A Milano Paolo Sarpi riparte dopo il fermo di febbraio

Paolo Sarpi, la Chinatown di Milano, è ripartita ormai da una settimana, dopo essere rimasta vittima di pregiudizi nei confronti della comunità cinese. A parlarne l'imprenditore cinese Francesco Wu, che ripercorre non solo i problemi del lockdown ma anche il futuro di Sarpi e del Made in China.

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Paolo Sarpi Milano
Lunedì 18 maggio in via Paolo Sarpi (Foto: Giulia Taviani)

Paolo Sarpi sta provando a ricominciare grazie a quelle attività che hanno ripreso il 18 maggio. Secondo l’ultimo decreto infatti, bar e ristoranti possono finalmente aprire anche al di fuori del take-away. Ma non solo. Un parrucchiere ad altezza Piazza Gramsci sembra contento di aver finalmente ripreso la sua attività. «Sono pieno fino a questa sera alle 21.00» per la felicità sua e dei suoi clienti che aspettano fuori dal negozio le indicazioni per entrare. Alcune attività però, hanno ancora la serranda abbassata.

Trattoria Long Chang
Indicazioni di chiusura del 18 maggio della Trattoria Long Chang

«I cinesi non riaprono se devono stare a queste condizioni» dichiara la signora del bar che ha da poco ripreso a servire il caffè al bancone. Offrendolo sempre nella tazza di carta. A chiarire questa situazione, Francesco Wu, imprenditore cinese e membro del Direttivo in Confcommercio Milano Monza Brianza e Lodi: «Ci sono tre ragioni per cui molte attività non vogliono ripartire. Sicuramente la prudenza è il primo punto, dovuto al timore che i contagi possano risalire. Dopodiché, per alcuni riaprire è considerato antieconomico. Gli incassi infatti non riuscirebbero a coprire tutte le spese, specialmente quei ristoranti in centro Milano che vivono di turismo. Per esempio rispetto ad un anno fa i ristoranti riusciranno a guadagnare in questi mesi solo il 20%, trenta se si parla di negozi. Lo dice un’indagine di Confcommercio».

«Infine, alcuni negozianti hanno deciso di aspettare perché i primi giorni dall’apertura della nuova fase non erano ancora chiare le modalità di riapertura. Ad oggi infatti, i punti del decreto sono chiari, ma all’inizio oltre a studiare la normativa, i locali avevano bisogno di capire come metterla in atto. Serve il tempo per recuperare plexiglass e mascherine».

Paolo Sarpi paralizzata dal pregiudizio

Paolo Sarpi, la Chinatown di Milano, è ferma da febbraio. Quando ancora il Coronavirus era un problema tutto cinese. «Già al tempo, quando il virus era ancora a Wuhan, si iniziava a vedere un calo della clientela. – Racconta un dipendente di Daystar Fashion, un negozio di abbigliamento cinese a ridosso di piazzale Baiamonti. – Poi, a marzo, quando è uscito il decreto, abbiamo chiuso ufficialmente». Prima ancora del paziente uno registrato a Codogno infatti, la via ha visto un calo non solo di turismo ma anche delle proprie attività.

Coverstore Paolo Sarpi
L’annuncio fuori dal negozio di cover di Paolo Sarpi

«Dal 24 febbraio la comunità cinese ha iniziato a chiudere molte attività. Guardavano quello che stava accadendo in Cina, i dati e le curve dei contagi, e avevano capito che la questione era grave». Già a metà febbraio infatti, Paolo Sarpi stava diventando rappresentante di quella città fantasma che sarebbe diventata Milano da lì a poco.

«Al tempo, l’attenzione era concentrata sulla Cina. Si pensava che il virus dovesse essere portato per forza da una persona di origine cinese. La comunità è rimasta vittima di un pregiudizio che ha penalizzato una categoria intera, ovvero quella dei commercianti cinesi. A gennaio e febbraio per esempio, chiedevamo controlli non solo ai cinesi di ritorno in Italia ma anche a tutti quegli italiani, adulti e bambini, e businessman che erano stati in Cina. Eppure il pregiudizio veniva alimentato dai giornali e dai servizi sanitari che sottolineavano la presenza di ricoveri cinesi senza preoccuparsi di quelli italiani. Questo ha creato anche una frattura tra gli italocinesi che potrà influire in futuro sugli investimenti che decideranno di fare. Ancora oggi per esempio molte persone di origini cinesi sono vittime di atti razziali, specialmente nelle piccole città».

“Abbiamo riconoscenza per quelle persone che ci sono state vicine”

«Contro questi pregiudizi – continua, – a febbraio abbiamo organizzato varie iniziative. Un esempio è “La notte delle bacchette”. Ma non per buonismo, ma per far capire che è sbagliato. Queste iniziative di solidarietà sono state portate avanti sia dal mondo politico e civile italiano nei confronti della comunità cinese, sia viceversa durante il lockdown. Iniziative che in parte hanno anche permesso di ricucire il rapporto».

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Pubblicato da Francesco Wu su Mercoledì 18 marzo 2020

Ma soprattutto, come sottolinea Francesco Wu, a peggiorare la relazione tra le comunità, sono state le accuse verso la Cina. Pur avendo le sue responsabilità, non ha però le colpe per la gestione italiana dell’epidemia. «Sicuramente se avessimo agito in modo diverso si sarebbe chiuso e riaperto prima, salvando delle vite. Ma basta guardare la reazione degli stati europei pur vedendo quanto accadeva in Italia. Conoscere prima la gravità della situazione probabilmente non avrebbe cambiato le cose».

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Pubblicato da Francesco Wu su Giovedì 2 aprile 2020

L’attenzione per le norme è molto sentita in negozi e bar

Ma ora, dopo la prima parte della fase due, dal 18 maggio anche negozi di abbigliamento, parrucchieri e ristoranti possono tornare ad aprire. Le commesse di Douglas, la profumeria nel cuore di Paolo Sarpi, sono sollevate dall’idea di essere finalmente tornate a lavorare, dopo non aver visto arrivare nemmeno la cassa integrazione del mese di marzo. «Noi abbiamo aperto ancora il 15 maggio. Certo, non ci aspettavamo un boom di clienti, soprattutto perché vendiamo principalmente ai cinesi che vivono in questa zona, però siamo contente». Per quanto riguarda invece le nuove norme non sembrano aver riscontrato particolari problemi: «Il virus è ancora in giro quindi è giusto che vengano prese queste misure. Anche i clienti che entrano sono coperti e rispettano le richieste di mascherine e distanza di sicurezza».

Addirittura nei bar i commessi si rifiutano di servire i clienti che si presentano senza mascherina, accettando invece chi entra in negozio dimenticandosi di indossare i guanti. Una paura, quella di rischiare sanzioni per non seguire le norme, che si vive anche fuori da alcune pizzerie d’asporto, che hanno creato due diverse entrate per i clienti normali e per i rider di Deliveroo. Ma le perdite economiche dovute alla chiusura durante il lockdown non è l’unica questione. «Il grande problema è che in magazzino ho merce invernale che non posso più vendere. – Dichiara un dipendente di Daystar Fashion – Speriamo non cambi altro in futuro, perché ho bisogno di diminuire le perdite che ho avuto in questi mesi restando chiuso».

Sarpi è una zona attrattiva, riuscirà a recuperare

Paolo Sarpi tutta però si sta adeguando a ripartire. «Sarà difficile – sottolinea Wu – ma penso che la via subirà un contraccolpo. È una zona molto attrattiva, e superato il periodo critico, riuscirà a tornare come prima». Lo stesso Made in China non dovrebbe avere troppi problemi secondo Wu: «L’immagine dei prodotti cinesi stava ancora crescendo, e rispetto a quindici anni fa sta acquistando sempre maggiore peso. Basti pensare ai prodotti di qualità, soprattutto tecnologici». Intanto nella via si vedono nuovi cambiamenti, dai manichini in vetrina che indossano la mascherina, fino ai negozi di telefonia che si sono reinventati con un desk creato all’ingresso del negozio per offrire il servizio al cliente senza però permettergli di entrare in un’attività troppo piccola per garantire le distanze sociali.

L’Erbolario di Paolo Sarpi
L’annuncio di chiusura fuori dal negozio L’Erbolario di Paolo Sarpi