Il 26 novembre 2010, Yara Gambirasio, 13 anni, fu ritrovata in un campo a Chignolo d’Isola, nel Bergamasco, sequestrata ed uccisa.

“Una volta una perizia sul DNA e scoprirete che io non c’entro” sono le parole rivolte alla Corte di Cassazione da parte di Massimo Bossetti, 48 anni a fine mese, padre di tre figli, muratore di Malpello, “fiducioso, anche se molto timoroso” ha atteso la sentenza nel carcere di Bergamo.

LE ACCUSE“È andato tutto come secondo me doveva andare. Con oggi sono 39 i magistrati che hanno esaminato, in varie fasi, il fatto e tutti hanno concluso per la colpevolezza di Bossetti” dice l’avvocato Andrea Pezzotta, legale dei familiari di Yara Gambirasio.
La prova inconfutabile è l’esame del DNA, estratto dal materiale biologico che venne rintracciato sugli slip di Yara, e confrontato in un’indagine che non ha precedenti al mondo con quello di altre 20 mila persone, fino a isolare quello di un solo uomo, Massimo Bossetti, con una possibilità di errore di uno su 20 miliardi.
«Il colore degli occhi azzurro chiaro, che è esattamente il colore degli occhi di Bossetti»: l’analisi genetica ha riscontrato anche questo dettaglio, senza alcuna pista già decisa. Ignoto 1 era difatti stato soprannominato Bossetti, da parte dell’anatomo-patologa Cristina Cattaneo. Per risalire a chi appartenesse, biologi e investigatori, guidati dalla del Pm Letizia Ruggeri, iniziarono percorso incerto dai risultati tutt’altro che assurdi ed incerti:  la scienza ricorda infatti che la probabilità di trovare un altro Dna nucleare uguale a quello di Bossetti è di una su 330 milioni di miliardi di pianeti, ciascuno abitato da 7 miliardi di persone.  «Il metodo del Dna nucleare – ha precisato il Pg De Masellis è come un’impronta genetica, maggiormente identificativa della persona».

Massimo Bossetti, arrestato 4 anni e mezzo fa e condannato ormai in tutti i gradi di giudizio all’ergastolo, è accusato anche di calunnia: “Bossetti deve rispondere di calunnia. Ha fornito indicazioni specifiche su un individuo con cui lavorava”, sviando le indagini, dice De Masellis. Per quest’accusa (calunnia, appunto, nei confronti di un collega), l’imputato era stato assolto. E l’assoluzione è stata conferma anche dalla Cassazione.

DALL’ALTRA PARTE LA DIFESA

23 motivi del ricorso, contenuti nelle 600 pagine: per Mariella De Masellis non hanno alcun valore, rigettando contro questa l’accusa madre, confermata dal test del DNA. D’altro canto la difesa di Bossetti afferma che l’esperimento è stato effettuato utilizzando kit scaduti, creando in questo modo un DNA artificiale, «una congettura da fantascienza »,risponde il Pg.
“Ha vinto il sistema – uno dei difensori di Bossetti, l’avvocato Claudio Salvagniieri abbiamo sentito ancora una volta il pg della Cassazione magnificare il lavoro dei Ris di Parma che sono bravi, i primi della classe e perciò il loro lavoro non si può mettere in dubbio.”.  L’avvocato Salvagni non ha ancora avuto modo di parlare faccia a faccia con Bossetti, che è detenuto dal giugno 2014 nel carcere di Bergamo.

Per volendo prendere in considerazione l’innocenza di un uomo che non ha vie d’uscita da intraprendere, bisognerebbe motivare la ragione per cui egli era presente mentre la ginnasta tredicenne di Brembate Sopra veniva aggredita a coltellate, accanto al vero ed introvabile assassino.

Forse la difesa pensa a un ricorso alla Cedu, ma la revisione del processo è al quanto impensabile, sembrerebbe dunque l’ergastolo di Massimo Bossetti, il termine di una ricerca lunga e tortuosa.

IL PROCESSO E LE PROTESTE

Adriano Iasillo ha presieduto il processo, in un’aula della prima sezione penale della Suprema Corte, gremita di giornalisti, ma non dei parenti dell’imputato.

«Bossetti libero» e «Vogliamo la verità. Bossetti innocente» sono alcuni striscioni esposti dai pochi sostenitori di Bossetti a Roma, in piazza Cavour, sede centrale della Corte di Cassazione.

Anche dal carcere di Bergamo,dove è rinchiuso l’operaio di Mapello, partono urla che richiedono giustizia. “Quarto Grado”  ha voluto monitorare la reazione tra i compagni di pena dell’uomo.  Remo Croci ha documentato la contestazione dei detenuti subito dopo la diffusione del verdetto. Le immagini hanno mostrato anche un oggetto, esposto fuori da una cella, al quale è stato dato fuoco.

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