20 settembre 1932. Il primo sciopero della fame di Gandhi

"La verità e la non violenza sono antiche come le colline. Ho solo tentato di metterle in pratica"

0
276
20 settembre 1932

Mahatma Gandhi, la “grande anima” con la sua prospettiva dell’amore puro, incalzò la prepotenza politica con la filosofia della “non-violenza”. Il 20 settembre 1932 si oppose all’imperialismo britannico con lo sciopero della fame.

Un atto, quello, che nei primi decenni del novecento ebbe una risonanza fortissima.


Occhiali di Gandhi all’asta: trovati nella cassetta postale


20 settembre 1932: il digiuno di Mahatma Gandhi

Il 20 settembre 1932, Gandhi, nella prigione di Yeravda, decise di digiunare per protestare contro il provvedimento del governo MacDonald e l’istituzione di elettorati divisi.

Digiunò a oltranza per l’eliminazione dell’intoccabilità. Rischiò la morte ma colse i frutti della sua protesta. Dopo la mossa del magnanimo anche gli intoccabili ritornarono ad una vita sociale più inclusiva. Poterono frequentare i templi da cui prima erano stati esclusi.

Gli intoccabili o oppressi erano i fuori casta, i diseredati, i poveri dunque persone che non godevano di solide ricchezze. Gandhi se ne prese cura, soprattutto si prese cura delle loro speranze e delle loro tribolazioni.


Una moneta per commemorare Gandhi potrebbe arrivare in UK


20 settembre 1932, il digiuno secondo Gandhi

Per Gandhi il digiuno rappresentò la preghiera più pura. Le sue considerazioni: “ciò che gli occhi sono per l’esterno, il digiuno lo è per la vita interiore. Con il digiuno posso vedere Dio faccia a faccia. Il digiuno è abbandono totale a Dio. Il digiuno non è destinato ad agire sul cuore, ma sull’anima degli altri, ed è per questo che il suo effetto non è temporaneo ma duraturo. Tutti i miei digiuni sono stati meravigliosi. Dentro di me avviene una pace celeste“.

20 settembre 1932: il digiuno di Gandhi

Mahatma Gandhi. La “grande anima”

Brillante avvocato indiano, Gandhi studiò legge a Londra. Visse anche in Sudafrica e proprio lì si accorse del costante spregio delle libertà civili e dei diritti politici degli immigrati indiani.

Il Mahatma dal 1920 si impegnò in nome della coscienza civile del suo popolo indiano. Desideroso della libertà e dell’indipendenza combattè contro i soprusi britannici. Lo fece non con la rivolta armata ma attraverso la resistenza passiva, la non collaborazione, la disobbedienza collettiva e pacifica.

La “forza-verità” e la “non-violenza”

Due fondamentali principi portano seco la grandezza di Gandhi: la “forza-verità” e la “non-violenza”. L’avvocato indiano con un amore universale e pulito condusse il suo popolo, mano per mano, villaggio per villaggio, all’indipendenza.

Le parole e le idee di Gandhi sono ancora oggi un faro sull’umanità. Non costituiscono un pensiero sistematico ma una dottrina di vita che non aveva e non ha alcun valore se non è messa continuamente alla riprova nella pratica quotidiana – sia quella dei grandi sia quella dei piccoli eventi, sia a livello individuale sia nella comunione degli intenti – e cioè, appunto, nella vita.

Commenti