21 settembre 1452 nasce Girolamo Savonarola

"Il padre della orazione è lo silenzio e la sua madre è la solitudine."- Girolamo Savonarola

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Chi era Girolamo Savonarola

I biografi di Girolamo Savonarola lo presentano: come predicatore, profeta, un ribelle e un martire. Alcuni studi sulla sua corrispondenza personale, sermoni e trattati suggeriscono che Savonarola si è auto identificato con tutte queste etichette. L’influenza di Savonarola a livello sociale è fuori discussione; tutti concordano sul fatto che abbia avuto un impatto significativo sulla politica e sulla vita quotidiana della Firenze dei suoi tempi. La domanda che nasce dopo l’analisi delle sue vicissitudini, non è se Savonarola abbia avuto successo nel trasmettere il suo messaggio apocalittico, ma piuttosto, perché e come, un uomo apparentemente ordinario, sia stato in grado di creare un’eredità così profonda.

La vita

Il monaco Girolamo Savonarola

Girolamo Savonarola nacque a Ferrara, il 21 settembre del 1452. Appartenente ad una nobile famiglia, le sue origini mantovane lo uniscono grazie alla madre, Elena Bonacolsi, ai futuri Gonzaga. Era l’anno della nascita di Leonardo da Vinci. Per l’ Europa, fu un momento di sviluppo e cambiamento: la Bibbia di Gutenberg uscì dalla stampa due anni dopo, un Medici governava Firenze e quando Colombo raggiunse il Nuovo Mondo, Savonarola iniziò il suo periodo di predicazione . Il suo messaggio era più simile a quello dei profeti ebraici: una dichiarazione di santità di Dio, la promessa di un giudizio divino violento e terribile.

La formazione del futuro monaco

Istruito dal nonno paterno, Michele Savonarola, un medico acclamato e uomo con rigidi standard religiosi. Da lui ricevette un’educazione tipica del XIV secolo. Si dedica a studi di filosofia, musica, disegno, anche se ben presto, intorno ai vent’anni, periodo in cui scrisse la sua prima composizione il “De ruina mundi”, disgustato dalla decadenza dei costumi, lasciò Ferrara facendosi domenicano a Bologna, era l’anno 1474. Girolamo Savonarola è stato un uomo molto attivo nell’intelletto, un fanatico visionario che ha influenzato le persone con i suoi pensieri e le sue prediche. La sua identità aveva fascino e anche controllo. La sua conoscenza, né significativa né unica, era sufficientemente ampia da incuriosire ricercatori umanisti come Giovanni Pico Della Mirandola.

Nel 1482 conquistò i fiorentini con le sue prediche appassionate. I suoi seguaci si organizzarono nella setta penitenziale dei “piagnoni” (così chiamati per le lacrime versate durante i sermoni di Savonarola). Fustigatore di corruzione e decadenza della Chiesa, predicava la penitenza come sola via di salvezza. Il lusso, che riteneva fonte di depravazione, faceva processare chi giudicava dissoluto, organizzando “roghi delle vanità”, cioè di opere d’arte, libri e strumenti musicali. Personaggio complesso e discusso, si oppose ai Medici, signori di Firenze, sostenendo la breve esperienza della repubblica di Pier Antonio Soderini.

Il ritorno a Firenze

Nel maggio del 1490, su richiesta esplicita di Lorenzo de’ Medici e su suggerimento di Giovanni Pico della Mirandola, ritornò a Firenze, sempre nel convento di San Marco, divenendone priore nel 1491 e riuscendo a renderlo autonomo nei confronti della Provincia domenicana di Lombardia.

Il grande Falò delle Vanità del 1497

Il grande falò delle vanità

Il 7 febbraio 1497, aveva segnato il culmine del suo potere: Girolamo era diventato il padrone assoluto di Firenze e il moralizzatore della Chiesa Cattolica. In città detta lui le leggi al governo democratico e con i Medici caccia da Firenze le prostitute. La patria del vizio era diventata una terra santa dove si sperimenta una nuova forma di democrazia, morale e popolare; dove non erano più le regole del tiranno a dettare legge ma quelle di Dio. O per meglio dire, del suo portavoce in tonaca bianca e mantella nera.

La rivolta contro il Papa

Papa Alessandro VI°

Ma anche in Vaticano le cose non andavano meglio: Savonarola si era ribellato sempre più apertamente a Papa Alessandro VI, che aveva provato prima a trasferirlo, poi lo convoca a Roma per interrogarlo, ricevendo sempre forfait con giustificazioni poco credibili. In seguito aveva tentato persino di sospenderlo dagli incarichi, di vietargli di predicare e di colpirlo con altri provvedimenti disciplinari.

Eppure il pontefice con la peggiore reputazione della storia della Chiesa non poteva fare a meno di nutrire ammirazione nei confronti di quel santo frate che sembrava l’unico a crederci veramente, a quello che tutta la Chiesa predicava da secoli. Alessandro VI non voleva la sua testa: voleva solo evitare che gli creasse troppi guai. Ma erano proprio i guai, quelli che il domenicano cercava con ostinata determinazione.

La scomunica

Così aveva tentato per l’ultima volta di rabbonirlo, nominandolo cardinale. Nomina che Savonarola aveva rifiutato sprezzante, rispondendo di non voler cappelli, né mitre né grandi né piccole” ma solo il cappello rosso dei santi: quello fatto di sangue.

Inevitabile, il 12 maggio 1497 arrivò la scomunica, alla quale Girolamo aveva risposto con il solito feroce sarcasmo: nel corso della prima predica pronunciata dopo la notizia della condanna, aveva messo in scena una sorta di sketch in cui un immaginario interlocutore lo rimproverava di predicare nonostante fosse scomunicato: “La hai tu letta questa escommunica? – rispondeva lui – Chi l’ha mandata? Ma poniamo che per caso che così fussi, non ti ricordi tu che io ti dissi che ancora che la venisse, non varrebbe nulla? Non vi maravigliate delle persecuzioni nostre, non vi smarrite voi buoni, ché questo è il fine dei profeti: questo è il fine e il guadagno nostro in questo mondo”.

L’obiettivo segreto del papa era proprio quello di toglierlo dalle mani dei nemici e permettergli di discolparsi a Roma, salvandogli così la vita. Ma Girolamo, ostentando indifferenza e disprezzo per la scomunica e ribellandosi così apertamente al Vaticano, si era praticamente messo la corda al collo da solo: i governanti della città avevano finalmente trovato la scusa per liberarsi dell’ingombrante moralizzatore e i suoi nemici mano libera per catturarlo ed eliminarlo.

La festa dell’Ascensione

È la vigilia della festa dell’Ascensione, e non può essere un caso, si dice Girolamo mentre viene portato in catene al patibolo, direttamente dal Palazzo della Signoria alla piazza, attraverso una passerella alta quasi due metri da terra.

La forca alta cinque metri si erge su una catasta di legna e scope cosparse di polvere da sparo. Girolamo indossa una semplice tunica di lana bianca e sorride: condannato dagli uomini ma finalmente riconciliato con Dio e con se stesso.

Il suo ultimo sguardo si posa su un volto a caso, delle centinaia che lo circondano. Non riesce più nemmeno a muovere la lingua, ma il suo ultimo pensiero è ancora: “Cerca di essere uomo… prima di essere gente”.
Il giorno dopo, festa dell’Ascensione, chi accorre sul luogo del massacro lo ritroverà interamente coperto di fiori, foglie di palma e petali di rose.

Decidendo che da allora, ogni anno nel giorno dell’Ascensione, fiori, foglie di palma e petali di rose dovranno segnare il luogo dove fu martirizzato l’ultimo profeta della rivoluzione cristiana. La cui passione, cinquecento anni dopo, brucia ancora in Piazza della Signoria.

https://www.periodicodaily.com/521-anni-dalla-morte-del-frate-ribelle-girolamo-savonarola/

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