In “Eretici digitali”, Massimo Russo e Vittorio Zambardino denunciano il narcisismo della rete, vissuta come unico ambiente di conoscenza; di conseguenza, tutto ciò che non ne fa parte perde valore, concretezza, consistenza.

Oggi più che mai viviamo nell’età dell’immagine e del culto dell’apparenza imposto dal modello del capitalismo economico. In questo scenario, sono i social networka giocare un ruolo chiave, avendo posto al centro l’individuo e non più la massa amorfa.

L’evoluzione della tecnologia mobile ha ovviamente contribuito ad incrementare il tempo trascorso online: secondo una ricerca di Google, noi usiamo solo quattro o cinque applicazioni al giorno delle 25 che in media abbiamo sul telefono e passiamo la maggior parte del tempo sulla app di un social network.

Questi ultimi sono diventati uno spazio in cui creiamo relazioni, formiamo la nostra identità, esprimiamo noi stessi e apprendiamo cose sul mondo che ci circonda. Sui social ci comportiamo come i neonati a contatto con l’esterno: nel momento in cui esperiamo la realtà, ci poniamo delle domande su noi stessi. Proprio perché crogiuoli di relazioni, i social network favoriscono il confronto con l’altro, da cui nasce il paragone.

Una delle caratteristiche principali della fotografia è di riuscire a rendere immortale un momento e non è un caso che, tra le maggiori paure dell’essere umano, ci sia l’angoscia del passare del tempo. E’ una tensione continua al risparmio di tempo ma, allo stesso tempo, non siamo più disposti a sacrificare la qualità.

Ecco perché la scelta di un mezzo espressivo come la fotografia per raccontarci e condividerci con gli altri. Si assiste ad un considerevole cambio di prospettiva: si passa dal fotografare gli altri per il proprio consumo al fotografare se stessi per il consumo altrui.

Attraverso il personaggio di Dorian Gray, Oscar Wilde diceva:”C’è al mondo una sola cosa peggiore del far parlare di sé: il non far parlare di sé”. Sarà forse per questo che oggi siamo consumati dall’angosciante pressione dell’auto-rappresentazione e dall’incessante costruzione del self, nonostante i social network sembrino offrire una socializzazione immobile che erge barriere piuttosto che ponti.

Fin dagli albori della civiltà, l’essere umano cova un desiderio auto-celebrativo che lo spinge a distinguersi all’interno della specie secondo il principio darwiniano. Su Instagram, in particolare, il desiderio di differenziazione si traduce in conformismo e omologazione che provoca ansia da prestazione web.

Il bisogno di essere ascoltati è ridimensionato rispetto al bisogno di ascoltare, di conoscere la vita degli altri. Questo deriva dalla convinzione che gli altri siano sempre più interessanti di noi. E’ un senso di insicurezza che caratterizza la società del precariato, la quale ha fatto dell’incertezza la linfa mortale.

In “Ossessioni collettive”, Lovink scrive:”Sapremo padroneggiare gli strumenti non solo quando ne avremo appreso l’utilizzo, ma anche una volta capito quando è il caso di metterli da parte”; al momento, siamo fermi ancora al primo step.

 

 

 

Condividi e seguici nei social
error

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here