Adrian Newey è sicuramente il genio dell’aerodinamica in Formula Uno, un ingegnere britannico conosciuto e apprezzato che dal 2006 è direttore tecnico del team Red Bull nella categoria automobilistica più importante al mondo.
Leggere la sua biografia significa osservare un lungo elenco di successi e di innovazioni e proprio di questo si parla nel libro “How to build a car”, edito da Harper Collins e ripreso in Italia con il nome “Come costruire una macchina”.
Nove campionati del mondo vinti, ben 142 gran premi portati a casa e 10 titoli costruttori. Tutti i numeri che servono per dare veridicità alla leggenda ingegneristica di Newey.
La sua vita di grandi successi, sempre in giro per il mondo e sempre sul pezzo, è però macchiata da un senso di colpa che si porta addosso da ventitré anni e da cui probabilmente non si libererà mai.
Una colpa che la mente di casa red Bull ha deciso di raccontare, coraggiosamente, per condividere il ricordo di un incidente che ha segnato intere generazioni di tifosi e ha macchiato la sua vita: la tragica morte, il 1 maggio del 1994, della leggenda brasiliana Ayrton Senna.
Adrian nella biografia ha descritto nel dettaglio le modifiche tecniche che erano state apportate alla monoposto di Senna, la Williams FW16, prima dell’appuntamento italiano che inaugurava la stagione europea della F.1 nello splendido scenario del Gran Premio di San Marino.
Le modifiche partirono proprio dal campione, celebre tutt’ora per le sue imprese sotto la pioggia, che si lamentava da tempo del suo volante troppo piccolo e le mani coperte dal cockpit carenato della Williams. Sottigliezze che potrebbero sembrare insignificanti ma che servivano a Senna per cercare il punto di corda in ogni curva e che porteranno poi enormi squilibri alla sua vettura. Per il tre volte campione del mondo la monoposto era diventata inguidabile perché quando curvava sfregava le nocche sulla parte coperta che via via gli procuravano prima delle ferite e poi delle brutte infezione dovute al carbonio dei micro frammenti che si staccavano della monoposto.
Senna non poteva guidare così, non si sentiva al massimo e questo lo portò a un inizio di campionato pessimo, campanello d’allarme che convinse la scuderia ad abbassare la colonna dello sterzo della vettura di pochi millimetri, sufficienti per montare un volante più grande.
Di queste modifiche furono incaricati e quindi responsabili proprio Adrian Newey e Patrick Head, il direttore tecnico della Williams.
Modifiche minuscole che in qualche modo modificarono la prestazione del pilota ma che portarono anche il pilota brasiliano a uscire di pista, alla curva del tamburello, alle 14:17 del 1 maggio 1994.
Il pilota simbolo di una intera generazione, leggenda assoluta e maestro della guida sotto la pioggia morì all’ospedale di Bologna poche ore dopo il tragico incidente.
In Brasile furono proclamati tre giorni di lutto nazionale e nel mondo delle corse pianse come probabilmente non aveva mai fatto. Da quell’anno la sicurezza in Formula 1 divenne una priorità e il caso Senna divenne al centro di una serie di indagini.
Si capì quindi che il pilota era deceduto a causa di un braccio acuminato della sospensione anteriore che si era conficcato fra la visiera e la guarnizione del casco, trafiggendo l’occhio destro fino a fratturare la sua base cranica.
Newey ancora oggi resta fermamente convinto che il tragico crash di Ayrton non sia stato originato dal cedimento della colonna dello sterzo malamente modificata ma piuttosto da un guasto allo sterzo che lo portò a perdere il posteriore della monoposto e non l’anteriore.
Il rimorso di cui parla Adrian nella sua biografia, a ventitré anni di distanza, è dovuto alla convinzione di aver sbagliato l’aerodinamica della macchina e aver quindi contribuito all’incidente.
«Che sia stato il piantone dello sterzo o meno a provocare l’incidente di Ayrton cambia poco: resta il fatto che quella macchina nacque da un cattivo progetto e non avrebbe mai dovuto scendere in pista – scrive Newey parlando dell’incidente di Imola – e io ero uno degli ingegneri del team che progettò una macchina dentro la quale morì un grande uomo. Sentirò sempre un certo grado di responsabilità per la morte di Ayrton».

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