17 dicembre 2020: parliamo di violenza nel sex working

Riguardo a questa professione c'è ancora parecchia strada da fare. Ecco perché.

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17 dicembre 2020

Poco meno di un mese fa si è celebrata la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. I temi che hanno caratterizzano l’argomento non sono pochi. Fra questi, uno che sta facendo sempre più eco è l’inclusione. Quando parliamo di violenza sulle donne, di quali donne stiamo discutendo? La risposta non è così scontata. Poiché molte persone di genere femminile sono ancora escluse dal discorso. Fortunatamente ci si sta mobilitando sempre di più per contrastare questo fenomeno. Oggi ricade una celebrazione dedicata a una categoria troppo spesso denigrata. Il 17 dicembre 2020 è la giornata internazionale contro la violenza sulle/sui sex workers.

Chi sono le/i sex workers?

Abbiamo annesso il problema alla questione della violenza sulle donne. Questo perché più del 95% dei/delle sex workers appartengono al genere femminile. E l’origine della violenza che subiscono ha le stesse radici delle molestie agite dalle signore. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che anche alcuni uomini e individui transgender svolgono questo mestiere. Ecco, è importante focalizzarsi fin da subito su questo punto. Stiamo parlando di una professione. Dignitosa e meritevole di essere rispettata. Al pari di qualsiasi altro lavoro. Di conseguenza, chi sceglie questa attività dispone di diritti e doveri. I quali devono essere considerati. Coloro che svolgono questa professione, offrono performance sessuali a pagamento. Il mondo del sex working è radicato sia in rete, che nella vita reale. Esistono siti nei quali i professionisti e le professioniste intrattengono gli utenti tramite prestazioni legate al sesso.

Al contrario, nella vita reale, si parla naturalmente d’incontri dal vivo. Le lavoratrici e i lavoratori concordano col cliente i dettagli. Mettono in chiaro cosa sono disposti a svolgere e cosa invece evitano di fare. Dopodiché, cliente e sex worker s’incontrano. Poche righe addietro parlavamo di diritti e doveri. Purtroppo, in questo mondo pare che questi siano principi piuttosto labili. Questo perché all’interno della nostra società persiste ancora una mentalità tossica. La quale vede l’operatrice o l’operatore come un oggetto. Come una sorta di nullità che si abbassa a svolgere un tale mestiere. Proponendola/o come doverosa/o di soddisfare ogni perversione altrui. È di vitale importanza scardinare quest’ideologia. Poiché non si fa che alimentare la violenza. Normalizzarla. Propugnandola come un atto lecito.

17 dicembre 2020: il parere della legge italiana sul tema

Oggi, 17 dicembre 2020, è importante fare chiarezza sulle sfumature che caratterizzano questa professione. Uno di questi, è il punto di vista legislativo. Il fatto che in Italia questo lavoro non sia né legalizzato né decriminalizzato apporta conseguenze importanti per le professioniste e i professionisti. Il punto non è solo che si rischia di essere accusati di reato. Il problema è che vengono a mancare quei famosi diritti di cui parlavamo nel paragrafo precedente. La violenza sessuale è ancora oggi un fenomeno diffuso in maniere allarmante. Non solo per quanto riguarda la frequenza con cui si verifica. Piuttosto, anche per gli infiniti modi con cui si tende a giustificarla. Per quanto riguarda l’universo delle/dei sex workers, questa pratica è all’ordine del giorno. Quando uno di queste/i professionisti/e viene violata/o, la frase “Se l’è cercata” sembra echeggiare più forte che mai.

Questo scenario è dovuto in parte allo stigma sociale che caratterizza questo lavoro. Tuttavia, la mancanza di un ente che si occupi del benessere di queste/i lavoratrici e lavoratori, priva quest’ultimi di una tutela. Sia generalizzata, sia in caso di atti di violenza. Dunque, quando un cliente viola la/il sex worker, prende vita una sorta di stupro legalizzato. Ancora oggi persiste la convinzione che un’operatrice/operatore del sesso abbia il dovere di assecondare ogni richiesta. Eppure, la giurisprudenza parla chiaro. L’unico testo legislativo che si occupa di regolamentare questo mondo è la legge Merlin.

Che cos’è la legge Merlin?

Corre l’anno 1948. La senatrice Lina Merlin propone alla Camera un testo considerato rivoluzionario per quell’epoca. La donna richiede la chiusura delle case di tolleranza. Oltre all‘abolizione della regolamentazione della prostituzione. Al giorno d’oggi, quando si parla di prostituzione, non manca chi s’affretta a elogiare le cosiddette case chiuse. Magari inneggiando alla loro riapertura. Solo che chi agisce in questa maniera non si rende con di un pezzo di realtà. Poiché questo viene troppo spesso taciuto. Le case di tolleranza di una volta non erano che un tempio del piacere sessuale maschile. In queste mura le donne venivano usate. Non esisteva il rispetto per le lavoratrici. E sì, in questo caso parliamo solo al femminile, poiché si tratta esclusivamente di donne. Dentro a questi luoghi le donne erano tenute ad appagare i clienti a qualsiasi condizione.

Non esistevano pause regolamentate, né orari. Le professioniste si dicevano sovente costrette ad accettare questo scenario, poiché bisognose di denaro. Non a caso, la maggior parte delle frequentatrici delle case chiuse appoggiava la senatrice Merlin. Vedeva nella sua proposta di legge una salvezza. Anche perché questo disegno legislativo conteneva un altro punto focale. “Io voglio vivere in un paese di gente libera anche di prostituirsi purtroppo. Ma libera”. Dunque, la donna non riteneva la prostituzione un atto da criminalizzare a ogni costo. Ella introduce la libera scelta. Una persona deve poter scegliere la propria professione. Se quest’ultima include l’attività sessuale a pagamento, non è un problema. Purché rimanga una decisione personale. E non una costrizione. Ci vollero ben dieci anni per mettere in atto questa legge. Arrivando al 1958.

17 dicembre 2020: stiamo difendendo una professione degradante?

Uno degli stereotipi che riguarda il mondo del sex working è proprio questo. Lo si vede come un lavoro di serie B. Lo si categorizza come una vendita del proprio corpo. Tuttavia, siamo proprio sicuri/e che sia sempre e comunque così? È importante che oggi 17 dicembre 2020 si cominci a fare chiarezza. Quindi, partiamo da una definizione più ampia di professione. Il lavoro è quell’attività che permette a una persona di vivere. Sia per via del suo valore remunerativo, sia per ciò che apporta mentalmente a chi lo mette in atto. Quando da bambini/e ci viene chiesto “Cosa vuoi fare da grande?”, è come se ci spingessero a disegnare i noi stessi del futuro. Quindi, non solo ciò che svolgeremo, ma quel che saremo. È fondamentale comprendere che un mestiere deve essere arricchente a livello personale. O perlomeno, non deve far sentire a disagio chi lo svolge.

Perciò, se una persona considera il sex working una professione soddisfacente, perché dovremmo definire sbagliato questo mestiere? Forse per assecondare le nostre convinzioni. Per non cambiare idea su un argomento così complesso. Eppure per molte donne le mansioni degradanti sono altre. Ad oggi sono molto in voga i cosiddetti net works femminili. Nei quali si spingono le donne a vendere prodotti solitamente volti all’estetica. Le si intima a fare dei propri profili social dei diari nei quali si racconta quanto la propria vita sia perfetta dopo aver perso qualche chilo in più. Eppure, raramente si considerano tali mestieri una vendita del proprio corpo. E non solo. Vi sono molte donne che considerano queste professione attività arricchenti.

Rispetto e punti di vista

Ogni persona è differente. Ogni individuo va incontro a esperienze diverse durante il ciclo della vita. Di conseguenza, nessun essere umano vede il mondo in maniera identica a qualcun altro. Ecco perché dovremmo imparare a mettere in pratica un esercizio. Quando parliamo di qualcosa che non ci riguarda personalmente, proviamo a cambiare prospettiva. Ascoltiamo chi quel dato argomento lo conosce sul serio. Chi è toccato/a in maniera concreta dal nostro oggetto di discussione. Poiché è facile parlare del più e del meno. Fare conversazione in maniera generica. Tuttavia, “facile” può trasformare in sinonimo di “tossico”. Dunque, chiediamo. Poniamo domande. Ascoltiamo. Ecco che allora si aprirà un mondo di fronte a noi. Quando si parla di sex working i pregiudizi regnano sovrani. Oggi, 17 dicembre 2020, apriamo la nostra mente.

Mettiamoci in mente che le/i sex workers esistono. Sono lavoratrici e lavoratori meritevoli di rispetto. E soprattutto, non sono oggetti. Si tratta di professionisti/e. Nel momento in cui qualcuno di loro viene toccato/a dalla tragedia della violenza è nostro dovere difenderla/o. Come faremmo con qualsiasi altra persona. Perché non è la scelta di una professione a danneggiare la società. Piuttosto, è il modo in cui si tratta questa decisione. Le infinte maniere con le quali la si denigra. Fino a portare avanti la mentalità che chi la pratica deve mettere in conto l’abuso. No. Scardiniamo queste idee violente. Nessuno/a merita di subire una violenza. Nessuno/a “se la va a cercare”. E soprattutto, chiunque deve essere difeso/a nel momento in cui si trova nelle grinfie di questo mostro.