29 agosto 1991 – la mafia uccide Libero Grassi

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La mattina del 29 agosto 1991 l’imprenditore siciliano Libero Grassi era appena uscito dalla sua casa a Palermo quando fu raggiunto dai colpi di pistola di un killer di Cosa Nostra e ucciso. Moriva così il primo imprenditore che rifiutava apertamente di pagare il pizzo.

Libero Grassi è stato ucciso da cosa nostra dopo aver intrapreso un’azione solitaria contro una richiesta di pizzo senza ricevere alcun appoggio da parte delle associazioni di categoria.

Libero Grasso un uomo perbene che fu lasciato solo
nella sua scelta di ribellione – oggi avrebbe a fianco diversi commercianti che in questi anni si sono finalmente liberati da ogni forma di taglieggiamento. Tuttavia le denunce rimangono poche rispetto alle dimensioni del fenomeno.
Oggi a 27 anni di distanza ci si interroga su cosa sia rimasto dell’esempio di Libero Grassi, su come cambiano le dinamiche criminali attraverso cui si perpetra il racket delle estorsioni, sul perchè ci sia ancora chi continua a pagare e sulle ragioni che inducono alla scelta di denunciare.

Libero Grassi non era un uomo in prima linea non era un magistrato o un giornalista aveva soltanto la sua dignità di cittadino. E’ morto per quella , il 29 agosto 1991, in una Palermo in cui anche i civili, soprattutto i più civili, erano bersagli di una guerra che aveva alzato il tiro contro le regole.

Non solo rimandò al mittente la richiesta del pizzo ma rispose pubblicamente in una lettera al Giornale di Sicilia. Così: «Caro estortore, volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’ acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere… Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui». (Libero Grassi, Giornale di Sicilia del 10-01-1991).

Di lì a poco accettò l’ invito di Michele Santoro a Samarcanda, andò a ripetere le cose che vedeva dall’ osservatorio della sua azienda a conduzione familiare, la Sigma, un’ azienda sana che non voleva dare in mano a chi gliel’ avrebbe succhiata a poco a poco con la scusa di un indebito aiuto estorto in favore dei “poveri amici carcerati”, per pagare le spese legali dei “picciotti chiusi all’ Ucciardone”. Libero Grassi faceva pigiami, calzini, biancheria. Dava lavoro, onesto. Esportava. Voleva continuare a farlo per rispetto di sé stesso e del nome che portava. Il maxiprocesso era in corso e solo un anno e qualche mese dopo Cosa Nostra, che per troppi e anche per qualche tribunale non esisteva, sarebbe stata scolpita in una sentenza definitiva.

Libero Grassi camminava libero per strada quel mattino del 29 agosto 1991, quando la mafia lo freddò con quattro colpi di pistola, Grassi era solo abbandonato dallo Stato ma con accanto la sua famiglia, la sua dignità e riusci con il suo impegno, la sua tenacia a squarciare quel velo di paura e omertà anche se ancora c’è molto da fare.

A portare avanti l’ impegno e la memoria di Libero Grassi fino al giugno 2016 c’ era Pina, la moglie di Libero, libera come lui. C’ è una sola cosa che si possa fare, come istituzioni e cittadini, per non tradirli: continuare l’ impegno alla memoria di quelli come lei e non lasciare soli quelli come lui

I giovani dovrebbero conoscere la storia di questo uomo Libero di nome e di fatto che con dignità non si è piegato ad un’ingiustizia ma ha lottato per la dignità umana valore irrinunciabile per essere davvero liberi.

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