Le api di Notre Dame sono salve. Dopo il rogo del 15 aprile che ha gravemente danneggiato la facciata della storica cattedrale parigina e ha fatto crollare la famosa guglia, anche le speranze per la vita delle api ospitate sul tetto sopra la sacrestia erano state perse. Invece gli insetti impollinatori sono tornati a volare sul tetto di Notre Dame. Non ci sono ancora notizie certe sul numero effettivo di api che sono riuscite a scampare al rogo, ma il loro ritorno è stato documentato da alcune immagini diffuse su Instagram dall’associazione Beeopic, che si occupa di apicoltura nei centri urbani. Le immagini mostrano le arnie ancora intatte, nonostante si trovassero nella zona delle fiamme, e sciami di api radunati intorno ai gargoyle. La notizia della loro sopravvivenza allo spaventoso rogo della scorsa settimana è positiva per la biodiversità ma è anche molto incoraggiante dal punto di vista morale: il ritorno delle api è stato considerato dal molti come un segno della rinascita di una delle cattedrali più famose del mondo.

La api, inquiline di Notre Dame dal 2013

Sono circa 200 mila le api ospitate sul tetto sopra la sacrestia di Notre Dame dal 2013. Questa convivenza è frutto di un progetto di apicoltura urbana per aumentare il numero di questi insetti che svolgono un ruolo importantissimo per il ciclo della vita e per l’ambiente. Tre sono le arnie installate sul tetto della cattedrale, scrupolosamente controllate in questi anni dall’apicoltore Nicolas Gèant. Il progetto aveva riscosso il favore della curia, che si è voluta impegnare in prima persona per la salvaguardia della biodiversità, ricordando “la bellezza del Creato e la responsabilità dell’uomo a faccia a faccia con essa”. Dopo le prime immagini del rogo, l’apicoltore Gèant ha pensato subito alla sorte peggiore per le api. Invece le api sono state più forti delle fiamme. Insetti che danno un nettare dolcissimo, ma che hanno dimostrato anche un grande coraggio e una grande tenacia.

La sopravvivenza era scritta nel loro Dna

La maggiore preoccupazione dell’apicoltore Gèant non era tanto legata al fumo, quanto piuttosto alle elevate temperature a cui sono stati esposti gli alveari. “Quando ho visto le fiamme così alte” ha raccontato Gèant “ho pensato che le api sarebbero morte. Anche se le arnie si trovavano 30 metri sotto al tetto principale, le fiamme potevano sciogliere la cera degli alveari (la cera si scioglie a 63° Celsius, ndr) e se si scioglie la cera degli alveari le api muoiono”. Minore invece la preoccupazione per il fumo. Le api, infatti, non hanno i polmoni, quindi non rischiano di morire intossicate. Quando sentono una qualsiasi situazione di pericolo le api agiscono d’istinto, pensando principalmente a mettere in salvo l’ape regina. “Alla minima presenza di fumo” ha detto Gèant “le api pensano che la loro casa stia bruciando per cui iniziano subito a mangiarsi il miele, al fine di prepararsi a lasciare il nido e questo fa sì che siano più tranquille. Ma poi, passata l’emergenza, tutto torna alla normalità. Questo è quel che è successo durante il rogo”. Il fumo viene usato spesso anche prima di aprire gli alveari per prendere il miele, dal momento che ha un potere inebriante su di esse, le rintontisce. E’ proprio la resistenza al fumo che ha consentito alle api di sopravvivere all’incendio. “Sentire che c’è vita quando si tratta di api è semplicemente meraviglioso”, ha detto Gèant. Rimane l’amarezza nel vedere un edificio così bello e ricco di storia ridotto a brandelli, ma il ritorno delle api su quel che rimane di Notre Dame riempie i cuori di gioia ed è un grande risultato per la salvaguardia della biodiversità nel centro urbano di Parigi.

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