11 Settembre 2017

Appena sveglia i soliti gesti di rito: titoli delle ultime notizie e rassegne stampa in televisione. La vera notizia del giorno che mi colpisce è fatta dalla mancanza, dal totale silenzio, o quasi, di quella che dovrebbe essere la regina delle notizie del giorno: i sedici anni dall’attacco alle Torri Gemelle di New York. Fa eccezione, però, il popolo di Instagram, dove le condivisioni con l’hashtag #11Settembre sono migliaia.

È ovvio, il giorno del ricordo non può avere la stessa risonanza mediatica del primo anniversario o del decimo; inoltre, il silenzio non è stato totale, ma non c’è stata l’occupazione delle prime pagine dei giornali o delle aperture dei telegiornali come, invece, accadeva negli scorsi anni, ma solo qualche piccolo servizio o citazione perché non si può non dire nulla. È come se in questo giorno ci si chiedesse: 11 Settembre? Mi ricorda qualcosa…ah si, l’attacco terroristico! Come se fosse una data memorabile, nel senso etimologico del termine e cioè da ricordare, ma svuotata della drammaticità dell’evento.

Cosa è cambiato nel pensiero comune occidentale rispetto agli anni precedenti? È oblio o assuefazione?

Sicuramente l’attacco terroristico che colpì New York sedici anni fa rappresentò, come tutti dicono, lo spartiacque tra l’imperturbabile tranquillità occidentale e la caduta di essa nel terrore e nella paranoia: quanti di noi da quel momento hanno avuto, ed hanno ancora, paura di prendere un aereo? Quanti scendevano da un tram o da un autobus appena vedevano salire un mediorientale?

Nei primi giorni e mesi da quella fatidica data ci sentivamo ripetere che la paura non sarebbe prevalsa nel mondo occidentale, che loro non avrebbero vinto, ecc.. Ma siamo sicuri che sia così?

Forse il cambiamento nella vita del popolo occidentale non è cominciato sedici anni fa (all’epoca ci fu solo stupore e dolore), ma negli anni successivi: da allora ci sono stati talmente tanti attacchi o minacce che la possibilità di un prossimo attacco terroristico non ci paralizza più perché è entrato a far parte del nostro quotidiano, soprattutto per noi Europei.

La domanda, allora, è: questa convivenza, questa abitudine al terrore sono una vittoria degli Occidentali che sono riusciti comunque ad andare avanti o dei terroristi che hanno imposto la loro presenza nelle nostre vite tanto da rilegare in secondo piano la loro azione bellica più eclatante?

Forse è ancora presto per dirlo perché questo capitolo di storia mondiale è ancora da scrivere.

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