5 poesie che parlano di 25 aprile

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25 aprile 1945: 5 poesie che parlano di guerra e Liberazione

Agli sgoccioli della Seconda Guerra Mondiale, l’Italia vive un conflitto interno: la guerriglia contro il governo fascista della Repubblica Sociale Italiana. A ciò si aggiunga l’occupazione nazista. Il 25 aprile 1945 segna la vittoria su questi nemici da parte dell’Esercito Cobelligerante Italiano e delle forze partigiane. IL Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia annuncia l’insurrezione dei territori occupati dai nazifascisti.

Il 22 aprile 1946 il re Umberto II, in veste di principe e luogotenente del Regno d’Italia, emanò un decreto legislativo, su proposta del presidente del Consiglio De Gasperi:

«A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 aprile 1946 è dichiarato festa nazionale.»

Dal 27 maggio 1949 il 25 aprile è Festa Nazionale. I poeti e gli intellettuali hanno declamato nei loro versi l’approdo al 25 aprile, la guerra mondiale e quella civile, hanno celebrato il Giorno della Liberazione da un dominio straniero e da un regime contrario all’ideologia della Repubblica.

Avevo due paure – Giuseppe  Colzani

La voce di un membro attivo della Resistenza. A Milano apprende l’uso del mitra, delle bombe a mano e matura l’odio verso il fascismo.

La prima era quella di uccidere
La seconda era quella di morire
Avevo diciassette anni
Poi venne la notte del silenzio
In quel buio si scambiarono le vite
Incollati alle barricate alcuni di noi morivano d’attesa
Incollati alle barricate alcuni di noi vivevano d’attesa
Poi spuntò l’alba
Ed era il 25 Aprile

Per i morti della resistenza – Giuseppe Ungaretti

Il poeta esprime l’opposizione tra la morte e la via con l’uso della metafora. La poesia fa parte della raccolta Nuove (1968-1970).

Qui
vivono per sempre
gli occhi che furono chiusi alla luce
perché tutti
li avessero aperti
per sempre
alla luce.

Alle fronde dei salici – Salvatore Quasimodo

Scritta durante l’occupazione nazista di Milano dopo l’armistizio con le truppe anglo-americane. La lirica comparve su una rivista nel 1945 poi entrò a far parte della raccolta “Giorno dopo giorno

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento

Tu non sai le colline – Cesare Pavese

Datata 9 novembre 1945, Pavese descrive il paesaggio e l’atmosfera della guerra.

Tu non sai le colline
dove si è sparso il sangue.
Tutti quanti fuggimmo
tutti quanti gettammo
l’arma e il nome. Una donna
ci guardava fuggire.
Uno solo di noi
si fermò a pugno chiuso,
vide il cielo vuoto,
chinò il capo e morìsotto il muro, tacendo.
Ora è un cencio di sangue
e il suo nome. Una donna
ci aspetta alle colline.

La madre del partigiano – Gianni Rodari

Rodari racconta con linguaggio semplice e metaforico la Resistenza come lotta per la libertà, il principio difeso pagando spesso con la vita.

Sulla neve bianca bianca
c’è una macchia color vermiglio;
è il sangue, il sangue di mio figlio,
morto per la libertà.

Quando il sole la neve scioglie
un fiore rosso vedi spuntare:
o tu che passi, non lo strappare,
è il fiore della libertà.

Quando scesero i partigiani
a liberare le nostre case,
sui monti azzurri mio figlio rimase
a far la guardia alla libertà.

La Costituzione è un buon documento; ma spetta ancora a noi fare in modo che certi articoli non rimangano lettera morta, inchiostro sulla carta. In questo senso la Resistenza continua.

Sandro pertini