuse sono false”.

Invece, i collaboratori della campagna di Bernie Sandersritiratosi dalla corsa per la nomina alle presidenziali del 2020 – hanno commentato che, viste le nuove prove, la candidatura di Biden dovrebbe essere sostituita dalla Commissione del partito.

Briahna Joy Gray, segretaria della campagna di Sanders e contraria al sostegno offerto dal suo capo a Biden, a The Atlantic ha riferito: “Sono molte le ragioni per cui i democratici dovrebbero sostituire Biden per la nomina. Il caso di Tara Reade è stato mal gestito dalla stampa ma se qualcuno volesse vederci chiaro potrebbe trovarvi del vero”.

La Gray ha dichiarato che voterà per Biden solamente se il candidato sosterrà politiche progressiste tra le quali lo sviluppo di un’assistenza sanitaria pubblica (la “Medicare”), l’annullamento del debito per le spese mediche e di quello per i prestiti studenteschi grazie all’introduzione di una patrimoniale.

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