A Pechino s’investe in Parchi: 26 nel 2021 (Video)

Il gigante asiatico rilancia la sua economia imitando i grandi parchi degli Stati Uniti: così la Cina punta alla salvaguardia ambientale e sociale del suo territorio

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a pechino

A Pechino le autorità intendono ricreare un sistema di parchi nazionali al pari di quelli statunitensi. L’obiettivo è di realizzare solo a Pechino 16 aree verdi urbane entro la fine di quest’anno per migliorare il contesto ecologico urbano. Oltre a istituire 10 nuovi parchi naturali per attrarre il cd. “turismo ambientale”. Oltre che per salvaguardare la biodiversità. Ma la Cina riuscirà a realizzare il proprio National Park System?

A Pechino s’investe nel verde?

Pensando a Pechino si pensa a smog, traffico, industrializzazione. Niente di più sbagliato. Almeno, questo è quanto affermano le autorità. Perché persino la capitale del gigante asiatico presto avrà un proprio sistema di parchi pubblici. Lo ha riferito Deng Naiping, direttore del Beijing Gardening & Greening Bureau. Come ha precisato il funzionario, nella capitale saranno ricreati quattro boschi urbani e una serie di piccoli mini parchi e spazi verdi. Solo quest’anno, l’area green interesserà circa 100 chilometri di percorsi nel verde per i residenti che amano passeggiare e fare esercizio fisico all’aperto. E che sarà a disposizione dei turisti appena si potrà tornare a viaggiare.

Qualche cifra

Nel 2021, infatti, la copertura delle aree verdi urbane in un raggio di 500 metri dagli edifici salirà all’87% in città. Infatti, le autorità intendono aggiungere un totale di oltre 10 mila ettari di boschi e 400 ettari di spazi verdi urbani al territorio di Pechino. Ciò significa che nella capitale la superficie pro capite di parchi e spazi verdi supererà i 16 metri quadrati per abitante. In questo modo, il tasso di copertura forestale della capitale oltrepasserà il 44%. Mentre il tasso di spazi verdi nell’area urbana arriverà al 49%. Oltretutto, in Cina proseguono gli studi per la realizzazione delle cd. “città foresta”. Ma non finisce qui.

A Pechino nasce il National Park System

Yosemite, Monument Valley, Grand Teton, Yellowstone. Sono solo alcuni tra i più famosi parchi nazionali negli Stati Uniti. Oltre che il target a cui s’ispira il gigante asiatico. Dopo l’interruzione causata dalla pandemia, infatti, la Repubblica Popolare Cinese ha rilanciato l’iniziativa del 2015 volta a creare un proprio National Park System. A confermarlo è lo stesso Deng Naiping, che ha spiegato come il sistema di parchi sia uno dei punti programmatici del XIX Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese (PCC). A detta del funzionario, le autorità intendono creare 10 nuovi parchi naturali che interesseranno i distretti Fengtai, Haidian e Shunyi.

Le aspettative

Secondo le fonti cinesi, le nuove aree protette copriranno una superficie di oltre 130 mila chilometri quadrati e si estenderanno su 12 provincie. Un’area che equivale all’incirca alle dimensioni dello Stato americano dello Utah. Il ricercatore del Consiglio di Stato, Su Yang, auspica che il sistema possa promuovere e tutelare luoghi “unici e insostituibili” al mondo. Uno su tutti, le maestose Montagne Gialle cinesi. Ma allo stesso tempo implementare la strategia di sviluppo ambientale e sociale per la conservazione di siti di interesse storico come la Grande Muraglia. Nonché tutelare la biodiversità.


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Proteggere la biodiversità

L’idea di inquinamento e grigiore che l’immaginario collettivo (soprattutto occidentale) attribuisce alla Cina è vera solo in parte. Soprattutto, è una percezione cui le autorità a Pechino intendono porre rimedio. Infatti, forse non tutti sanno che in Cina esistono oltre 200 parchi nazionali unici al mondo tra montagne selvagge, aridi deserti e paesaggi surreali. Come quello di Zhangjiajie che ha ispirato il film Avatar (2009). Patrimonio che Pechino intende ora promuovere, ingrandire e tutelare. Negli ultimi cinque anni, infatti, il gigante cinese ha puntato a ricreare un sistema di parchi nazionali che possa competere con quello statunitense. Allo stesso tempo, le aree protette consentiranno di proteggere alcune specie a rischio. Come le tigri siberiane, i leopardi dell’Amur o i panda giganti.

A Pechino si tutela l’ambiente?

Con un’estensione di poco inferiore a quella statunitense, la Cina vanta un patrimonio ambientale unico al mondo che potrebbe attirare migliaia di turisti in futuro. Ad esempio, la bellissima e poco conosciuta Riserva Naturale di Shennongjia che ospita il misterioso yeren, l’equivalnete cinese dello Yeti. Oppure ancora il Parco nazionale della tigre e del leopardo, gelida riserva per i grandi felini in via d’estinzione che si trova nella Siberia nord-orientale al confine con la Russia. Ma anche l’immenso Giant Panda National Park, che si dice abbia un’estensione doppia allo stesso Yellowstone. Mentre l’Hainan Tropical Rainforest Park preserva una specie ancora più a rischio: gli ultimi 30 gibboni Hainan del pianeta.

La dichiarazione

In passato, le riserve naturali tendevano ad essere piccole e offrivano riparo principalmente per una singola specie o avevano un ecosistema incompleto“, ha affermato Cui Guofa, docente universitario del Dipartimento di Riserva Naturale a Pechino. Quindi “I parchi nazionali contribuiranno a migliorare questa situazione”, ha soggiunto il professore.

Cosa pensano gli esperti a Pechino?

Ad esprimere soddisfazione è stato anche uno dei massimi esperti di riserve naturali in Cina, Wang Chunli. Ambientalista e direttore del Centro di protezione ecologica Xianghai, una riserva naturale riconosciuta in tutto il mondo, Wang ha gradito l’impegno dimostrato dal PCC. Sebbene si sia mostrato cauto nell’esultare. Infatti, l’esperto è consapevole della lunga strada ancora da percorrere per raggiungere il traguardo della Beautiful China. Un obiettivo che le autorità a Pechino intendono realizzare entro il 2050. Infatti, Wang ha spiegato che la decisione (pur meritevole) incontra le resistenze della stessa popolazione. Da una parte perché non è educata a riconoscere l’importanza della tutela ambientale. Ma soprattutto perché tante famiglie non sono disposte ad abbandonare le proprie abitazioni per istituire nuove aree protette. Un numero ragguardevole se si considera l’estensione solitamente più ampia di un parco nazionale rispetto a una riserva.

Il paradosso cinese

Nonostante a Pechino le autorità non vi abbiano dato peso, si tratta di un problema avvertito da quanti occupino le aree interessate. Soprattutto visti i precedenti. In effetti, in questi ultimi decenni la Cina ha dovuto lottare costantemente affinché l’uomo rispettasse le aree dichiarate protette. Lampante è il caso della riserva naturale di Xianghai, nella provincia Nord orientale di Jilin. Nel dicembre 2016 lo stesso Wang aveva riscontrato quanto l’uomo avesse “invaso” aree vitali per la tutela degli uccelli migratori. “Non mi aspettavo che così tante persone vivessero in una riserva naturale”. Ancora oggi, sono più di 15.000 che vivono nella riserva. “Prima del 2015 il 30% viveva nella zona centrale, in cui l’attività umana è severamente vietata“, ha spiegato l’esperto.

La riserva di Xianghai

Costruita nel 1981, la riserva naturale di Xianghai ricopre una superficie di oltre 1.000 chilometri quadrati, pari a 100 mila ettari. L’oasi interessa 12 villaggi della contea di Tongyu, Jilin, al confine con la Mongolia. Lì Zhang Xuejun, 56enne, vi è nato e cresciuto e può testimoniare in prima persona come gli esseri umani abbiano occupato la riserva. “Quando l’area è stata costruita tutti l’hanno accolta con favore“, ha spiegato. “Ma non appena hanno capito quanto fosse redditizio il pascolo delle pecore, tutti si sono precipitati per accaparrarsi le migliori zone centrali”. All’inizio, ha proseguito Zhang, le autorità locali organizzavano dei pattugliamenti per sorvegliare l’area. Ma i presidi si erano rivelati vani, data l’estensione della superficie interessata.

Un problema irrisolto

Almeno finché il governo provinciale di Jilin ha tentato di risolvere la questione una volta per tutte ordinando l’abbattimento di quasi 250 abitazioni, tra case e baracche. In questo modo ha potuto restituire alla riserva quasi 7 mila ettari di terreno in precedenza sfruttati dall’agricoltura intensiva o per il pascolo del bestiame. Attività che sottraevano le risorse naturali agli animali selvaggi dell’oasi. In cambio, il governo ha rimborsato con 8.000 yuan per ettaro ogni anno agli abitanti dei villaggi. Eppure, molte persone spinte dal profitto hanno continuato a invadere la riserva. Specialmente per cacciare le specie protette nelle zone più interne. In particolar modo pesci e uccelli rari.


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Il bracconaggio

Purtroppo il bracconaggio è una piaga che affligge ancora molte oasi protette, come ha confermato Wang. “La sfida più grande è coordinare la protezione ecologica e lo sviluppo della comunità, su cui il governo può collaborare con le ONG”, ha affermato l’ambientalista che dal 2016 sta gestendo un programma pilota. Dopo due anni di studi e trattative, infatti, la Paradise Foundation con sede a Pechino ha firmato un accordo trentennale con il governo locale per istituire il Centro di protezione ecologica Xianghai. Attualmente l’ente sorveglia una metà della zona interna alla riserva che gestisce direttamente sotto la supervisione governativa. Come ha riferito Zhang: “Wang (direttore del centro, ndr.) e il suo team parlano spesso dell’importanza della protezione ecologica dell’area perché è una zona umida fondamentale per il nostro territorio“. E ha concluso: “In questo momento, stanno cercando buone idee per migliorare le nostre vite”.

Il piano sfuggito a Pechino

Dal 2016, infatti, i responsabili del Centro di protezione ecologica Xianghai hanno assunto gli abitanti dei villaggi limitrofi per aiutare le forze dell’ordine a individuare i bracconieri. Così facendo non solo hanno creato numerosi posti di lavoro. Ma hanno anche educato la popolazione al rispetto dell’ambiente e dell’ecosistema. Persino le industrie sorte nella zona hanno raggiunto l’obiettivo della piena sostenibilità, come dimostra l’allevamento non intensivo di animali e la coltivazione di cereali biologici. Del resto, lo stesso Wang ha ammesso: “Credo nel concetto di protezione ecologica per il bene dei nostri discendenti”. E ha soggiunto: “Dobbiamo cambiare il nostro stile di vita“.

Una dichiarazione d’intenti?

Purtroppo, quanto accadeva (e in parte accade) a Xianghai si ripete nella maggior parte delle riserve naturali in Cina. Eppure Zhu Chunquan, rappresentante dell’International Union for Conservation of Nature China Office, sembra fiducioso. “Trovare una soluzione per i disturbi provocati dall’uomo è la chiave per il successo nella gestione delle riserve naturali“, ha dichiarato. “Inoltre è bello vedere che i Governi stanno collaborando con le ONG“. “Gli sforzi fatti a Xianghai ci suggeriscono che le aree protette da enti privati siano una strada giusta da seguire”, ha concluso.

Un modello che funziona

Nel 2013 la Fondazione Paradise e il governo della contea di Pingwu avevano istituito una delle prime oasi protette in Cina. Si tratta della riserva naturale di Old Creek, nella provincia sud-occidentale del Sichuan. L’area ricopre una superficie di circa 110 chilometri quadrati, fondamentali per la sopravvivenza di molte specie rare come i panda giganti. Ma solo dopo la concessione governativa (e molto impegno) la fondazione è riuscita a eliminare a tutti gli effetti il bracconaggio dalla riserva naturale. Inoltre, grazie agli innovativi sistemi agricoli ha potuto migliorare le condizioni di vita degli abitanti del vicino villaggio di Minzhu, sottraendo molte famiglie alla povertà. Dei 280 nuclei familiari presenti, infatti, 90 hanno incrementato il proprio reddito annuo di 10.000 yuan.

A Pechino cosa migliorare?

Sulla questione era intervenuta nel 2017 la Nature Conservancy, un ente di beneficenza per l’ambiente con sede ad Arlington, Virginia (USA). In un rapporto, l’organizzazione aveva riscontrato in Cina un aumento delle aree protette grazie al contributo di enti privati. Il che confermerebbe la validità dell’attuale sistema di riserve naturali nel paese. Dal canto suo, Wang auspica che in futuro tutti i parchi nazionali cinesi possano prendere a modello Xianghai. E che in Cina si possa davvero promuovere uno sviluppo ecosostenibile grazie alla sensibilizzazione ambientale. Il che permetterebbe, al contempo, di tutelare la biodiversità.


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