6 aprile 1520 – cinquecento anni fa il mondo perdeva Raffaello, una vita per la bellezza

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Raffaello

Fu uno dei più rappresentativi artisti di fine Quattrocento, ricordato insieme a nomi del calibro di Michelangelo e Leonardo Da Vinci. E oggi, 6 aprile 2020, ricorrono cinquecento anni dalla sua morte.

Ed il 6 aprile, per coincidenza, fu anche il giorno in cui nacque. L’anno era il 1483, nella città di Urbino.

Figlio del pittore Giovanni Santi, il bambino dimostrò fin da subito un notevole talento, che naturalmente non passò inosservato agli occhi del padre. Inizialmente fu proprio il genitore ad occuparsi di istruirlo, spingendolo a studiare le opere di Piero Della Francesca, ma decise poi di affidarlo ad un maestro migliore. E la sua scelta cadde sul Perugino.

Nel 1499 Raffaello lasciò la bottega del nuovo maestro e iniziò a lavorare su commissione. A Città di Castello realizzò diverse opere, tra cui la Pala del Beato Nicola da Tolentino, della quale ad oggi ci restano pochi frammenti, o lo Stendardo della Trinità, attualmente in esposizione alla Pinacoteca Civica di Città di Castello. Venne poi ingaggiato dalla famiglia Oddi e lavorò per la Libreria Piccolomini di Siena, realizzando degli affreschi sulla vita di Pio II in collaborazione con il Pinturicchio.

Uno dei suoi dipinti più famosi è senza dubbio Lo sposalizio della Vergine, realizzato nel 1504, che si trova adesso esposto alla Pinacoteca di Brera. Sempre nel 1504 si trasferì a Firenze, ma senza perdere i legami con la corte di Urbino: dipinse infatti, per loro conto, i ritratti Guidobaldo da Montefeltro e Elisabetta Gonzaga, oltre al dittico San Michele che abbatte Satana e San Giorgio che uccide il drago. A Firenze studiò le opere di Michelangelo e Leonardo, artisti dei quali si noterà l’influenza in altri suoi lavori (il Giovane con la mela, di ispirazione michelangiolesca, o la Madonna del Cardellino che strizzava l’occhio allo stile leonardiano). Nello stesso tempo gli erano stati commissionati due dipinti per la città di Perugia, la Pala Colonna e la Pala Ansidei, rispettivamente conservate al Metropolitan Museum di New York e alla National Gallery di Londra.

Raffaello era ormai un artista prestigioso, ed arrivò quindi nel 1508 l’inevitabile chiamata a Roma, dal papa attualmente in carica Giulio II (che già aveva preso al suo servizio Michelangelo, perché affrescasse la volta della Cappella Sistina). L’opera di Raffaello venne richiesta per le Stanze Vaticane, iniziando dalla Stanza della Segnatura: qui possiamo ancora ammirare la Disputa del Sacramento, la Scuola di Atene e il Parnaso. Proseguì con la Sala di Eliodoro e la Sala dell’Incendio, negli anni successivi. Ma non solo: la sua arte venne richiesta anche da Agostino Chigi, per il quale realizzò l’affresco Il trionfo di Galatea.

Tra un impegno e l’altro per conto del papa riuscì ad inframezzare queste grandi opere con diversi ritratti (Madonna Aldobrandini, Ritratto di Giulio II, Madonna di Foligno). E la sua fortuna non terminò con la morte di Giulio II: il suo successore, Leone X, gli affidò l’incarico di architetto della Fabbrica di San Pietro, lasciato in eredità da Bramante deceduto nel 1514. Questo fa capire che Raffaello non era soltanto un pittore, ma anche un valente architetto, avendo progettato anche la Cappella Chigi in Santa Maria del Popolo, o la facciata di Palazzo Pandolfini a Firenze.

Come spesso capita, Raffaello morì all’apice del suo successo, ad appena trentasette anni di età. Da quel giorno sono passati esattamente cinquecento anni, era il 6 aprile del 1520: la sua leggenda continuò allora a fiorire, e dura ancora oggi.

Qui giace Raffaello, dal quale la natura temette mentre era vivo di essere vinta: ma ora che è morto teme di morire.

Questo l’epitaffio dell’artista, opera della mano del poeta Pietro Bembo, sulla tomba al Pantheon. Il riassunto perfetto di una vita completamente consacrata all’arte e alla bellezza, entrata nel mito cinquecento anni fa.

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