A bocca chiusa: intervista a Stefano Bonazzi

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Nel 2014, la pubblicazione del libro A bocca chiusa, dai toni noirs, di Stefano Bonazzi. Di fatto, l’opera dell’autore affronta i temi della violenza, che il soggetto e protagonista dello scritto vive. Nei deliri dell’assassino, le vicende di un racconto tra paure e situazioni irreali ed estreme, nella mente dei tragici ricordi di una vittima. Dall’inquietudine di argomenti quasi surreali, anche le verità ingiuste di fatti, che accadono ancora oggi.

A bocca chiusa: Stefano Bonazzi chi è?

L’autore nasce a Ferrara, luogo in cui vive ed esegue la professione di grafico pubblicitario. A fronte di ciò, Bonazzi realizza composizioni e fotografie, con ispirazione sull’arte surrealista. Con l’opera A bocca chiusa, l’esordio letterario dello scrittore nella prima uscita del 2014 ed una seconda stampa in seguito. Nel 2017, la nascita di un secondo libro dal titolo L’abbandonatrice, per Fernandel. Attualmente, tra le collaborazioni di Bonazzi ci sono: la testata Il Loggione Letterario e La Passeggiata Letteraria di Specchia.

A bocca chiusa: pensiero dell’autore

Allo scrittore l’immagine di più fotografie, per arrivare a prevalere un’idea che unisce le sue opere letterarie in un unico stile, dal carattere noir. Come diverse parti, che dallo stesso puzzle, trovano la propria collocazione e s’incastrano, fino a formare l’insieme di più elementi. Inoltre, A bocca chiusa ricorda al lettore un thriller ed un giallo, anche se il romanzo percorre la dimensione dello sfondo noir. Attraverso il libro, Bonazzi catapulta il lettore, in fatti tra il genere horror e noir, con tematiche delicate, che per diversi scenari sono reali.

A bocca chiusa: recensione del libro

Un’opera che emerge da una lettura irruenta, dove l’autore sembra tracciare una mappatura del mondo che non si vorrebbe. La sensazione tra le pagine, di una difficoltà di accettazione a credere esistano ancora, tali violenze. Ciò nonostante, l’evidenza di argomenti, che un romanzo noir racconta e narra dalla voce del protagonista vittima e carnefice.

Non esistono lacrime e pentimenti per le follie di menti senza senno e senza ragione, mai! Con A bocca chiusa, la drammaticità, la crudeltà, le violenze e la tragicità di una narrativa che lascia il lettore senza tregua, tra gli eventi. Di fatto, un romanzo che tratta le vicende di un uomo, dal passato difficile, i cui ricordi scorrono tra le immagini di episodi di violenze domestiche.

Nella fanciullezza del protagonista, la figura di riferimento tra le più importanti di famiglia, si rivela l’orco cattivo, l’uomo oscuro, da qui le violenze. Come conseguenze per la vittima, la crescita di un bambino fino a diventare uomo e con sé anche le paure, l’inquietudine, le insicurezze e le ingiustizie. In età adulta, la trasformazione della rabbia, che nell’uomo segue le orme dell’orco cattivo. Ciò, che in passato subisce la vittima, sfocia nel tempo senza senno e l’uomo diventa il carnefice.

Nell’infanzia il nonno paterno come aguzzino, mentre all’età di dieci anni, un bambino ha il divieto di correre e giocare fuori di casa, con i coetanei. Quando il tempo tramuta la crescita di un fanciullo in uomo, ecco la vittima che diventa anch’egli un orco, come il nonno. Dalla genesi di un assassino, proseguono i fatti del libro, in cui l’uomo esprime i propri deliri, fino ad un finale tragico e surreale.

A bocca chiusa: come si presenta Stefano Bonazzi ai lettori?

Sono un autodidatta e un lettore assiduo dall’età di sette anni. Dopo un paio di decenni trascorsi in mezzo ai libri, ho deciso di provare a mettermi in gioco in prima persona. Il primo romanzo nasce come una sorta di diario autobiografico, che poi si sviluppa analizzando il tema delle ossessioni e delle paure umane. Da quel primo romanzo e dai primi riscontri ricevuti, ho capito che erano quelli i temi che avrei voluto approfondire. E che ancora oggi, sto cercando di analizzare, tra fiction e racconti brevi.

A bocca chiusa: quando avviene l’incontro con la scrittura?

Quando mi cadde in mano il primo libro di Stephen King, un’edizione storica di Cujo (la prima italiana, del 1983), con quel muso di San Bernardo demoniaco. Esso mi guardava sbavando dalla copertina ormai ridotta in brandelli.

A bocca chiusa: cosa pensa sulla letteratura contemporanea?

Ci sono un sacco di autori giovani interessanti, che stanno sperimentando sia dal punto di vista narrativo, ma anche nella forma racconto. Nel 2021 per esempio usciranno parecchi titoli, che lavorano molto sulla lingua e sui dialetti locali. Penso all’imminente Sangue di Giuda, di Graziano Gala – Minimun Fax o sulla creazione di un contesto distopico atipico. Oppure a Configurazione Tundra, di Elena Giorgiana Mirabelli (Tunué), un’opera davvero sperimentale, con tanto di biografia inventata a corredo. C’è voglia di mettersi in gioco e il dinamismo è un movimento che porta sempre a cose buone, in tutti i campi.

A bocca chiusa: ci sono autori, dai quali trae ispirazione?

Amo lo stile e la prosa diretta di Simona Vinci, il cinico minimalismo di Cormack McCarthy. E la capacità di King, nel riuscire a raccontare storie che attingono dal fantastico, per evidenziare le assurdità del quotidiano.

A bocca chiusa: come nasce il suo libro?

Tutto parte da un’esigenza personale. Il bisogno di mettere su carta qualcosa, che non si accontenta di restarsene nella testa. In genere parto da una situazione di partenza: un’immagine forte su cui poi vado a strutturare la trama. Procedo in modo anche non lineare, in un processo affine al flusso di coscienza. Nel caso di A bocca chiusa, c’era questa immagine forte di partenza: un bambino rinchiuso in un balcone e un nonno-orco che si muove nell’ombra, di un claustrofobico appartamento. Mi è bastato questo scenario iniziale, il resto della storia si è sviluppato in modo quasi naturale.

A bocca chiusa: ci sono dei personaggi nel libro, che la rappresentano?

Il ragazzino protagonista incarna molte delle mie paure e visioni, specialmente quelle legate al tema dell’infanzia. C’è un modo di vedere la realtà, distorta da un surrealismo tutto personale e mentale, in cui mi riconosco. Ma ci sono anche altri lati del suo carattere che invece, sono completamente inventati.

A bocca chiusa: ci sono dei temi attuali nella sua opera?

Disagio sociale, incapacità di comunicare e accettarsi all’interno del proprio nucleo famigliare. Le difficoltà, l’inadeguatezza della provincia italiana e il senso di isolamento di alcune meccaniche lavorative odierne. In genere, quasi tutto quello di cui parlo attinge da un malessere reale e contemporaneo.

A bocca chiusa: quali argomenti prevalgono nell’opera?

Paura, solitudine, difficoltà di relazionarsi e integrarsi nella società contemporanea, ma anche la malattia e la percezione che se ne ha. Soprattutto quando questa va ad intaccare i ruoli, che un individuo si è costruito all’interno del proprio nucleo famigliare.

A bocca chiusa: quali sono le difficoltà che incontra uno scrittore?

Nel mio caso vi sono difficoltà tecniche, principalmente legate alla ricerca di uno stile, in grado di instaurare un dialogo sincero e diretto con il lettore. Non sono un amante dei tecnicismi, mi piacciono le prose schiette, dirette, prive di filtri.

A bocca chiusa: cosa consiglia agli autori emergenti?

Createvi uno stile personale e riconoscibile, abbiate umiltà nel processo di editing, voglia di imparare e tanta, tantissima pazienza. Il mondo editoriale ha delle meccaniche e delle tempistiche tutte sue, non c’è una regola aurea per scrivere un buon libro o un libro di successo. Ma penso sia importante approcciarsi sempre, nel modo più sincero possibile alla propria storia e soprattutto al lettore, specialmente nelle prime opere. Guadagnarsi la fiducia e il rispetto di chi dedica tempo e risorse alla nostra opera, può fare la differenza.

A bocca chiusa: cosa rappresenta il suo stile letterario?

Un minimalismo urbano che cerca di mettere in risalto le assurdità e gli estremismi del contemporaneo.

Quali sono i suoi punti di forza nella scrittura?

Questo dovrebbe dirlo il lettore.

Cosa le regala la scrittura?

Una valvola di sfogo che non si limita al semplice “buttar rabbia su carta”. Ma che contiene in sè tutte le qualità catartiche, di un processo creativo estremamente personale e formativo.

Cosa pensa della poesia?

Leggo pochi autori di poesia, non avendo una formazione accademica riguardo a questa forma d’arte. Mi limito a selezionare voci, che mi colpiscano dai primi versi, ma sono consapevole di avere una visione estremamente limitata e ignorante del tema.

Quali sono i suoi obiettivi nella scrittura?

Destabilizzare il lettore e portarlo a riflettere anche sui temi più scomodi, di quelli proposti da una lettura di mero intrattenimento.

Può raccontare la sua esperienza letteraria?

A bocca chiusa è il mio romanzo d’esordio, uscito nel 2014 per Newton Compton e ristampato l’anno scorso per Fernandel editore. Nel 2017 ho pubblicato, sempre per Fernandel il romanzo L’abbandonatrice. Altri romanzi brevi sono usciti in antologie tematiche e l’elenco completo delle pubblicazioni è consultabile sul mio sito: www.stefanobonazzi.it.

Stefano Bonazzi ha un sogno nel cassetto?

Scrivere il romanzo perfetto. Ma essendo estremamente critico, cinico e puntiglioso, mi sono già rassegnato a portarmi questo sogno nella tomba.

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