2 luglio 1994: a Roma inizia la rivoluzione

Sono passati ventisei anni dalla primo Gay Pride ufficiale italiano.

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Roma, 2 luglio 1994: tra i miliardi di anniversari che si possono ricordare, questa città oggi ne festeggia uno in particolare. Sono passati ventisei anni dal primo Gay Pride italiano ufficiale.

Prima del 2 luglio 1994, sul suolo italiano si erano già tenute delle manifestazioni a sostegno della comunità LGBTQ+. In particolare, ricordiamo la protesta che si svolse a Sanremo nel 1972. In quell’anno, proprio in quella città il Centro Italiano di Sessuologia (CIS), organizzò un convegno. Uno dei temi principali dell’incontro fu l’omosessualità e le possibili terapie per curarla.



Già, perché all’epoca l’omosessualità era vista letteralmente come una malattia. Ancora persistente era l’avversione nei confronti del diverso. Ancor più di oggi, si guardavano con malizia quelle persona attratte dagli individui dello stesso genere. Era ancora troppo diffusa l’idea che dietro un tipo d’attrazione simile, ci fosse un qualcosa di patologico.

Per non parlare dello stigma dell’AIDS: lo ripeto, era il 1994. Ciò significa che erano trascorsi appena due anni e mezzo da quando un grande cantante ci aveva lasciati. Sto parlando della star dei Queen Freddie Mercury. Fu infatti proprio l’AIDS a portarsi via questo immenso personaggio della musica.
Sebbene la morte del cantante lasciò l’amaro in bocca a gran parte della popolazione mondiale, essa cominciò a diffondere anche un falso messaggio: omosessualità e HIV vanno di pari passo.

Non dimentichiamo infatti che Freddie Mercury era apertamente gay. Va inoltre detto che, in quegli anni, i casi di persone omosessuali affette da AIDS erano in aumento. La realtà dei fatti era che sempre più soggetti stavano contraendo la malattia, poiché la ricerca sull’HIV non aveva ancora fatto passi da gigante. In più, non si era ancora a conoscenza di tutte le possibili vie di trasmissione del virus, per cui risultava ancora difficile stilare un programma di prevenzione.

Sebbene l’immagine delle persone omosessuali fosse ancora stigmatizzata e mal vista, ricordiamoci che nel 1990 era già stato fatto un enorme progresso. Era il 17 maggio del 1990, quando l’OMS rimosse l’omosessualità dal registro delle malattie mentali, definendola “una variante naturale del comportamento umano”.

Torniamo a quel 2 luglio del 1994. A però di tanti altri stati, in Italia non si era ancora svolto un Pride Ufficiale.
Ciò poté avvenire grazie al sostegno del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, in seguito a un accordo con Arcigay.
La decisione venne maturata nel bel mezzo del VI Congresso Nazionale Arcigay, tenutosi nel 1994 a Riccione. Ai tempi la sigla LGBTQ+, non era particolarmente ancora in auge. Dunque, il titolo del congresso era “Visibilità Gay e Lesbica delle Libertà e dei Diritti Civili”.
Ecco che allora, dopo ben venticinque anni dai moti di Stonewall, anche l’Italia chiedeva a gran voce i diritti di una fetta dei suoi cittadini.

Il corteo si svolse a Roma e partiva da piazza Santi Apostoli e arrivava a Campo de’ Fiori. Le persone che parteciparono furono più di diecimila. Nessuno si sarebbe aspettato una tale cifra.
Diecimila individui cantavano, gridavano slogan, soffiavano nei fischietti e battevano le mani sui tamburi.
Un numero del genere faceva di certo capire una cosa: alla parata non stavano partecipando unicamente omosessuali e lesbiche. Essi, avevano a loro sostegno degli alleati. Persone non direttamente facenti parte di quella categoria, ma che ci tenevano a essere lì.

Perché? Beh, perché probabilmente si erano accorti di avere un due grandi privilegi: il primo era quello di godere di alcuni diritti umani fondamentali. Il secondo, quello di poter fare la voce grossa.
Già, perché essi non erano “quelli strani.” Non erano loro quelli “sbagliati”. Loro, gli eterosessuali, erano considerati normali. Ecco perché sarebbero stati ascoltati.



Inoltre, il fatto che anche qualcuno di loro si stesse schierando dalla parte di chi non aveva ancora determinati diritti, lanciava un messaggio forte e chiaro. Gridava alla gente che era il momento di alzarsi, di manifestare. Intimava chi se ne stava ancora seduto in poltrona ignaro di alcune realtà, a mobilitarsi. Perché non è stando con le mani in mano che si risolvono i problemi. E sì, il fatto che non tutti gli esseri umani di questo mondo godano degli stessi diritti umani, è di fatto un problema.

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